Se, come sostiene Lucia Tozzi, Tirana è il futuro di Milano, questo “modello” potremmo anche vederlo come conferma di pratiche passate che ci portano a chiederci a chi sia consegnato il futuro delle città. E, visto che il futuro del mondo si giocherà nei territori urbanizzati, l’interrogativo assume un risvolto planetario. Si tratta di una questione che ne apre molte altre e che ci conduce direttamente al tema del rapporto tra democrazie, autocrazie, autoritarismi e strategie comunicative nelle pratiche di governo del territorio e dei sistemi urbani.
Insomma, a chi è in mano il futuro delle città? Alle democrazie occidentali, dove spesso prevale un approccio alla rigenerazione urbana socialmente molto selettivo e promotore di disuguaglianze? O ai leader delle autocrazie che sfornano progetti innovativi ed eco-tecnologici in continenti un tempo caratterizzati da povertà e conflitti? O alle grandi corporation che Noam Chomsky definisce “tirannie”, con la loro struttura gerarchica e piramidale? E gli organismi sovranazionali come l’ONU che ruolo avranno, vista la loro crescente delegittimazione? L’impressione che le COP delle Nazioni Unite siano spesso un salotto per chi millanta una vocazione ecologica diviene sempre più forte. E il ruolo della sapienza tecnica e della cultura architettonica da che parte sta?
In quell’articolo Lucia Tozzi affronta un altro tassello di quel processo che ha di fatto trasformato l’architettura – e la retorica di molti suoi protagonisti – in uno strumento mediatico per esaltare l’innovazione, la spregiudicatezza, la cultura del fare di sindaci, primi ministri e presidenti che usano l’architettura come icona dell’invocazione smart e dell’eco-tecnologia.
In un suo testo del 2007, Mike Davis ci descrive il futuro verso il quale ci sta conducendo un capitalismo fanatico e selvaggio: un capitalismo che è anche colonialismo. La globalizzazione che ha fatto emergere nuove geografie dell’esclusione e paesaggi della ricchezza, manifestazioni di un ordine economico neoliberista proposto come l’unico orizzonte possibile e che, in giro per il mondo, sta producendo città in fondo tutte uguali. Per l’architettura si tratta di un “manierismo” fondato sulla stranezza e l’organicità di forme costruite (ad esempio grattacieli avvitati, lo stadio “vagina” di Zaha Hadid, la ridondanza della vegetazione integrata nell’architettura), rese possibili dalla modellazione digitale e ormai prive di qualunque rapporto spaziale e sociale con i contesti nei quali sono inserite. Ciò rende evidente la banalità e l’omologazione del “contemporaneo”, che ha portato alla scomparsa dell’intreccio tra spazio aperto e architettura, riducendo quest’ultima a oggetto collocato nel primo senza alcuna relazione dialettica.
Rem Koolhaas, nel libro S, M, L, XL del 1995, mette in evidenza il tema della “città generica”, associandolo a quello della globalizzazione. Questa perde la sua identità storica proprio a causa della globalizzazione ma, per l’architetto olandese, ciò non costituisce un disvalore: è piuttosto una constatazione, una presa d’atto. È un fenomeno inarrestabile, e le città, con la loro banalizzazione funzionale, perdita di identità, espansione senza limiti, richiedono nuove chiavi interpretative che, sostiene l’autore, non siano ammantate di moralismo. Le originarie idee di autenticità o di bellezza non costituiscono più vincoli culturali, e ciò contribuisce a liberare la città da codici interpretativi, rendendola generica. “Fuck Context!”, scrive Koolhaas, aprendo così la corsa all’omologazione formale orientata a un’idea di architettura fondata su un approccio “teorico” quantitativo e “dataista”, arricchito da una comunicazione iconografica che la rafforza come medium.
Si mostra il “bello” di nuovi dispositivi urbani (come Dubai, The Neom Line, in Arabia Saudita e recentemente la “Riviera di Gaza”), ma non le condizioni che li generano (miseria urbana, sfruttamento dei migranti, depredazione delle risorse naturali, eliminazione degli oppositori, ecc.).
Si propongono interpretazioni aleatorie di processi urbani complessi e contraddittori, per giustificare interventi con architetture del tutto iconiche, immediatamente assunte dal mercato finanziario e immobiliare come nuove immagini del futuro. Si adottano approcci creativi e metodologici che fanno leva su temi sociali e ambientali rilevanti, per utilizzarli retoricamente come copertura per progetti di rigenerazione urbana e architetture che rispondono alle dinamiche economiche, sociali e politiche di un mondo globalizzato, profondamente orientato dalla cultura neoliberista. La mediatizzazione retorica del futuro urbano richiama pratiche dell’innovazione che promettono benefici per l’umanità, senza però specificare quali e per chi. Alcune tecnologie, proposte come soluzioni per mantenere vivibile la Terra, evocano scenari distopici dominati da conflitti e dall’istinto di sopravvivenza, poiché i benefici non saranno disponibili per tutti. Emergono sempre più spesso suggestioni che ricordano le visioni urbane distopiche del cinema e della letteratura cyberpunk, dove il controllo dell’individuo è esercitato da una società oppressiva e oligarchica (comunque finanziaria), fondata sullo sviluppo illimitato della tecnica.
I media, attraverso racconti e immagini di architetti o generate dall’intelligenza artificiale, alimentano un atteggiamento urbano neo-fondativo che non affronta i problemi reali prodotti dalla globalizzazione. Si mostra il “bello” di nuovi dispositivi urbani (come Dubai, The Neom Line, in Arabia Saudita e recentemente la “Riviera di Gaza”), ma non le condizioni che li generano (miseria urbana, sfruttamento dei migranti, depredazione delle risorse naturali, eliminazione degli oppositori, ecc.).
Da non sottovalutare anche la natura repressiva che si può riscontrare nei processi di rigenerazione urbana o nella costruzione di città del futuro. Questa si manifesta con forme e modalità diverse, sia subdole che cruente o criminali. Dall’interdizione a fotografare in uno spazio pubblico gentrificato e circondato da alloggi ad alto valore immobiliare (mi è capitato a Milano City Life, dove la polizia privata mi ha vietato di fotografare) allo spostamento forzato di popolazione da un quartiere in via di rinnovamento, come è capitato a Sulukule, un quartiere rom di Istanbul, dentro le mura teodosiane, presente fin dalla dominazione bizantina, dove la popolazione originaria è stata spostata per fare spazio a gated communities per ricchi. Le repressioni cruente generate da operazioni urbanistico-immobiliari sono state oggetto di numerose indagini giornalistiche o di organismi internazionali attivi sul fronte dei diritti.
È il caso della costruzione degli otto stadi di calcio per i mondiali del Qatar del 2022 e il contributo di vite umane, morte per la loro costruzione, mentre ai lavoratori migranti veniva imposto il sistema della kafala che consisteva nella requisizione del passaporto e del visto del lavoratore, creando una dipendenza quasi totale fino alla fine del contratto di lavoro. Il 3 maggio 2023 il quotidiano The Guardian informa che sei membri della Tribù degli Huwaiti, che vive nei territori dove si sta costruendo la città del futuro Neom Line, in Arabia Saudita, sono stati accusati di terrorismo e condannati: alcuni a morte altri a pene attorno ai trent’anni. Nel mentre un giornale italiano ci comunica che il gruppo industriale italiano Webuilt si era aggiudicata la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità di Neom Line. Del resto, l’acquisizione forzata di territori ha rappresentato uno dei meccanismi centrali attraverso cui si è storicamente affermata l’espansione capitalistica, in particolare nei contesti coloniali e di frontiera.
La costruzione di città, infrastrutture ferroviarie, miniere e sistemi di sfruttamento delle risorse naturali ha frequentemente implicato l’espropriazione delle popolazioni locali e la trasformazione coercitiva della terra in merce. Dinamiche di questo tipo sono riscontrabili in diversi contesti storici: dalla formazione degli Stati Uniti, segnata dalla rimozione forzata delle popolazioni indigene, dall’esperienza coloniale europea in Africa fino ai processi estrattivi in Amazzonia. In tali casi, la violenza non appare come un effetto collaterale, ma come una componente strutturale dei processi di accumulazione e di organizzazione dello spazio economico. All’interno di questo quadro interpretativo, numerosi studiosi hanno letto anche la nascita dello Stato di Israele e gli sviluppi successivi come un processo di insediamento coloniale, a partire dalla Nakba del 1948 fino alle politiche di espansione e controllo territoriale nei territori palestinesi occupati. In questa prospettiva critica, la colonizzazione della Cisgiordania e l’assedio di Gaza sono interpretabili come forme contemporanee di espropriazione territoriale, in cui logiche di sicurezza, nazionalismo e sviluppo economico si intrecciano con dinamiche di tipo coloniale e genocidiarie, come nel recente conflitto di Gaza. La sua ricostruzione ora non è in mano agli organismi internazionali, ma ad un gruppo di portatori di interessi, anche immobiliari, espressi dagli USA. Dalle immagini diffuse, Gaza dovrebbe diventare una eco-smart city che certamente attirerà archistar, landscaper, designer, art director, investitori immobiliari occidentali e orientali è che verrà ricostruita senza tenere in conto dei diritti dei palestinesi che hanno sempre abitato questa terra.
Queste visioni urbane, insieme alle relative architetture, evocano mondi efficienti e ordinati, governati da algoritmi e dispositivi politici di controllo del conflitto. Le macchine e l’automazione rendono quasi superflua la presenza dell’uomo, se non nella sua funzione di consumatore. Nel 1967 Guy Debord, parlando di “società dello spettacolo”, anticipa il “nostro oggi” e sottolinea come l’urbanistica, da un lato, distrugga le città e, dall’altro, proponga una pseudo-campagna, una nouvelle paysannerie factice, ricreata come dispositivo spectaculaire di controllo della società, dove lo spettacolo – l’esibizione della ricchezza o del benessere diffuso – costituisce il modello presente della vita socialmente dominante.
Il paradigma della rigenerazione urbana ha subito un cambiamento strutturale, trasformando la città in un asset finanziario. L’esperienza di Milano dimostra come un lessico progressista possa divenire supporto di una razionalità neoliberale.
Ormai si agisce anche sull’abbandono o sul precario, per prefigurare un futuro verde ed ecologico dove le dissonanze e i conflitti divengono un’opportunità di redenzione nel rapporto con un ambiente martoriato da secoli di civilizzazione e di conflitti. Il ricorso a figure retoriche da parte di molte archistar è stato intenso in questi anni. Siamo passati dal recupero dei borghi come redenzione dalla città malata, senza una seria riflessione sul come recuperare le “aree interne”, alla forestazione urbana che ha fatto vendere molti libri a diversi autori, all’identificazione tra architettura, natura e alberi per coprire le speculazioni urbane e oggi, riprendendo anche tristi fatti di cronaca, possiamo aggiungere le retoriche della “montagna lenta” e dispensatrice di lezioni di vita o del “ritorno al primitivo”. Mi riferisco a due recenti articoli pubblicati dal quotidiano La Repubblica, nei quali un protagonista del dibattito architettonico italiano – Carlo Ratti – parla di modalità dell’abitare culturalmente raffinate ma, a ben vedere, socialmente selettive, perché trasformano ciò che storicamente era uno stato di necessità (vivere con poco, in ambienti ostili, in luoghi marginali) in un’estetica minimalista del lusso.
L’estetizzazione del rapporto con la natura o con il suolo, con luoghi degradati riscattati a nuova estetica dal pensiero critico dell’architetto e dalla promozione della società finanziaria, è oggi un orizzonte amplificato dai canali informativi. Lo spazio abitato viene ripensato a partire da una natura che è pura cosmetica, identificata con oggetti – come i grattacieli di Tirana o di molte altre città – che non rafforzano il diritto alla città per tutti i cittadini. Migliorano certamente le condizioni di una componente privilegiata della società, si alimentano gli affari delle società immobiliari e dei loro progettisti e costruiscono carriere politiche trasversali alle appartenenze di partito. La città neoliberista può essere, allo stesso tempo e senza alcun indugio, conservatrice o progressista, democratica o autoritaria.
Da parecchi decenni il paradigma della rigenerazione urbana ha subito un cambiamento strutturale. Il caso dei Docklands di Londra, negli anni Ottanta, aveva già segnato una rottura netta, trasformando l’intervento nella città da opportunità per una redistribuzione sociale del valore, a processo di creazione di valore per il mercato immobiliare, trasformando la città in un asset finanziario governato dalle grandi società immobiliari-finanziarie. In questi anni, l’esperienza di Milano ma ormai anche di Roma, città dove forte è la presenta di attori economici come Coima e Hines, dimostra in maniera evidente come un lessico progressista, incentrato su categorie come: inclusione, sostenibilità, spazio pubblico possa divenire supporto di una razionalità neoliberale che, anche una gran parte delle forze progressiste, considera inevitabile. In questo modo la retorica ecologica della green-city, della città dei 15 minuti, della città-smart diviene la copertura di interventi che estraggono valore dalla città pubblica trasferendolo ai privati, determinando dei processi di selezione sociale e di incremento delle disuguaglianze. La rigenerazione urbana si orienta sempre più verso le richieste del mercato, al fuori di strategie pubbliche reali e pregnanti. Diviene lecito, dunque, domandarsi se il blocco politico che si richiama al progressismo, nel nostro paese, detiene una visione alternativa di città, orientata al primato della sua dimensione pubblica, quindi intesa come bene comune. Una strategia in grado di guidare e non subire la visione neoliberista delle politiche urbane, come sta tendando di fare la città di Vienna, attraverso il governo di tali dinamiche con il rafforzamento dell’acquisizione dei suoli, le politiche per la casa e per la mobilità pubblica, le politiche dei diritti umani e dell’inclusione – humanrights-basedapproach – integrate alla pianificazione urbana.


Luigi Manconi