Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

Vota NO al referendum sulla riforma Nordio

Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

Come si sgretolano le democrazie?

26 Marzo 2026

Ottorino Cappelli Docente politica comparata

Questo contenuto fa parte dello speciale America Watch dell’osservatorio Autoritarismo

Gli Stati Uniti perdono lo status di democrazia liberale. L’Europa è a rischio, tra l’Ungheria in regressione autocratica e l’Italia in una posizione “di soglia”: un paese in bilico, da tenere sotto osservazione. È il quadro che esce dal Democracy Report 2026, appena uscito, dell’istituto V-Dem.

Misurare una democrazia che si sgretola

Il progetto V-Dem (Varieties of Democracy), avviato nel 2012 all’Università di Göteborg, è uno strumento di misurazione comparativa dello sviluppo politico globale. Copre quasi tutti i paesi dal 1900 e ricostruisce come istituzioni e società funzionano e cambiano nel tempo. Nato per studiare la democratizzazione, si è progressivamente concentrato anche sul fenomeno opposto: il deterioramento graduale delle istituzioni democratiche. Il Report 2026 segnala che la qualità democratica globale è tornata ai livelli di mezzo secolo fa. E mostra come un’ondata di autocratizzazione stia colpendo anche le democrazie consolidate dell’Occidente

L’originalità del progetto sta nel metodo. V-Dem si basa su una rete globale di migliaia di esperti — accademici, giuristi, analisti — che valutano aspetti specifici dei sistemi politici: forza degli esecutivi, controllo parlamentare, indipendenza della magistratura, correttezza delle elezioni, libertà dei media, diritti civili, e molti altri. Queste valutazioni vengono tradotte in indicatori numerici e poi elaborate con modelli statistici avanzati che riducono i bias e rendono i dati comparabili nel tempo e tra paesi.

Dal punto di vista concettuale, decisiva è la distinzione tra democrazia elettorale e democrazia liberale. La prima rappresenta il livello minimo: elezioni libere e corrette, in un contesto pluralista, con libertà di espressione e media indipendenti. La seconda aggiunge la tutela dall’arbitrio dello Stato e dalla “tirannia della maggioranza”, ponendo  precisi limiti al potere esecutivo — libertà e diritti civili costituzionalmente garantiti, stato di diritto, divisione dei poteri, indipendenza della magistratura e capacità effettiva di indirizzo e controllo parlamentare. 

Il passaggio cruciale è che una democrazia può restare elettorale ma perdere qualità liberale — slittando impercettibilmente verso forme di autocrazia. In questo processo l’esecutivo, forte della maggioranza elettorale, rivendica di operare senza vincoli effettivi. È misurando questi scarti che V-Dem coglie la regressione democratica senza attendere rotture formali, ma osservando gli spostamenti degli equilibri istituzionali, politici e sociali.

Alla luce di questo schema, isoliamo tre casi esemplari. Gli Stati Uniti, che nel secondo mandato Trump perdono lo status di democrazia liberale e scivolano verso il limite inferiore della democrazia elettorale. L’Ungheria di Orbán, che prosegue una regressione illiberale di lungo periodo, ridefinendo in senso autocratico l’equilibrio tra i poteri e il rapporto tra Stato e società. L’Italia è attraversata da “episodi di autocratizzazione”: non ancora una trasformazione compiuta, ma una traiettoria in cui i segnali di regressione diventano visibili. Secondo V-Dem, resta una democrazia liberale (a differenza di Stati Uniti e Ungheria), ma in una posizione di soglia, da tenere sotto osservazione.

Sbilanciare l’equilibro dei poteri

Il primo livello di analisi è quello istituzionale. La separazione dei poteri non viene formalmente violata, ma l’equilibrio si altera.

Negli Stati Uniti il segnale è netto: i vincoli legislativi sull’esecutivo crollano, quelli giudiziari toccano minimi storici. Il Congresso, dominato dal blocco MAGA – pur con una maggioranza risicata (e nel 2026 più traballante) – Legifera meno, controlla meno, e abdica al proprio ruolo mentre l’esecutivo governa per decreto in un stato d’emergenza permanente. La Corte Suprema e i tribunali federali restano attivi e talvolta fermano il governo. Ma il contesto cambia: le loro decisioni sono contestate o aggirate, i giudici delegittimati e attaccati come “toghe rosse”. I procuratori federali, braccio dell’esecutivo, perseguono i nemici politici del presidente; quelli elettivi negli Stati non allineati rischiano incriminazioni per ostruzione alla giustizia.

In parti dell’Europa orientale il processo è più avanzato. Il caso paradigmatico è l’Ungheria, dove Orbán rivendica da anni una “democrazia illiberale”. Fidesz, forte di una lunga supermaggioranza dei due terzi (da verificare alle prossime elezioni in aprile), ha trasformato il Parlamento in una cinghia di trasmissione. Decisivo anche il passaggio sulla magistratura: riforme dell’ordinamento, controllo delle nomine, pressione politica, riorganizzazione di corti e procure. L’autonomia si riduce, il giudiziario vincola meno e si piega più spesso.

In Europa occidentale il percorso è più lento ma comunque visibile. I parlamenti sono da tempo meno incisivi. Dove le maggioranze sono fragili e sotto pressione, gli esecutivi perdono capacità di governo mentre si accentua la personalizzazione al vertice (come nel caso Macron). Dove sono compatte, come in Italia, il parlamento si allinea al governo e controlli e contrappesi si indeboliscono (premierato e superpremio di maggioranza vanno nella stessa direzione: marginalizzare e disciplinare il parlamento).

Anche sul versante giudiziario la tendenza è chiara. Negli ordinamenti europei in cui l’azione penale dipende dall’esecutivo, il controllo giurisdizionale è già, in genere, più debole. Il tentativo (fallito) di normalizzare l’Italia per via referendaria si è accompagnato a mesi di delegittimazione sistematica della magistratura. (Anche dopo la netta prevalenza dei NO, l’equilibrio istituzionale in Italia va sorvegliato: governo e maggioranza possono ancora usare la legislazione ordinaria per rafforzare il controllo politico sulla magistratura. Per esempio, rendendo l’azione penale sempre più selettiva, se non discrezionale; oppure riducendo, se non svuotando, il controllo effettivo del PM sulla polizia giudiziaria. Non si violerebbero apertamente i principi costituzionali [artt. 109 e 112 Cost.], ma se ne indebolirebbe l’efficacia pratica, spostando verso l’esecutivo una quota rilevante di potere reale).

A livello istituzionale, insomma, il potere non si concentra solo per via formale. Si rafforza perché il sistema dei vincoli si logora. Le regole non sempre cambiano. Piuttosto slittano, e cambia il loro uso.

Controllare lo spazio civile

L’autocratizzazione non avanza solo svuotando i controlli istituzionali, ma deformando l’ambiente in cui operano. Tra i segnali ricorrenti  ci sono la pressione sui media, la contrazione della libertà accademica, l’erosione dei diritti civili, l’impoverimento del discorso pubblico. In questo contesto, la democrazia elettorale può restare in piedi, ma quella liberale si svuota. Emerge così un potere democratico “nudo”, legittimato dal voto ma privo di vincoli: una democrazia illiberale. “I profili liberali della democrazia stanno scomparendo in un numero preoccupante di paesi”, osserva V-Dem. 

Negli Stati Uniti il passaggio è nitido: non una rottura, ma “uno sconfinamento dell’esecutivo che mina lo stato di diritto, insieme a repressione e intimidazione diffuse dei media e delle voci dissenzienti”. La libertà di espressione è “ai livelli più bassi dalla fine della Seconda guerra mondiale”, mentre l’indicatore “Diritti civili ed eguaglianza difronte alla legge” tornano ai livelli della fine degli anni Sessanta. Anche la libertà accademica è in forte deterioramento. La componente elettorale “rimane stabile – per ora”: si continua a votare, mentre il sistema degrada nei diritti, nell’informazione e nella qualità della sfera pubblica. (In realtà, già nei primi mesi del 2026, in vista delle elezioni di midterm di novembre, anche la dimensione elettorale della democrazia americana mostra segnali di rapido deterioramento, come vedremo nei prossimi articoli).

In Europa orientale, Ungheria e Serbia sono ormai vicine all’autocrazia piena, mentre Slovacchia, Slovenia e Croazia sono in avanzata regressione democratica. In Ungheria l’indicatore “Libertà di espressione accademica e culturale” è in rapido declino; i media, concentrati nelle mani di oligarchi vicini a Orbán, sono sempre meno pluralisti e incapaci di “esaminare criticamente le decisioni e le azioni del governo”. Anche l’autonomia delle autorità elettorali è sotto pressione. Il contesto civile è ormai strutturalmente favorevole all’esecutivo.

L’Europa occidentale resta, insieme al Nord America, l’area più democratica, ma nel 2025 registra “il declino più evidente” e scende al livello più basso da oltre cinquant’anni. A trainare la regressione dello spazio civico euro-atlantico sono soprattutto Stati Uniti, Regno Unito e Italia

L’Italia rientra dunque a pieno titolo tra i new autocratizers e peggiora in particolare su due indicatori ambientali chiave: la pressione governativa sui media e la loro autocensura, di fatto “spontanea”, per evitare ripercussioni. Non siamo ancora al regime change, ma in una fase di deriva: il contesto si deforma, si contrae e si sbilancia, mentre le elezioni producono un esecutivo che si vuole “monarchico per volontà del popolo” e quindi legittimato a governare al di fuori di ogni controllo, istituzionale e civile. È in questo slittamento che l’Italia rischia di scendere sotto la soglia della democrazia liberale e di avviarsi verso l’autocrazia elettorale.

In conclusione

Messo insieme, il quadro disegnato dal rapporto V-Dem 2026 è obiettivamente preoccupante. L’autocratizzazione non coincide con una rottura improvvisa dell’ordine costituzionale. Più spesso avanza per logoramento: deforma lo spazio civile, altera l’equilibrio tra i poteri e concentra l’autorità nell’esecutivo senza abolire formalmente la democrazia elettorale, ma anzi utilizzando il voto popolare come fonte di legittimazione. E quando l’erosione della componente liberale diventa apertamente visibile, il processo è già più avanti di quanto si voglia ammettere.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

Supportaci

Difendiamo la Costituzione, i diritti e la democrazia, puoi unirti a noi, basta un piccolo contributo

Promuoviamo le ragioni del buon governo, la laicità dello Stato e l’efficacia e la correttezza dell’agire pubblico

Leggi anche

Newsletter

Eventi, link e articoli per una cittadinanza attiva e consapevole direttamente nella tua casella di posta.

×