Rileggendo un articolo pubblicato su “Il Sole24Ore” poco meno di vent’anni fa (2008) da Valerio Onida, riecheggia chiaramente la sua preoccupazione di evitare qualsiasi prova di forza sul terreno delle riforme costituzionali da parte delle maggioranze governative contingenti.
Sin qui, ovviamente, nulla di nuovo rispetto all’impostazione metodologica prescelta dal Maestro che, nonostante prassi che si muovevano in opposta direzione e che tali sarebbero rimaste anche in seguito, denunciava proprio il rischio di un’involuzione non solo sul piano dei comportamenti posti in essere dalle forze politiche, ma sulla stessa difesa della Costituzione come terreno comune nel quale tutti gli attori, politici innanzitutto, devono ritrovarsi, contribuendo, pertanto, a rafforzare l’idea comunitaria della Costituzione di tutti, sia di chi governa il Paese sia di chi, proprio nelle Aule parlamentari, si oppone a quegli indirizzi di maggioranza.
In materia, poi, di giustizia – siamo dunque all’interno delle garanzie che l’ordinamento offre nei confronti degli organi politici a tutela delle posizioni giuridiche dei singoli, cui spetta la possibilità di ottenere soddisfazione per i loro diritti, ove conculcati dagli stessi poteri politici – Valerio Onida, proprio nello scritto che si ripropone all’attenzione dei lettori, manifestava con toni accorati l’esigenza di procedere avendo ben chiara l’esigenza di salvaguardare autonomia e imparzialità dell’apparato giudiziario, pur riconoscendo l’esigenza di porre rimedio a guasti e disfunzioni che nella prassi già allora si manifestavano con modalità persino più preoccupanti di quelle che oggi sembrano emergere nel confronto legato alla riforma costituzionale varata dal Governo in carica e su cui si svolgerà il referendum costituzionale.
Quando scrive Valerio, oltretutto, ci si trova di fronte ad una vera e propria “guerra” che coinvolge due Procure della Repubblica (quella di Catanzaro e quella di Salerno) che, reciprocamente, agivano per chiedere conto l’una all’altra di delicate inchieste giudiziarie che portarono, alla fine, persino a scambi di invettive ai massimi livelli delle Procure coinvolte. Si deve infatti ricordare che in tale conflitto collegato alle indagini “Why Not” e “Poseidone” si registrò non solo l’intervento preoccupato del Presidente della Repubblica del tempo (Giorgio Napolitano) e del Ministro della Giustizia del Governo di centrodestra allora guidato da Silvio Berlusconi (Angelino Alfano), ma – come sottolinea nell’articolo lo stesso Onida – anche quello del tutto opportuno e tempestivo del Consiglio Superiore della Magistratura, che alla fine di procedimenti disciplinari aperti nei confronti tanto del Procuratore Generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, e di quello di Salerno, Luigi Apicella, nonché dei Pubblici Ministeri direttamente coinvolti nell’intricata vicenda processuale nella quale si intrecciava la loro azione, vennero sanzionati pesantemente e provocando, in qualche caso, le stesse dimissioni dal ruolo di qualcuno dei protagonisti.
Ma c’è di più. Valerio scrive allorché si è nella XVI legislatura repubblicana, nella quale, dopo l’ampio successo della maggioranza di centrodestra in occasione del voto politico del maggio 2008, agisce con una solidissima maggioranza di sostegno il IV Governo Berlusconi, chiamato a fronteggiare alcune inchieste giudiziarie che riguardavano direttamente il leader incontrastato del centrodestra, tornato in quel tempo in auge dopo il fallimento del Governo Prodi II e il crollo elettorale del centrosinistra. Quella maggioranza e quel Governo avevano dunque il problema di fornire uno scudo nei confronti del proprio Presidente del Consiglio rispetto ad inchieste che venivano giudicate “politicizzate”, proprio per tentare di screditare su un terreno differente da quello elettorale la premiership del Presidente Berlusconi. Non a caso, proprio nel luglio 2008, era stato varato il c.d. Lodo Alfano, che succedeva al c.d. Lodo Maccanico-Schifani del 2003 e che sarebbe poi seguito dalla legge sul legittimo impedimento del 2010: inutile rievocare il contenuto di questa legislazione che venne poi dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale in diversi momenti e in relazione a tutti e tre i provvedimenti sovra evocati.
Si è voluto solo rammentare il clima nel quale Valerio Onida, di fronte all’incalzare della maggioranza di governo del tempo, che premeva per stigmatizzare l’azione della magistratura inquirente e per chiedere a gran voce una riforma della magistratura, partendo come sempre da quella penale e arrivando a valutare la possibilità di controllare sul piano disciplinare i magistrati che nell’esercizio della loro attività finiscono per non ottenere gli esiti delle indagini portate avanti dalle Procure, proprio in quel contesto fortemente polarizzato da uno scontro specificamente indirizzato dagli organi di governo nei confronti dell’assetto costituzionale vigente si sforza di indicare una qualche linea di riforma che possa meglio sistematizzare le relazioni tra il potere politico e l’apparato giudiziario.
Lo fa con lucidità e senza retrocedere di un millimetro rispetto all’inclinazione democratica contenuta nella Costituzione vigente e sforzandosi di spiegare, con la sua capacità di volare alto e fuori dalla polemica spicciola, che molte delle questioni ritenute importanti erano pacificamente rimesse a modifiche dell’ordinamento giudiziario da introdurre attraverso la legislazione ordinaria. Finisce, semmai, per indicare ben altri sentieri di intervento costituzionale da considerare: il riparto tra la giurisdizione ordinaria e amministrativa; il ruolo misto del Consiglio di Stato (organo di consulenza del Governo e organo giurisdizionale); il ruolo delle Camere quali giudici esclusivi del procedimento elettorale; la previsione di accesso diretto anche alla stessa giurisdizione costituzionale interna per la lesione di diritti fondamentali della persona, prima di accedere alla Corte di Strasburgo. Ovviamente nessuno di questi suggerimenti si riscontra nella riforma sulla quale saremmo chiamati a pronunciarci. E anche con riguardo al “nervo scoperto” per il potere politico dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati la soluzione che Valerio Onida proporrà più avanti (consultabile qui), sebbene coinvolga il testo costituzionale, si preoccuperà di guardare pur sempre alle complessive funzioni giurisdizionali svolte non solo dai magistrati ordinari, ma anche da quelli amministrativi e contabili. Ed ecco che allora l’Alta Corte disciplinare diventa un giudice speciale cui guardare con fiducia proprio perché si tratta di sottrarre a tutte le magistrature operanti nell’ordinamento, eventualmente la possibilità di decidere sulle manchevolezze di ordine professionale dei propri appartenenti.
Naturalmente nella vicenda che direttamente ci riguarda, relativamente alla riforma varata dal Governo in carica, ci si sforza, da più parti, di rievocare orientamenti di questa e quella personalità oramai scomparse e io rifuggo da questa tentazione di dire quel che avrebbe deciso di fare sul punto il mio Maestro. Mi limito a leggere e credo di capire senza indugio quella che sarebbe stata la sua valutazione e, naturalmente, la tengo per me.
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Luigi Manconi