Trump e la “guerra a pezzi” contro la magistratura. Secondo pezzo: i giudici federali

19 Febbraio 2026

Ottorino Cappelli Docente politica comparata

Questo contenuto fa parte di Osservatorio Autoritarismo

È uno squilibrio dei Poteri, quello che sta avvenendo negli Stati Uniti: da una parte il Governo sempre più forte e dall’altro la Giustizia sempre più frammentata, con la messa in discussione del principio di uguaglianza e dei diritti costituzionali.

L’Amministrazione assediata dalle toghe

«Questa amministrazione è stata citata in giudizio 627 volte. Abbiamo affrontato un flusso ininterrotto di ordini restrittivi temporanei emessi in malafede da giudici attivisti liberal in tutto il Paese. L’America non ha mai visto un livello simile di opposizione giudiziaria coordinata contro un’amministrazione presidenziale».
Così, recentemente, il Ministro della Giustizia e Procuratore Generale degli Stati Uniti Pam Bondi. E non ha tutti i torti. Detto in altro modo, la magistratura è emersa come il principale argine al superpresidenzialismo trumpiano. Vediamo meglio.
La cifra di 627 cause non è verificabile. Ma un indicatore solido sono le multistate lawsuits: ossia cause coordinate tra Stati: azioni legali promosse congiuntamente da più Procuratori Generali contro il governo federale. Furono 76 negli otto anni di Bush, 80 sotto Obama, 160 nel primo mandato Trump, circa 140 con Biden. Nel solo primo anno del Trump II sono già 50: più del doppio della media annuale delle presidenze precedenti. Negli ultimi dieci anni la conflittualità coordinata è cresciuta sotto entrambi i partiti, accelerando nettamente nell’ultima fase.
Lo stesso vale per le sconfitte giudiziarie. L’indicatore qui sono le nationwide injunctions, o ingiunzioni nazionali: ordinanze che sospendono una politica federale su tutto il territorio dell’Unione. Non derivano solo da cause coordinate tra Stati, ma anche da ricorsi di singoli Stati, associazioni o privati. Furono meno di 10 con Bush, meno di 20 sotto Obama. Con il Trump I salgono a circa 60; con Biden restano elevate (una trentina). Nei primi sei mesi del Trump II se ne contano 34: quasi 14 volte la media annuale delle quattro presidenze precedenti.
Insomma, se oggi l’amministrazione si sente assediata, non è solo retorica del vittimismo. Il contenzioso è diventato strutturale e molte corti federali tendono a dare ragione ai ricorrenti, di qualunque parte politica siano (vedi figura).

La politicizzazione sistemica della magistrtatura americana

Negli Stati Uniti la politicizzazione della magistratura è inscritta nel sistema. I Procuratori Generali statali sono in larga parte cariche elettive: figure di partito che usano il contenzioso contro Washington anche come leva politica, talvolta come trampolino verso il governatorato o il Senato.
Per i giudici federali il discorso è diverso. Sono circa 1.300, distribuiti in 94 tribunali di primo grado e 13 Corti d’Appello. Sono nominati dal Presidente, confermati dal Senato e restano in carica a vita, come i giudici della Corte Suprema. Il mandato vitalizio può riflettere l’impronta del presidente nominante, ma nel lungo periodo garantisce autonomia dal governo in carica. Il corpo giudiziario attuale, frutto di oltre quarant’anni di nomine, è sostanzialmente bilanciato tra giudici scelti da presidenti democratici e repubblicani.
L’allineamento politico di questi giudici è evidente. Durante il primo mandato Trump il 92% delle ingiunzioni nazionali contro l’amministrazione proveniva da giudici di nomina democratica; sotto Biden il 100% proveniva da giudici di nomina repubblicana. È un segnale della polarizzazione del sistema.
In tale contesto, la scelta della sede dove si esaminerà il contenzioso – e dunque, indirettamente, del giudice che riceverà il fascicolo – diventa decisiva. Una causa può essere depositata in un qualsiasi distretto giudiziario dove la misura contestata produce effetti o dove c’è una sede locale dell’agenzia federale che la applica. Spesso esistono dunque più tribunali potenzialmente competenti, il che consente ai ricorrenti di praticare il cosiddetto forum shopping: scegliere il foro ritenuto più favorevole. La tattica è molto praticata. I procuratori degli Stati a guida democratica tendono a rivolgersi a distretti con una maggioranza di giudici di nomina democratica, tipico il caso del Northern District of California. Quelli di Stati a maggioranza repubblicana privilegiano ambienti conservatori come il Quinto Circuito, che comprende il Texas. In altrte parole, la politicizzazione è incorporata nella procedura.

Esecutivo contro magistratura: lo scontro costituzionale

È interessante notare che quando i casi giungono alla Corte Suprema, il quadro cambia. L’attuale Corte – con sei giudici su nove nominati da presidenti repubblicani – ha spesso finito per dare ragione all’amministrazione federale, indipendentemente dal colore politico del presidente. Al vertice lo scontro non è puramente partitico ma costituzionale: la linea prevalente è rafforzare l’esecutivo e limitare il potere di blocco dei giudici di primo grado.
Infatti di fronte all’esplosione del contenzioso nel Trump II, la Corte è intervenuta in via d’urgenza, consegnando al governo quella che Donald Trump ha definito una “vittoria monumentale». Ha limitato il potere dei giudici federali di emettere ingiunzioni nazionali con efficacia erga omnes, stabilendo che la sospensione disposta da un tribunale vale solo nella sua giurisdizione e nei confronti dei ricorrenti. La decisione è stata adottata lungo linee ideologiche: nella sua opinione dissenziente, la giudice Ketanji Brown Jackson ha parlato di «una minaccia esistenziale allo stato di diritto». Dal canto suo il vicecapo di gabinetto Stephen Miller – uno dei consiglieri giuridici più ascoltati da Trump – ha esultato per la sconfitta dei «giudici marxisti».
La partita, però, non è chiusa e il contenzioso tende a spostarsi su canali procedurali diversi.
Il primo sono le “azioni collettive” (class actions): un gruppo ristretto agisce per conto di un’intera categoria; se il giudice riconosce la “classe”, la decisione vale per tutti i suoi membri. L’effetto può essere nazionale, ma limitato alla categoria coinvolta.
Un secondo canale sono le cosiddette “cause associative” (associational standing), in cui un’associazione agisce in giudizio per conto dei propri membri. Anche qui l’efficacia della sentenza può estendersi su scala nazionale, ma riguarderà solo la platea rappresentata, non l’intero corpo dei cittadini.
Restano infine le azioni legali politicamente più dirompenti, quelle promosse direttamente dagli Stati in base al loro diritto costituzionale di difendere i diritti dei propri cittadini (state plaintiff suits). In questo caso una misura giudiziaria di sospensione si estende a chiunque rientri nei confini dello Stato ricorrente. Si creano così politiche federali valide in alcuni Stati e bloccate in altri, a seconda degli orientamenti politici e giudiziari locali.

La conseguenza di tutto ciò è una crescente frammentazione del diritto: l’uniformità delle regole si indebolisce, mentre si accentuano le differenze territoriali. Ne risulta compromesso il principio di eguaglianza davanti alla legge e arretra la tutela di diritti di rango costituzionale — cittadinanza per nascita, habeas corpus, giusto processo. Così, mentre l’esecutivo si rafforza alterando l’equilibrio tra i poteri, la coesione del sistema federale tende ad incrinarsi. In un paese che ha conosciuto una devastante guerra civile, il rischio di queste fratture non può essere sottovalutato.

Ottorino Cappelli è docente di Politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale.

Il suo ultimo libro, edito il 1 gennaio 2026 da Editoriale scientifica, è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono dove ci portano.

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