Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

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Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

Esecutivo contro magistratura. Lezioni americane (e le ragioni del nostro NO)

18 Marzo 2026

Ottorino Cappelli Docente politica comparata

Questo contenuto fa parte dello speciale Referendum Giustizia dell’osservatorio Autoritarismo

ⓒ Vignetta per il NO di Marilena Nardi

Pezzo conclusivo e riassuntivo della serie Trump e la “guerra a pezzi” contro la magistratura che abbiamo pubblicato nelle ultime cinque settimane. L’attacco ai giudici è parte di una strategia politica che è solo all’inizio. Negli Stati Uniti come in Italia.

Nelle democrazie contemporanee attraversate da spinte autoritarie, il conflitto con la magistratura è uno dei primi segnali di crisi istituzionale. Accade in Italia con la campagna di delegittimazione della “magistratura politicizzata”, come in molti altri paesi dove governi eletti accusano i giudici non allineati di ostacolare la volontà popolare.

Negli Stati Uniti la presidenza Trump ha portato questo scontro a un livello inedito. Non si tratta soltanto di polemiche contro decisioni sgradite. Finché il Congresso resta saldamente nelle mani del blocco MAGA, il potere giudiziario rappresenta di fatto l’ultimo contrappeso costituzionale alla concentrazione del potere presidenziale.

Ma il caso americano ha una specificità decisiva. La magistratura non è un corpo unico: è una costellazione di istituzioni inserite in una struttura federale che moltiplica i centri di potere e le occasioni di attrito con la Casa Bianca. Dentro questo sistema prende forma un mosaico di conflitti diversi: una vera e propria “guerra a pezzi” tra esecutivo e magistratura.

Indebolire la Corte Suprema

A prima vista, con la Corte Suprema il presidente sembrerebbe al riparo. Nove giudici nominati a vita, sei conservatori, tre scelti dallo stesso Trump. E infatti la ha quasi sempre deliberato in suo favore, soprattutto quando si è trattato di rafforzare il potere esecutivo. Ma anche una Corte “amica” può diventare un ostacolo quando la base giuridica di un atto presidenziale è troppo fragile. Lo si è visto con la bocciatura dei dazi punitivi imposti con poteri d’emergenza discutibili e senza il passaggio dal Congresso

Di fronte alla sconfitta Trump ha reagito con una doppia mossa: ha accusato rabbiosamente la Corte di compromettere la difesa della sicurezza nazionale e ha annunciato che aggirerà la sentenza riproponendo i dazi su basi giuridiche diverse. Così il punto di rottura non è stato raggiunto, ma la tensione resta altissima e l’esecutivo sembra deciso a forzare sempre più i limiti.

Il vero obiettivo del trumpismo, infatti, non è ottenere decisioni favorevoli, ma sottrarsi al principio stesso del controllo giudiziario sull’esecutivo. Per questo la destra giuridica che ispira la Casa Bianca ha rimesso in discussione la dottrina novecentesca della judicial supremacy, secondo cui la Corte suprema possiede l’ultima parola sull’interpretazione della Costituzione.

La dottrina alternativa sostiene che ogni ramo del governo possa rivendicare una propria lettura costituzionale. Il presidente potrebbe quindi continuare ad applicare la propria interpretazione anche dopo una decisione contraria della Corte — fatto salvo il caso specifico — contando sul fatto che la Corte non dispone di strumenti coercitivi diretti per imporre l’esecuzione delle proprie sentenze.

Combattere le “toghe rosse” federali

Il conflitto è ancora più forte con i tribunali federali, una spina nel fianco della Casa Bianca che li vede come covi di “militanti di sinistra” (left-wing activists). Qui operano circa 1.300 giudici nominati dai presidenti e in carica a vita, come i colleghi della Corte Suprema. Nel complesso questo corpo giudiziario è oggi sostanzialmente bilanciato tra nomine democratiche e repubblicane.

Non lo è però il contenzioso che li attiva. Chi impugna una decisione del governo federale ha un’ampia scelta di tribunali cui rivolgersi e tende a praticare il forum shopping. Organizzazioni politiche, governi statali e gruppi di pressione cercano di indirizzare le cause verso tribunali ritenuti più sensibili alle proprie argomentazioni, cioè dove siedono giudici nominati da presidenti di un colore politico diverso da quello dell’esecutivo in carica.

Se guardiamo alle ordinanze che sospendono politiche governative ritenute illegittime, vediamo che durante il primo mandato Trump quasi tutte provenivano da giudici nominati da presidenti democratici; sotto Biden accadeva l’opposto, perché i ricorrenti presentavano le cause in tribunali dove prevalevano giudici di nomina repubblicana.

Lo stesso meccanismo opera anche oggi. La valanga di ricorsi contro il governo, indirizzati ai tribunali “giusti”, ha prodotto una lunga sequenza di decisioni sfavorevoli. Da qui la convinzione della Casa Bianca di trovarsi di fronte a una magistratura politicizzata e ostile.

Il problema insomma esiste, ma è sistemico e va oltre la supposta opposizione giudiziaria all’attuale amministrazione. È la natura stessa del contenzioso federale a produrre decisioni sfavorevoli al governo in carica; la reazione aggressiva di Trump non fa che esasperare il conflitto.

Immagine generata con AI

L’uso politico della giustizia

La politicizzazione compie un salto con le magistrature elettive: circa trentamila giudici locali e i procuratori — cinquanta Attorney General statali e oltre duemila District Attorneys — eletti nei loro territori. Nel confronto con Washington non sono soltanto interpreti della legge, ma titolari di un mandato rappresentativo autonomo, concorrente con quello del Presidente perché fondato anch’esso sul voto. 

L’appartenenza partitica non è sempre dichiarata, ma emerge nei programmi elettorali e riflette la geografia politica degli Stati. I procuratori statali, in particolare, sono spesso veri leader politici e il loro ufficio rappresenta non di rado un trampolino verso carriere pubbliche successive.

Il conflitto appare ancora più evidente nella struttura duale dell’azione penale americana. Accanto alle procure statali e locali operano gli U.S. Attorneys: procuratori federali nominati dal Presidente nei 94 distretti federali, dipendenti dal Dipartimento di Giustizia e incaricati di attuare la politica giudiziaria dell’esecutivo. La polarizzazione è strutturale. Non deriva da una generica politicizzazione dei procuratori, ma dal fatto che rispondono a livelli diversi del sistema federale, fondati su criteri opposti di legittimazione: nomina presidenziale da un lato, elezione diretta dall’altro.

L’amministrazione Trump II ha sfruttato apertamente questa struttura. Il Department of Justice ha invitato i procuratori federali ad avviare azioni penali contro i “nemici” del Presidente: la cosiddetta weaponization, l’uso della giustizia penale come arma politica.

Gli esempi non mancano. C’è l’arresto in aula della giudice Hannah Dugan, eletta con il Partito democratico in Wisconsin, incriminata per aver ostacolato un arresto dell’ICE aiutando un imputato messicano a lasciare il palazzo di giustizia da un’uscita secondaria. C’è il tentativo di incriminare per frode immobiliare l’Attorney General di New York Letitia James, esplicita vendetta contro una delle più accanite avversarie del Presidente, che nel 2023 aveva ottenuto la condanna della Trump Organization per illeciti finanziari. E c’è il caso dei sei parlamentari democratici — tutti veterani delle forze armate o della comunità di intelligence — accusati di incitamento all’insubordinazione militare per aver ricordato in un video rivolto ai soldati il dovere di rifiutare ordini illegali.

Ma la pressione va oltre questi casi. Il Department of Justice ha ipotizzato accuse di ostruzione alla giustizia contro governatori e procuratori statali che rifiutano di allinearsi alle priorità del governo, soprattutto su immigrazione, ordine pubblico e regole elettorali. E alla pressione giudiziaria si è aggiunta la minaccia di ridurre i fondi federali destinati alla giustizia.

Contraccolpi dal basso 

La reazione è arrivata dai territori. Una rete di procuratori statali e locali elettivi ha iniziato a coordinare azioni giudiziarie contro Washington. Questa rete combina una visione progressista della giustizia — meno centrata sul carcere, più severa con la polizia e attenta alle radici sociali della criminalità — con la difesa dell’autonomia costituzionale degli Stati dall’ingerenza federale.

Da qui la nascita della coalizione Fight Against Federal Overreach (FAFO), che riunisce anche procuratori politicamente più moderati ma ugualmente preoccupati per l’espansione dei poteri federali. Il loro principale argomento giuridico è la dottrina dell’anti-commandeering, secondo cui il governo federale non può costringere Stati e città a utilizzare le proprie istituzioni per applicare politiche penali decise a Washington. La giustizia penale diventa così uno dei principali campi di battaglia del federalismo americano.

In questo contesto emerge infine un fenomeno inatteso. Alcune grand jury — giurie popolari chiamate a verificare l’esistenza di una base probatoria sufficiente per sostenere l’accusa — iniziano a rifiutare incriminazioni percepite come giuridicamente fragili o apertamente politiche. È accaduto in due dei casi appena citati: quello della presunta frode immobiliare attribuita a Letitia James e quello di incitamento all’insubordinazione militare contro i sei parlamentari democratici.

È quasi un’anomalia nel funzionamento dell’istituto. Storicamente la Grand Jury, che dovrebbe funzionare come filtro civico contro l’abuso del potere penale, ha quasi sempre ratificato le richieste della procura consentendo l’avvio del procedimento. Oggi invece, proprio nel momento di massima pressione presidenziale sull’azione penale, assume il ruolo immaginato dai costituenti: non il braccio della procura, ma un freno popolare all’uso politico del potere accusatorio.

Tutto questo dice molto sul livello di polarizzazione del sistema politico americano — e forse anche sui limiti del consenso che circonda l’azione dell’esecutivo.

Un conflitto destinato a intensificarsi

Gli Stati Uniti si trovano dentro un conflitto strutturale tra il progetto politico di un esecutivo forte, con tratti apertamente autoritari, e un sistema giudiziario a sua volta politicizzato ma ambiguo: in parte strumento, in parte argine del progetto autoritario.

Da un lato il caso americano rientra in un fenomeno più ampio. Nelle democrazie attraversate da spinte illiberali, la delegittimazione della magistratura come un potere ostile e il tentativo di riportarla sotto il controllo dell’esecutivo sono ormai un tratto ricorrente.

Dall’altro lato, però, questa dinamica incontra negli Stati Uniti una struttura istituzionale particolare. Il federalismo e la pluralità delle fonti di legittimazione distribuiscono il potere giudiziario tra livelli diversi dello Stato. È proprio questa frammentazione a rendere il conflitto più aspro, ma anche più difficile da risolvere a favore di un unico centro di potere.

Se la rivoluzione trumpiana fa davvero sul serio, la “guerra a pezzi” contro la magistratura è solo all’inizio

Immagine generata con AI

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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