È trascorso meno di un mese da quando, con la grande assemblea che si è tenuta a Roma il 10 gennaio, ha avuto inizio la campagna del Comitato della società civile per il No alla riforma della magistratura, eppure sembra essere trascorso un tempo lungo, dilatato, come avviene per gli eventi memorabili, per i passaggi di soglia, quando ogni cosa mostra il suo volto.
Abbiamo visto il volto coraggioso e fermo di un paese deciso a difendere il proprio ordinamento democratico, perché le 300mila firme che si contavano quel giorno – un risultato impensabile, ottenuto in sordina, durante le vacanze di Natale, nel completo oscuramento dei media – già il 15 gennaio avevano raggiunto e oltrepassato le 500mila, obiettivo necessario a depositare il quesito referendario popolare, ora ammesso con un’ordinanza della Corte di cassazione.
E abbiamo visto un volto incattivito, che ha chiarito metodi e intenzioni di chi ha proposto una legge di revisione costituzionale senza precedenti per effetti di sistema e per umiliazione del Parlamento, ben lontana dal voler affrontare i problemi strutturali della giustizia; mossa invece dalla volontà dichiarata di frantumare e asservire la magistratura spostando il bilanciamento dei poteri a favore dell’esecutivo e cambiando la natura stessa della democrazia disegnata dai costituenti.
Quanto questa legge si inserisca in un più ampio progetto di ridefinizione illiberale della democrazia nel nostro paese, risulta evidente non solo dal suo esito formale – ad esempio, il fatto che il PM potrebbe essere sospinto a sostenere le indagini degli apparati di polizia che eseguono le operazioni investigative, anziché a esercitare il proprio autonomo potere di indagine – ma dalle modalità di esautorazione del Parlamento in cui la riforma è stata approvata e dal clima in cui è stata fin qui condotta la campagna referendaria.
Abbiamo visto descritti come “toghe rosse” – accusati di impedire l’azione di governo, sottoposti a gogna mediatica – i giudici che, operando nella propria autonomia, hanno emesso sentenze contrarie all’applicazione del reato di favoreggiamento dell’immigrazione per le Ong; al divieto governativo di sbarcare migranti e profughi nei porti di prima accoglienza; alla costituzione di centri per il rimpatrio in Albania. Così come abbiamo visto la Corte dei conti – accusata di “invasione di campo” per aver sollevato rilievi sulla realizzabilità del progetto governativo del ponte sullo Stretto – essere riformata nelle sue funzioni con un disegno di legge.
Abbiamo visto la cronaca nera invadere telegiornali, talkshow, trasmissioni di intrattenimento, prime pagine di giornali un tempo considerati paludati, diventando spettacolo e al tempo stesso modalità della politica, con vecchi processi e scandali rivangati a dimostrazione delle colpe dei giudici e a costruzione di un teatro della repressione. Da Garlasco al caso Tortora, senza dimenticare il “sistema Bibbiano”, colonna portante di una campagna di diffamazione che ha caratterizzato la campagna elettorale delle elezioni del 2022 rimosso dalla pagina web di Fratelli di Italia dopo la sentenza di piena assoluzione che nel luglio 2025 ha restituito dignità ad assistenti sociali, psicoterapeuti e amministratori locali accusati di sottrarre bambini alle famiglie e affidarli a coppie amiche. Eppure l’utilizzo di quello scandalo – quando nessun esponente della sinistra poteva andare in televisione senza che gli venisse urlato: ricordati di Bibbiano – mostra con chiarezza la concezione di giustizia a cui i promotori della riforma fanno riferimento: una “giustizia giusta” che promuove e applica una crescente restrizione delle libertà di espressione e di manifestazione.
Dal decreto anti-Rave al decreto Caivano; dal decreto sicurezza convertito in legge nel maggio 2025 al secondo “pacchetto sicurezza” predisposto dal Viminale che – assunte le forme di un decreto legge e di un parallelo disegno di legge – mira a istituire misure emergenziali come il fermo preventivo per manifestanti “sospettati di costituire un pericolo”, a dare ai prefetti la facoltà di istituire zone rosse, a introdurre – di fatto – lo scudo penale per le forze dell’ordine in servizio, e già preannuncia un disegno di legge che istituirebbe, fra l’altro, la possibilità di attuare un blocco navale per impedire l’accesso ai migranti nelle nostre acque territoriali con una durata variabile da trenta giorni a sei mesi.
Misure che instaurano un clima di tensione, inoculano una percezione di emergenza permanente, agitano una promessa d’ordine, delineando il rischio di scivolare giorno dopo giorno in una deriva autoritaria pericolosamente prossima alla democrazia illiberale instaurata da Viktor Orban in Ungheria.
Fra i caratteri costitutivi dell’autoritarismo c’è – scriveva il politologo tedesco Juan Linz, fuggito al nazifascismo – l’insofferenza verso ogni limite posto all’esercizio del potere.
Era prassi, già nei primi anni Venti, che il governo fosse nelle condizioni di guidare, sorvegliare e sanzionare la magistratura a seconda dei propri indirizzi politici, ancor prima che i giudici fossero costretti, nel 1931, al giuramento di fedeltà al regime.
Quello con il fascismo non è un paragone emotivo; è un precedente storico e istituzionale che dimostra dove può portare il controllo politico delle carriere, e rende evidente il motivo per cui i costituenti hanno voluto l’unità e l’autonomia della magistratura.
Questo primo mese di campagna referendaria ci ha mostrato che la posta in gioco è altissima e che, proprio perché sono i più fragili ad aver bisogno di giustizia, questa battaglia è semplice da spiegare. E da vincere.


Luigi Manconi