I “sacrifici” del Cavaliere

27 Mag 2010

L’ottimismo a tutti i costi di Berlusconi, i sorrisi, le blandizie hanno lasciato il posto a parole scomode e poco rassicuranti quali: tagli, sacrifici, misure economiche drastiche

All’improvviso, il mondo politico sembra cambiare per Silvio Berlusconi. Lui, che ha fatto quotidiane professioni di ottimismo, ora è costretto ad annunciare misure economiche da “lacrime e sangue”, ripetendo più volte l’odiata parola “sacrifici”. Lui, che è un formidabile capopopolo, un trascinatore di folle, deve adattarsi ai compromessi e alle mediazioni se vuole condurre in porto la sospirata legge sulle intercettazioni, mettendo il bavaglio a giudici e giornalisti. E’ una tattica del comando che entra in crisi. Quella che Edmondo Berselli aveva definito la “sindrome del padrone” gli si ritorce contro. Era abituato allo slogan dell’ “uomo solo al comando” e ora legge sui giornali di diarchie e consolati, di alleati che lo condizionano, di nuovi accordi che è costretto a rincorrere. E’ uomo che sa gestire il potere di cui dispone con meccanismi perfetti. Che non perdona chi si mette sulla sua strada. Che non ammette di poter essere ostacolato da poteri più grandi del suo. Ma oggi deve muoversi tra le insidie di interessi divergenti, dare ascolto a chi pensa cose differenti. Da tempo, si avvertivano i segni di un potere in panne. Ma il Cavaliere è un “uomo fatale” e, quindi, non se n’è reso conto. Lui è convinto d’avere sempre ragione.

La gravissima crisi finanziaria ha travolto la sua idea ludica della politica. Fino all’ultimo aveva cercato di negare l’evidenza. Una forma di rifiuto quasi infantile. E oggi, invece, si impone il rigorismo di Tremonti. All’ottimismo cosmetico del Cavaliere non resta che affidarsi a un improbabile futuro. Le tappe della legge sulle intercettazioni dovevano corrispondere a un perfetto percorso di guerra. Bloccare la “magistratura politicizzata”, che non lo lascia in pace, rivelando il connubio riemerso con prepotenza tra politica e affari. Mettere il bavaglio ai giornali che non si prestano alla complicità strisciante dei maestri di cerimonie e raccontano storie di illegalità che inquietano i potenti. Ma l’esito parlamentare dell’infausto provvedimento non appare più scontato. Potrebbe addirittura accadere che la legge, una volta approvata al Senato, venga messa su un binario morto perché non più corrispondente agli interessi pieni del Cavaliere per le pur marginali modifiche introdotte. In ogni caso, è una legge che la gente non vuole. Che si scontra con una mobilitazione diffusa, capace di superare anche le appartenenze partitiche e di andare al di là dei seggi e dei numeri in Parlamento.

Per Berlusconi è una sconfitta che è destinata a lasciare il segno. Perché lui, fin dall’inizio del suo ingresso in politica, ha deciso di occupare per intero la piazza mediatica. E, per raggiungere questo risultato, ha stravolto ogni regola. Prima le sue televisioni private, poi la televisione di Stato, infine il tentativo di dominio incontrastato dell’informazione attraverso le intimidazioni. Così, la natura mollemente filogovernativa del primo telegiornale pubblico è stata progressivamente mutata. Sino a farne un manganello da usare contro chi non d’accordo con lui. La controriforma nella disciplina delle intercettazioni risponde a questa logica. Quanto deturpa  la “storia” raccontata dal Cavaliere, tutto ciò che è d’ostacolo alla sua raffinata inventiva, va cancellato. Se la realtà deve funzionare come un racconto, allora i “segreti scomodi” non devono uscire. Il premier deve mettersi al riparo. Deve proteggersi. Con ogni strumento.

In questo modo, è diventato il dominus della politica italiana, capace di volgere a suo favore anche le situazioni avverse. Ma oggi il sovrano assoluto appare sempre meno capace di autorità. La crisi finanziaria è destinata a mettere in evidenza tutti i suoi limiti. Sottoposto alla tutela di Tremonti e Bossi, punta ancora su di sé. E cerca contrappesi. Per sottrarsi alla tenaglia del “partito del Nord”, impersonato dal ministro dell’Economia e dal “senatur”, ha riaperto i canali con l’Udc di Casini. E manda addirittura segnali di pace a Fini. Tuttavia, è una scommessa molto azzardata. La politica latita e la realtà è troppo avversa per poterla imbellettare con qualche artificio verbale. Forse, stiamo già assistendo alla decomposizione di una leadership. Che minaccia, però, di lasciare un terreno di macerie.

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