Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

Vota NO al referendum sulla riforma Nordio

Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

Così abbiamo salvato la Costituzione

26 Marzo 2026

Antonio D'Andrea Docente diritto costituzionale e pubblico

Questo contenuto fa parte dello speciale Referendum Giustizia dell’osservatorio Autoritarismo

Sono stati tanti i fuori sede, soprattutto giovani, che si sono messi in viaggio per votare

Si possono anche vincere le elezioni, ma la cornice costituzionale resta inalterata. Questa volta lo si deve soprattutto ai giovani e al voto espresso convintamente anche al Sud. Ed è per loro, e per tutti noi, una notizia confortante.

L’esito referendario anche a proposito della revisione costituzionale promossa dal Governo Meloni in tema di ordinamento giudiziario consente di affermare che ancora una volta è parsa velleitaria la prova di forza imposta al corpo elettorale senza mettere in atto da parte dei proponenti alcuna cautela procedurale. 

Superfluo ricordare che è stata la stessa componente parlamentare dell’area di governo che aveva approvato la riforma in questione, peraltro rinunciando ad un qualsiasi proprio diretto coinvolgimento, a richiedere il voto di conferma popolare. È noto peraltro che a richiedere il referendum popolare sono stati anche altri diversi soggetti: le stesse opposizioni parlamentari tagliate fuori dalla possibilità di introdurre qualche modificazione rispetto alla proposta elaborata in perfetta solitudine dal ministro Nordio ma soprattutto i 550.000 elettori firmatari della richiesta avanzata da un Comitato civico nato estemporaneamente fuori dal quadro politico e direttamente riconducibile alla società civile. Ho richiamato questo dato di partenza perché a mio avviso indicativo di un diffuso e trasversale “sentimento costituzionale” che prescinde totalmente da precisi riferimenti politici e che non credo debba essere sottovalutato da chi si spinge a promuovere modificazioni della Legge Fondamentale tanto più se non si definiscono nelle aule parlamentari con il concorso, dunque, anche dei gruppi (o almeno di una parte) dei gruppi di opposizione.

La lezione che a mio avviso merita di essere sottolineata a seguito della clamorosa bocciatura della riforma Meloni-Nordio è che il Governo in carica e la sua maggioranza di supporto non sono stati in grado di portare a compimento il tentativo arrogante di “mettersi in proprio” e di riscrivere un pezzo rilevante del dettato costituzionale vigente, come in effetti già accaduto in passato. Tanto nel 2006 quanto nel 2016 né il Governo Berlusconi (centro-destra) né il Governo Renzi (centro-sinistra) sono riusciti nel loro intento di riscrittura della parte organizzativa della Repubblica fallendo in modo netto la “sfida popolare” intorno ai loro propositi coltivati in “solitudine”. E anche questa volta il messaggio istituzionale proveniente nel nostro Paese, dal basso, è parso inequivocabile: gli elettori, coinvolti in un buon numero, non accettano alcuna forzatura del potere politico che intende appropriarsi della revisione costituzionale per farne una propria, nuova bandiera! Non c’entra pertanto nella scelta vincente del no la sola insufficiente attivazione delle forze di opposizione politica e sociale quanto piuttosto e prevalentemente la cultura democratica incarnata tuttora e con successo dalla nostra Costituzione repubblicana frutto del grande compromesso tra differenti e contrastanti ideologie delle forze politiche rappresentate in Assemblea Costituente al termine del secondo conflitto mondiale. Quella cultura di fondo trascende quelle forze politiche che si fa fatica almeno oggi a riconoscere ma certo plasma tuttora in modo mirabile l’assetto della magistratura ordinaria. Come è noto, la consapevole scelta di fondo dei Costituenti ha incluso la magistratura requirente, come quella giudicante, nell’unico ordine giudiziario posto sotto l’ombrello del Consiglio Superiore della Magistratura, pur con le note inevitabili differenze che distinguono nettamente, sul fronte del processo penale, pubblici ministeri e giudici in senso tecnico. E tale opzione costituzionale potrà “vivere” ancora e continuare a porre tutta la magistratura ordinaria al riparo dalle interferenze dell’indirizzo politico.

Quello che non funziona nell’amministrazione della giustizia e che dovrà essere corretto anche sul piano del funzionamento dell’organo di autogoverno potrà naturalmente essere affrontato dal legislatore ordinario ma nel quadro costituzionale che resta inalterato.

Se la cornice costituzionale è restata inalterata lo si deve in modo prevalente ai giovani e al voto espresso convintamente anche al Sud. Mi pare confortante constatare perciò che almeno nel preservare la trama democratica del nostro Paese, nel difficile e per certi versi drammatico scenario sovranazionale, la fede costituzionale riesce a prevalere rispetto a qualsiasi forma di condizionamento e pressione esterne. Che ci sono state anche in questa circostanza!

Si può anche vincere qualche elezione ma la Costituzione non la si cambia per una semplice compiacenza para-politica, questo pare acclarato. Ed è una notizia confortante per i giovani, per il Sud, per l’Italia.   

Antonio D’Andrea è professore ordinario di diritto costituzionale e pubblico presso l’Università degli Studi
di Brescia nonché Presidente della Commissione cultura dell’Associazione “Passione civile con Valerio
Onida”. È autore di monografie e saggi di diritto costituzionale, con particolare riferimento allo studio della
forma di governo e dell’assetto ordinamentale italiano.

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