L’agonia della maggioranza

Amara la convalescenza sarda di Silvio Berlusconi. Governo spaccato, partito spaccato, popolarità calante, sondaggi a picco. Abbiamo l’immagine di una maggioranza in agonia, che somma ogni giorno un nuovo strappo al suo logoro tessuto politico. Appassisce la riforma universitaria, fiore all’occhiello del governo, dopo lo stop imposto da Tremonti  perché manca la copertura finanziaria. La linea del superministro dell’Economia non ammette deroghe, anche se i suoi colleghi sono esasperati dai continui tagli. Tiene sotto scacco tutto l’esecutivo. Tanto che qualcuno, tra proteste e rassegnazione, ironicamente si chiede: “Due anni fa, sulla scheda, abbiamo votato il suo nome o quello di Berlusconi”?

Il governo è in forte sofferenza, mentre il partito si balcanizza. Ormai è guerra per bande, fra triunviri, colonnelli, sergenti e peones che procedono in ordine sparso, alla ricerca di protezione. In questo clima di guerriglia quotidiana, esplode anche la rottura sulla legge elettorale. Anime candide parlano di tensione tra il presidente del Senato e quello della Camera, dopo che il primo ha stoppato la riforma del “Porcellum”. Ma è chiaro a tutti che si tratta di un vero conflitto. Istituzionale e, al tempo stesso, politico.

I precedenti sono questi. Fini aveva chiesto di dare la precedenza alla Camera, nell’esame della revisione della legge, a causa del “significativo carico di lavoro, che grava attualmente sulla Commissione del Senato”. Schifani gli risponde avocando a sé il dibattito, e dichiara di avere avuto le sufficienti assicurazioni sul “corretto andamento dei lavori”. Controreplica di Fini: la risposta è formalmente “ineccepibile”, ma “risulta difficile pensare che il Senato manderà davvero avanti la riforma”. Le cose stanno come le rappresenta il presidente della Camera: sono, infatti, una ventina i disegni di legge giacenti a Palazzo Madama, e i berlusconiani, valendosi anche dei più favorevoli rapporti di forza,  hanno tutti i mezzi per tirare la riforma per le lunghe, cercando di farla affondare nelle sabbie mobili di continui rinvii. Al di là dei tecnicismi e del solito politichese, la questione è chiara: ancora una volta il presidente del Senato ha operato accettando i voleri del premier. Che, naturalmente, avverte il clima elettorale e vuole andare alle urne con la pessima legge in vigore, più rispondente ai suoi interessi.

Il primo round è a vantaggio del Cavaliere. Ma la partita è tutt’altro che chiusa. Se chi vuole  davvero la riforma riuscirà a trovare un convincente punto d’incontro tra le diverse soluzioni proposte, e metterà sul tavolo un progetto di legge e una maggioranza disposta a votarlo. L’impresa è assai difficile, ma non impossibile. Sapendo che la riforma della legge elettorale è l’unico strumento oggi praticabile per quanti vogliono tentare di rifondare la politica nel nostro Paese. Fino a quando resta in vigore il “Porcellum”, i cittadini saranno privati, infatti,  del diritto di scegliere i propri rappresentanti, le segreterie dei partiti continueranno a nominare l’intero Parlamento, oligarchie e trasformismo infetteranno l’intera rappresentanza, delegittimando l’intera politica.

In queste condizioni, il Senato rischia di rappresentare la linea di difesa di una maggioranza allo sbando. Che non è in condizione di aggregare consenso intorno a un progetto per la società e per l’economia. Che accresce divisioni e contrasti, minacciando di fare delle nuove disuguaglianze un punto di non ritorno. Certo, Berlusconi perde colpi. Però, mentre la sua crisi si aggrava, tenta l’ultimo colpo di coda. Sul terreno della giustizia, naturalmente. Cercando di tagliare i poteri della Corte costituzionale. Con una norma che prevede per la Consulta l’obbligo di votare con una maggioranza di due terzi in tutti i casi in cui si debba giudicare sull’incostituzionalità di una legge. In pratica, un’altra misura ad personam perché, con quest’accorgimento, il premier potrebbe aggirare il pericolo di una bocciatura del nuovo lodo Alfano. Ma una legge siffatta è ancora più eversiva delle precedenti in quanto manomette l’equilibrio dei poteri e colpisce i principi della democrazia repubblicana. E’ l’ultimo atto della crociata personale di Berlusconi. L’aspetto peggiore e più rischioso del suo populismo megalomane.

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