Quando discutiamo di “riforma della giustizia” è importante chiarire subito una cosa, a dispetto degli slogan:
– non stiamo parlando della durata dei processi
– non stiamo parlando delle pene
– non stiamo parlando dell’organizzazione dei tribunali
– e neppure di un referendum pro o contro la magistratura
– e men che meno di un referendum sui partiti o sulla fiducia al governo
Il voto di domenica e lunedì ha come tema la Costituzione. E tutti i referendum costituzionali vanno a toccare, prima di tutto, l’assetto dei poteri dello Stato.
Stiamo parlando, in sostanza, di un voto che andrà a modificare l’architettura costituzionale della magistratura.
E l’architettura non riguarda l’efficienza: riguarda l’equilibrio dei pesi e dei contrappesi che servono a evitare concentrazioni di potere o interferenze tra poteri.
Qui non si interviene sull’efficienza dei processi. Si interviene sul progetto costituzionale. Quindi sulla ridistribuzione dei poteri che garantisce un sistema democratico. E lo si vuol fare non semplicemente spostando muri, ma intervenendo sulle travi portanti. E quindi dobbiamo chiederci se chi sta spostando quelle travi ha predisposto contromisure efficaci per evitare il crollo. La risposta, per me, è NO. Su tutti i punti della riforma.
Partiamo dalla separazione delle carriere, motivata da molti avvocati come ineludibile compimento della riforma dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. In realtà già oggi, grazie alle norme del Codice, accusa e difesa sono assolutamente pari nel processo. E il giudice è sicuramente più preoccupato a confezionare sentenze che reggano nei gradi successivi, piuttosto che compiacere i pm. Per superare questa evidenza, il riferimento va alla fase delle indagini preliminari, dove però né qui in Italia né da nessuna altra parte del globo potrà mai esserci una parificazione. Perché i ruoli sono diversi. Peraltro la cosiddetta riforma Cartabia ha aumentato il peso delle garanzie anche nella fase del procedimento.
Pm e giudici, oggi, respirano la stessa cultura giuridica: la ricerca di una sentenza giusta, non di una verità di parte. La loro separazione creerebbe una categoria di magistrati, quella dei pm, che finirebbe per perseguire la cultura dell’accusa i cui risultati si baserebbero sulle condanne.
Il Csm, con la Corte costituzionale, è un lascito che i Costituenti hanno voluto per garantire – non solo a parole – l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Un Consiglio Superiore della Magistratura sdoppiato, privato del potere disciplinare, ma soprattutto con la componente togata estratta a sorte si trasformerebbe in un organo costituzionale depotenziato e scarsamente efficiente. Con la scusa delle correnti, che non sono partiti politici ma associazioni di pensiero, la riforma di fatto (e paradossalmente, ma neanche troppo) dà più forza proprio ai partiti. Mentre i magistrati vengono estratti a sorte tra tutti, infatti, i membri laici saranno estratti da un mazzo scelto dalle Camere in seduta comune, peraltro (quasi sicuramente) con una maggioranza semplice e non più qualificata. Tradotto: l’estrazione avverrà esclusivamente tra candidati scelti dalla maggioranza di governo.
Anche peggiore il capitolo dell’Alta Corte Disciplinare, nuovo organo costituzionale incaricato di sanzionare i magistrati e per il quale viene prevista una maggiore incidenza della parte politica (con i membri laici che peseranno per i 2/5 contro 1/3 del Csm) mentre nulla viene detto sulla effettiva composizione dei singoli collegi di disciplina.
Ma davvero si sentiva il bisogno di una riforma così impattante sul potere giudiziario?
Ogni anno in Italia vengono definiti più di 3,5 milioni di procedimenti penali. Di questi finiscono a processo 1,4 milioni di fascicoli. Su questi numeri, quanti sono gli errori giudiziari? Ovvero, quanti innocenti sono i condannati definitivi che vengono poi scoperti essere innocenti? Le revisioni che finiscono con una sentenza che ribalta la condanna, negli ultimi 25 anni, sono state complessivamente 210. Il che significa che ogni anno abbiamo un tasso di errori giudiziari dello 0,00017%
Davvero questo tasso può giustificare la riscrittura della Costituzione?
Sento già l’obiezione: sì, però ogni anno in Italia abbiamo anche 800 casi di ingiusta detenzione, ovvero persone arrestate nel corso di indagine e poi assolte. Vero, ma a parte registrare il fatto che parliamo dell’1,1% del totale delle misure di custodia cautelari emesse ogni anno, il dato dimostra che il sistema è in grado di emendare gli errori.
Si cambia una Costituzione quando il sistema non funziona più, quando c’è un male endemico e strutturale da estirpare. Se invece il sistema dimostra di essere in grado di correggere gli errori, i correttivi devono essere cercati fuori dalla Costituzione. Procedere a cambiare l’architettura dei poteri dello Stato per casi remoti di ingiuste detenzioni e ancor più remoti di errori giudiziari è un po’ come volersi amputare un braccio per far fronte alla frattura di un dito della mano.
A meno che lo scopo non sia un altro.

