Referendum e politica: la crescita del No

04 Marzo 2026

Mauro Volpi Costituzionalista

Articolo pubblicato su Micropolis
Mauro Volpi, 4 Mar 2026

Titolo originale Referendum e politica: la crescita del No

Questo contenuto fa parte di uno speciale Referendum Giustizia

È un insieme di fattori, ad aver fatto crescere la consapevolezza di chi boccia la riforma Nordio. Uno dei più importanti è la mobilitazione sui territori, nei grandi, nei medi e nei piccoli comuni. E la moltiplicazione di incontri in ogni sede. Oltre a un fronte del NO tra gli avvocati, inizialmente fatti invece passare in blocco come sostenitori del disegno del governo.

Il 13 febbraio in un’intervista al Corriere della Sera Arianna Meloni ha detto che il referendum “non è un voto su Giorgia Meloni come qualcuno vorrebbe far passare”. Il bisogno di dichiarare di nuovo che il Governo non si dimetterà deriva dalla crescita nei sondaggi del No che rende altamente incerto l’esito del voto. Ma la Presidente del consiglio si trova in una evidente contraddizione tra spoliticizzazione del referendum per mettere al sicuro il Governo e partecipazione personale alla campagna elettorale per spingere a votare gli elettori di destra meno fidelizzati, partecipazione invocata da alcuni luogotenenti e anche da qualche “sinistro” per il Sì (sic!). Certamente punterà a una mobilitazione del partito, fondata su un vademecum contro i magistrati (che metterà insieme di tutto da Garlasco ai bambini del bosco, alle “toghe rosse” che scarcerano i violenti  prendono decisioni non gradite al Governo) e che potrebbe alla fine non escludere una o due apparizioni finali. Ovviamente saranno mobilitate le televisioni, anche presentando Nordio, cofirmatario insieme a Meloni del disegno di legge, come un’autorità istituzionale che sfugge ai limiti imposti da rispetto della par condicio.

Intanto va sottolineata la novità rappresentata dall’ordinanza del 6 febbraio dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione, che nel legittimare le oltre cinquecentomila firme raccolte, ha smentito la sentenza farlocca del Tar del Lazio, affermando la piena valenza dell’iniziativa popolare, non inferiore a quella delle precedenti richieste di origine parlamentare, e correggendo il quesito del referendum nel senso voluto dai promotori che trattandosi di una legge di revisione costituzionale doveva indicare gli articoli della Costituzione che verrebbero ad essere modificati. Naturalmente esponenti e giornali della destra hanno utilizzato il solito manganello mediatico accusando la Cassazione di “colpo di stato” e di non essere imparziale. Comunque il 7 febbraio il Consiglio dei ministri ha modificato il quesito, ma ha mantenuto la data del 22/23 marzo, cui ha fatto seguito la sera stessa il decreto del Presidente della Repubblica. Per la verità la data avrebbe dovuto essere spostata al fine di garantire ai promotori della richiesta popolare il termine di cinquanta giorni previsto per lo svolgimento della campagna referendaria. Il comitato promotore, ormai assimilabile a un potere dello Stato, avrebbe potuto eccepire tale anomalia procedurale sollevando un conflitto di attribuzione di fonte alla Corte costituzionale, ma non l’ha fatto ritenendo non opportuno un atto che avrebbe investito non solo la delibera governativa ma anche il decreto presidenziale.

La campagna per il Sì ha fatto ricorso a  toni violenti e atti intimidatori. In ciò ha brillato il ministro Nordio, che, dopo aver chiarito nelle interviste e nel libro sulla giustizia appena pubblicato la finalità perseguita di lasciare “libertà di azione” al Governo, impedendo il controllo di legalità del potere giudiziario, è arrivato ad accusare di “blasfemia” chi teme per l’indipendenza della magistratura come se la legge approvata dal Parlamento sotto la dettatura del Governo abbia la valenza di un testo sacro, ha attaccato la magistratura che si permette di usare il troyan per intercettare i corruttori che hanno ricevuto “una modestissima mazzetta” e ha accusato il Consiglio superiore della magistratura e le correnti di avere dato vita ad un “meccanismo para-mafioso”, suscitando la reazione del Capo dello Stato/Presidente del Csm in difesa di un organo “di rilievo costituzionale”. Inoltre ha esortato il comitato per il Sì presieduto dal penalista Spangher a denunciare l’Associazione nazionale magistrati per gli striscioni che denunciano il pregiudizio per l’indipendenza della magistratura per “notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, uno dei reati più fascisti del codice Rocco. Nella stessa direzione è andata la censura sui social imposta a Barbero, reo di avere spiegato con pacatezza e con chiarezza le ragioni del suo No. Da parte sua il ministro Tajani ha messo in discussione la disponibilità diretta da parte dei magistrati della polizia giudiziaria, che si troverebbe quindi a compiere le indagini sotto la direzione dei vertici ministeriali. Infine la maggioranza parlamentare ha respinto la richiesta dell’opposizione di far votare gli elettori fuori sede, come è avvenuto nei recenti referendum abrogativi e nelle ultime elezioni europee; si tratta di circa cinque milioni di elettori, studenti e lavoratori, ai quali viene negato l’esercizio di un diritto con la scusa dell’inesistenza dei tempi tecnici, ma in realtà per il timore che la maggioranza degli interessati potrebbe votare No. 

La crescita del No è dovuta, oltre alle iniziative del Comitato “Giusto dire No” dell’Anm, alla costituzione nelle province, comprese quelle di Perugia e di Terni, in molte città e anche nei centri minori dei Comitati per il No della società civile, che fanno riferimento a quello nazionale presieduto da Giovanni Bachelet, su iniziativa di  numerosissime associazioni  e dei partiti di sinistra e progressisti (Pd, Avs, M5S, Rifondazione comunista) e infine alla nascita di Comitati di avvocati per il No con numerose adesioni a partire da quello di Milano.

Quel che può fare la differenza è spiegare ai cittadini le ragioni del NO, consistenti non nel sostegno a una corporazione, ma nella difesa dei loro diritti e dell’eguaglianza di fronte alla legge e alla giustizia, principi pregiudicati da una politica penale del Governo e della maggioranza che è sempre più forte con i deboli (poveri, migranti, lavoratori impoveriti e in lotta per  condizioni di lavoro e salariali più degne, ambientalisti, dissidenti) e debole con i forti (uomini politici autori di reati, corrotti e corruttori, colletti bianchi e poteri forti). Provo quindi a porre in forma interrogativa le motivazioni per il No da presentare agli elettori:

1) A cosa serve una legge, che non incide su nessuno dei problemi di funzionamento della giustizia a cominciare dalla eccessiva durata dei processi, se non, come dichiarato da Nordio e Meloni, a garantire al Governo “libertà di azione” e quindi di commettere atti illegali senza possibilità per i magistrati di intervenire a tutela dei diritti personali e sociali?

2) Pensate che i diritti delle persone sarebbero meglio garantiti dal servizio giustizia con una separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri che trasformerebbe i secondi in inquisitori impegnati a ottenere la condanna degli imputati, o, come avviene oggi, da una distinzione delle funzioni che mantenga la natura dei p.m. come magistrati che devono tenere conto anche delle prove a discarico fino a chiedere l’assoluzione dell’imputato?

3) Il funzionamento di una giustizia uguale per tutti sarebbe favorito o danneggiato dalla divisione dell’attuale Csm in tre organi (un Consiglio per i giudici, uno per i p.m. e un’Alta Corte disciplinare), che, oltre a triplicare i costi per il loro funzionamento, indebolirebbe l’indipendenza e l’autonomia della magistratura nei confronti della politica e dei poteri forti e a scapito dei più deboli e degli interessi sociali?

4) La sostituzione del sorteggio all’elezione da parte di tutti i magistrati per la scelta di quelli che faranno parte dei tre organi, quindi scelti per caso, non rappresentativi né responsabili, isolati e esposti ai condizionamenti esterni della politica e di forti interessi privati, indebolirebbe il governo autonomo della magistratura e quindi il diritto dei cittadini di avere giudici e p.m. realmente indipendenti? E il peso della componente togata non sarebbe più ridotto rispetto a quella di professori e degli avvocati che sarebbero estratti da un paniere scelto dal Parlamento senza che sia prevista una maggioranza qualificata per indicarli e quindi potenzialmente espressione solo della maggioranza politica e del Governo in carica?

5) Non pensate che l’approvazione di una legge che modifica sette articoli della Costituzione, cambiando in modo drastico l’assetto della magistratura, spianerebbe la strada, come preannunciato da Meloni, ad altri cambiamenti costituzionali, come l’elezione popolare di un Presidente del consiglio che dominerebbe sul Parlamento e svuoterebbe i poteri del Presidente della Repubblica, violando la separazione e l’equilibrio tra i poteri, e l’attuazione della democrazia differenziata proposta da Calderoli che darebbe più competenze e risorse a quattro Regioni del Nord in materie fondamentali (sanità, protezione civile, professioni, previdenza complementare) a scapito di tutte le altre compresa l’Umbria?  Non sarebbe invece doveroso dare attuazione alla Costituzione, ai principi e ai diritti in essa contenuti, che produrrebbero un paese migliore e meno diseguale?

In definitiva un voto di testa e non di pancia dei cittadini non potrebbe che respingere una controriforma che fa parte di un progetto di smantellamento della Costituzione e di indebolimento dei contropoteri e dei diritti delle persone.

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