Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

Vota NO al referendum sulla riforma Nordio

Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

I passaggi di soglia che ci precipitano nella “democrazia decidente” di Meloni

13 Marzo 2026

Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice

Questo contenuto fa parte dello speciale Referendum Giustizia dell’osservatorio Autoritarismo

L'incontro per il NO in Sala dei Notari, Perugia.

Continue spallate comunicative, passaggi di soglia che introducono parole e concetti destinati a farsi senso comune e, una volta rotti gli argini, politiche di governo. La campagna elettorale della destra, e del Sì, vuole cambiare la Costituzione e anche il vocabolario.

Le ragioni di fondo del nostro “no” alla riforma costituzionale della magistratura – quelle che maggiormente attengono alla difesa della democrazia nel nostro paese – hanno avuto modo di delinearsi e confermarsi nel corso degli ultimi tre mesi di fronte alla chiarezza delle argomentazioni addotte, consapevolmente e inconsapevolmente, dall’esecutivo, che pure affermava di non voler “politicizzare” il voto su una legge di revisione che tocca ben sette basilari articoli della Carta. In una morsa implacabile, la maggioranza ha condotto una campagna mediatica campale contro i giudici e ha messo a punto un apparato normativo che – dal nuovo pacchetto sicurezza al ddl antisemitismo – è concepito per fornire ulteriori reati da perseguire a Pubblici Ministeri che il governo immagina ridotti a docili strumenti delle sue politiche securitarie. Non pago, l’esecutivo ha presentato un progetto di legge elettorale capace di assicurare alla maggioranza una presa del potere inscalfibile in vista della successiva legislatura, a cui spetterà il compito di esprimere il prossimo Capo dello Stato. Si compirebbe così la marcia verso il premierato promesso da Fratelli d’Italia in campagna elettorale e annunciato dalla presidente del Consiglio come “madre di tutte le riforme” il 3 novembre 2023, quando il Consiglio dei ministri approvò il disegno di legge costituzionale che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio, approvato in prima lettura dal Senato nel giugno 2024 e prossimo a compiere il suo iter parlamentare.

La logica populista del leader eletto per plebiscito, al riparo dalle sentenze avverse di una magistratura vissuta come intralcio, quando non come nemico, ha bisogno della riforma della giustizia come varco strutturale aperto nella Costituzione e di una pratica discorsiva che si faccia senso comune, prima ancora che della compiuta mortificazione dei due poteri – il legislativo e il giudiziario – che, nelle democrazie costituzionali, hanno il compito di bilanciare e contenere il potere dell’esecutivo. Una continua inoculazione che lasci intendere che leggi e giustizia discendono dal leader.

Più ancora dell’immagine di “plotone d’esecuzione” che la capo di Gabinetto del ministero della Giustizia Bartolozzi ha riservato ai giudici, seppur scandalosa nella sua rozzezza, è da meditare l’affermazione fatta dalla presidente del Consiglio durante un’intervista: «Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza. Immigrazione e sicurezza viaggiano su tre livelli: le leggi “messe a disposizione” anche dal governo, il lavoro delle Forze dell’ordine, e la magistratura che faccia rispettare le leggi». 

In queste stringate parole non è contenuta solo una descrizione precisa della morsa autoritaria che si intende consolidare tra riforma della magistratura e gestione dell’ordine pubblico, inteso in particolare come sicurezza e controllo della migrazione, ma anche la formulazione rivelatrice di leggi “messe a disposizione dal governo”, si suppone nella consueta forma di decreti legge ratificati, più che emendati e discussi nell’iter parlamentare. E a disposizione di chi? Dei PM “ricondotti”, come più volte è stato detto dall’esecutivo, grazie alla riforma della giustizia. 

È sul piano linguistico che è utile guardare ai trascorsi mesi di una campagna elettorale fatta di continue spallate comunicative, passaggi di soglia che hanno introdotto parole e concetti destinati a farsi senso comune e, una volta rotti gli argini, politiche di governo. 

Da ultimo, la battuta di spirito fatta dalla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo l’assassinio compiuto a Rogoredo dal poliziotto Cinturrino: «Io mi rifarei a quello che diceva Giorgio Almirante ai tempi del terrorismo: se il terrorista è di sinistra chiedo la pena di morte, se il terrorista è di destra chiedo una doppia pena di morte». Con il risultato di introdurre nell’ordine del discorso, sotto le sembianze di un paradosso, la normalizzazione della pena di morte, la citabilità aneddotica di Almirante e la legittimazione della politica a emettere sentenze sostituendosi alla complessità delle garanzie necessarie al giudizio. E’ così che si impoverisce la stratificazione di significati delle parole fino a renderle pietre scagliate contro il nemico in un continuo Armageddon simbolico. «Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà» nel caso non passasse la riforma. Un fuoco d’artificio che inclina alla trivialità semantica, che è anche trivialità politica. È in questo corto circuito che, assieme all’equilibrio e al bilanciamento dei poteri, si rompono gli argini linguistici. Le due cose precipitandoci verso quella che Giorgia Meloni nel 2024 chiamò «democrazia decidente» e Viktor Orbán, nel 2014, «democrazia illiberale». Ossimori che vorremmo evitare di veder realizzati. Affermando con chiarezza i nostri “No”. Il primo dei quali il 22 e 23 marzo.

Scrittrice, saggista e presidente di Libertà e Giustizia. Si occupa da anni di razzismo e dei totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.

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