La difesa della Costituzione non è un pranzo di gala

30 Marzo 2026

Francesco Pallante Costituzionalista

Articolo pubblicato su il Manifesto
Francesco Pallante, 28 Mar 2026

Titolo originale La difesa della Costituzione non è un pranzo di gala

Questo contenuto fa parte dello speciale Referendum Giustizia dello speciale Riforme dell’osservatorio Autoritarismo

ⓒ Vignetta per il NO di Marilena Nardi

Il voto al referendum ha dimostrato che una quota significativa degli astenuti è politicamente motivata: dunque, recuperabile al voto, se i partiti (dell’opposizione) tornassero a fare della Carta la propria bussola.

E tre. Ancora una volta la Costituzione esce indenne da un referendum che mirava a stravolgerla. Una Costituzione vecchia, superata, novecentesca, figlia di partiti che non esistono più: quante volte lo abbiamo sentito?

E, invece, ecco una Costituzione che continua a godere di un saldo riconoscimento sociale, a dispetto del disconoscimento che, a turno, le viene riservato dalle forze politiche.
Sta in ciò, probabilmente, il sintomo più evidente della crisi di rappresentatività che investe il sistema dei partiti: i rappresentanti continuano sterilmente a riversare sui rappresentati un’ossessione revisionista che i rappresentati, angustiati da problemi di tutt’altra natura, continuano a respingere al mittente. Cambiano le generazioni, non cambia la risposta.

Proprio il fatto che un potente no alla violazione di un basilare valore costituzionale – l’indipendenza della magistratura – sia venuto dai più giovani dimostra la persistente vitalità della Carta fondamentale.

La destra – mossa da una (in)cultura politica autoritaria, tracimata in una smodata brama di rivalsa – ha aggiunto il tentativo di degradare la Costituzione ad accidente storico: una sorta di controparentesi di crociana memoria, che s’inserirebbe, come un elemento estraneo, nella secolare storia della nazione, da archiviarsi nel rimpianto di un passato e in vista di un futuro ben diversi. Meloni, La Russa, Salvini, Tajani, e tutti gli altri, se ne facciano una ragione: la costituzione ha segnato, e continua a segnare, una svolta nella storia italiana, alla quale estranei sono coloro che nei valori costituzionali continuano a non volersi rispecchiare.

Proprio dai valori costituzionali occorre ripartire. Ed è una considerazione che vale per tutti: anche per i partiti del cosiddetto campo progressista. La vittoria referendaria non è stata una loro vittoria. Hanno avuto un peso rilevante, senza dubbio: ma il loro apporto è arrivato per ultimo, dopo quello, decisivo, dei magistrati, della società civile e del sindacato.
Importante è sottolineare l’apporto al no venuto da una componente del variegato mondo dell’astensione che, pur tenendosi alla larga dai partiti, continua a ritenersi legata alla Costituzione (un fenomeno che già si era verificato nel 2016). Significa che una quota significativa degli astenuti è politicamente motivata: dunque, recuperabile al voto, se solo le forze politiche tornassero a fare della Costituzione la propria bussola.

Qualcosa di analogo può forse dirsi per le periferie, in senso ampio intese, se è vero che il no ha stravinto nelle aree dimenticate dai più, a prescindere dal loro orientamento partitico: il Mezzogiorno, umiliato dall’autonomia differenziata, e le aree urbane indigenti, colpite dalla decennale carenza di politiche sociali e sfruttamento lavorativo (i valori costituzionali maggiormente vilipesi).

Tra i valori costituzionali dimenticati vi è anche il parlamentarismo: una visione dell’organizzazione politica che non mette al centro il governo, né tanto meno il suo «capo», bensì il parlamento. Che mira, dunque, a valorizzare non la decisione, bensì la discussione. Che mai giustificherebbe il sacrificio delle esigenze della rappresentanza in nome di quelle del governo: e che, quindi, rifiuta, come una vera e propria perversione, la manipolazione del voto popolare finalizzata a far sì che in parlamento sieda a tutti i costi, qualunque sia l’esito delle elezioni, una maggioranza assoluta artificiosamente costruita.

Il confronto apertosi tra M5s e Pd, subito dopo la chiusura dei seggi, su chi debba essere il «capo» del campo progressista, e su quale debba essere il metodo attraverso cui individuarlo (le primarie: funzionali al leaderismo imperante), denuncia la carenza di cultura costituzionale che investe anche le forze dell’opposizione.
Il pericolo dell’involuzione autoritaria è, per il momento, solo accantonato. Tornerà a presentarsi alle elezioni politiche del 2027: ridurre quell’appuntamento alla scelta del «capo» legittimato ad autointestarsi la vittoria referendaria è il modo migliore per riportare i giovani e i politicamente delusi lontani dalle urne.

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino.
Tra le sue pubblicazioni: con Gustavo Zagrebelsky, Loro diranno, noi diciamo; Vademecum sulle riforme istituzionali (Laterza 2016); Per scelta o per destino? La Costituzione tra individuo e comunità (Giappichelli editore Torino 2018), Contro la democrazia diretta (Einaudi 2020), Elogio delle tasse (Edizioni Gruppo Abele 2021).

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