Shakespeare e i No Kings

02 Aprile 2026

Roberta De Monticelli Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Questo contenuto fa parte dell’osservatorio Autoritarismo

Un momento della manifestazione a Minnesota State Capitol

Sono davanti ai nostri occhi, impossibile non vederli e non sentirli, anche se per lo più inascoltati: milioni di giovani in tutto il mondo protestano contro la macchina del male, contro le guerre degli adulti e delle loro istituzioni.

E dunque la conoscono, i ragazzi d’Europa e d’America, riversatisi a fiumi sulle piazze contro i re del mondo, la natura del male politico. La vedono, finalmente. L’affrontano.

Vai, prendi il corso che vuoi – dice Antonio nel finale della sua celebre orazione su Cesare appena ucciso, nel Giulio Cesare di Shakespeare: Now let it work. Mischief, thou art afoot, / Take thou what course thou wilt! Eccolo messo su, l’inganno. È in moto, l’ingranaggio. È partita, la macchina del male.

Eccolo lì il demagogo – Marco Antonio: dopo aver sapientemente innescato i meccanismi della psicologia delle folle, si affida a un Satana che non ha più niente di umano. È una macchina, la macchina del male, appunto. Affidarsi al suo ingranaggio è il gesto quotidiano dell’irresponsabilità: l’etica del demagogo. Altro che etica della responsabilità. L’intelligenza artificiale non ha granché cambiato le cose. Con una precisione, con un’evidenza da lasciare stupefatti ogni volta di nuovo, Shakespeare mostra in atto l’origine e il funzionamento del male politico. Il potere senza vincoli è la facoltà di azionare la cecità tremenda del caso e del caos. Non di dominarla – ed è tutta qui la hybris, tutto qui il male. Che gira nel suo meccanismo inarrestabile e si fa immenso.

Ne moriremo. L’Europa come unione per promuovere la pace al suo interno e fuori di sé, attraverso la subordinazione delle sovranità nazionali al diritto universale, si è suicidata. Lo dicono le cifre spaventose del suo complessivo riarmo, Italia compresa. Lo dicono i balbettii incoerenti e servili della maggior parte dei suoi leader, lo dice il sostegno di fatto che quasi tutti i suoi paesi offrono al folle che a Washington palleggia con il mondo.  Ma dal fondo abissale del suo passato, col genio dei suoi poeti, l’Europa ci invita a contemplare il nostro stesso suicidio. Il duplice suicidio di Cassio e di Bruto, mentre il fantasma di Cesare sorride. La libertà, la Repubblica, l’onore del Senato e dei cittadini di Roma – tutto inghiottito dalla guerra, guerra civile, guerra per l’Impero. Insieme con la verità, che della guerra è la prima vittima. Dove il dissidio fra i leader della rivolta alla tirannide non basta a dividerli, ci riesce l’inganno non umano del caso, inducendoli a gettarsi sulla loro stessa spada, uno dopo l’altro. “O errore/ figlio della melancolia, che fai sembrare vere le cose che non sono…”

E la nostra impotenza di vecchi umanisti, che abbiamo lasciato accadere ogni cosa! La vediamo come in uno specchio nelle parole che il congiurato Casca rivolge a Cicerone, stupito di vederlo “stralunato”, prima che l’azione abbia luogo: “E tu non provi nessun turbamento, /quando l’intero equilibrio del mondo/ vacilla come una cosa malferma?”. Cicerone: il grande architetto della mente civile occidentale, l’avvocato di tutti i valori di una laica e moderata pietas repubblicana, il pedagogo dei secoli a venire, il concentrato dell’humanitas che officium dirigit, istituisce il dovere fondandolo sulla consapevolezza del vincolo civile, quale l’intellettuale è chiamato a onorare, difendere, sostenere con la sua ratio-oratio, tutta al servizio della civitas e contro la feritas, la barbarie. Ma Cicerone muore, al quinto atto. 

In quella notte spaventosa che precede le Idi di marzo – coi cieli che divampano, pieni di schianti, e poi si fanno neri, noi siamo immersi – come sonnambuli, camminando sul filo dell’abisso. Chiacchierando, scherzando, abituati all’orrore. Senza stupirci più del sinistro prodigio per cui  “i vecchi bambineggiano come pazzi, e i bambini fanno i loro calcoli”. 

Magari accadesse più spesso che il teatro ci ricordi l’essenziale, catturato da un classico nel lampo della finzione scenica, che mostra il vero mentre lo dice – senza gli orpelli e la banalità degli egolatri senza talento e senza pensiero che sfilano nei grandi teatri pubblici oggi.  L’avessimo avuto noi vecchi un teatro così, per specchiarcisi. Saremmo meno inconsapevoli. E meno irresponsabili. Sapremmo come è fatta, la macchina del male. 

Nata a Pavia il 2 aprile 1952, è una filosofa italiana. Ha studiato alla Normale di Pisa, dove si è laureata nel 1976 con una tesi su Edmund Husserl.

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