La legge di revisione costituzionale sulla Giustizia (Riforma Nordio) si inserisce in un più ampio progetto di ridefinizione illiberale della democrazia nel nostro paese.
Non si tratta infatti solo della manifesta volontà di umiliare l’autonomia della magistratura separandone le funzioni e affidando a una grottesca estrazione a sorte la composizione del Consiglio superiore che è il suo organo di autogoverno, ma anche di ridurre la natura della giurisdizione al servizio dei diritti dei cittadini della magistratura, per esaltare quella repressiva.
Si pensi solo che il Pubblico ministero (PM) – magistrato con funzione di indagine, a differenza del giudice, che è magistrato con funzione giudicante – cesserebbe di essere una figura tenuta a cercare la verità dei fatti, e dunque non solo a tener conto degli elementi a carico ma anche quelli a discarico dell’indagato, prima di decidere l’eventuale azione penale.
Verrebbe di fatto, in tal modo, sospinto a sostenere le indagini degli apparati di polizia che eseguono le operazioni investigative, anziché esercitare il proprio autonomo potere di indagine.
Il PM non tanto verrebbe separato dal giudice (questo è un obiettivo già raggiunto grazie alla separazione sostanziale delle funzioni), quanto separato dalla cultura della giurisdizione – cioè dal modo di pensare e di lavorare tipico di chi amministra la giustizia in modo imparziale – che deve essere il carattere di tutto l’ordine della magistratura. Si persegue dunque l’obiettivo di formare un PM dalla parte della polizia, non questa alle dipendenze della giustizia.
Ciò che preoccupa, inoltre, è il clima entro cui si afferma la riforma, approvata dalle Camere in un contesto di crescente restrizione delle libertà di espressione e di manifestazione. Dal decreto anti-rave al decreto Caivano, dal decreto sicurezza divenuto legge nel maggio 2025 al secondo pacchetto sicurezza predisposto dal Viminale – che ha ora assunto le forme di un decreto legge e di un parallelo disegno di legge – che, criminalizzando preventivamente studenti e giovani, visti come categoria pericolosa in sé, mira a istituire il fermo preventivo per manifestanti “sospettati di costituire un pericolo”, a dare ai prefetti la facoltà di istituire zone rosse, a introdurre lo scudo penale per le forze di polizia rendendo più difficile contestare reati come lesioni o abuso d’ufficio durante manifestazioni e operazioni di gestione dell’ordine pubblico.
Questi interventi, presentati come risposte emergenziali, rischiano di produrre una torsione democratica: più poteri concentrati, meno garanzie, meno spazi di partecipazione, chiusura dei centri sociali.
Quando si limitano i diritti, si irrigidiscono le risposte penali e si indeboliscono i contrappesi istituzionali, la democrazia si assottiglia. Siamo di fronte a un disegno complessivo che rischia di alterare il volto della nostra democrazia, spostando l’asse dai diritti al controllo repressivo del dissenso.
Modalità già in atto, riconoscibili nell’uso sproporzionato della forza in alcune manifestazioni a sostegno della Global Sumud Flotilla; negli avvisi di conclusione delle indagini preliminari da parte della Procura di Massa nei confronti di 37 partecipanti allo sciopero generale per Gaza del 3 ottobre scorso; nella criminalizzazione delle ONG dedite al soccorso in mare, accusate di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina; nei daspo urbani comminati a numerosi eco-attivisti; nella minaccia di un’accusa per blocco stradale agitata contro le migliaia di lavoratori che hanno manifestato pacificamente a Bologna lo scorso 20 giugno.
È dunque evidente che la riforma Nordio non riguarda solo le sorti della magistratura ma quelle di tutti i cittadini, in particolare di quelli a cui sono più direttamente indirizzate le misure di ordine pubblico.
In questo clima la magistratura ha operato nella sua autonomia. Non sempre riuscendo a garantire i diritti, ma spesso rappresentando un limite all’arroganza del potere repressivo.
È così che abbiamo visto giudici opporsi alla costituzione di centri per il rimpatrio in Albania, all’applicazione del reato di favoreggiamento dell’immigrazione per le Ong, al divieto governativo di sbarcare migranti e profughi nei porti di prima accoglienza, sottoposti a gogna mediatica, descritti come “toghe rosse”, accusati di impedire l’azione di governo. Così come abbiamo visto la Corte dei conti – accusata di “invasione di campo” per aver sollevato pesanti rilievi sulla realizzabilità del progetto governativo del ponte sullo Stretto – venir riformata nelle sue funzioni con un disegno di legge approvato nel gennaio 2026.
È per questo che a tutela delle nostre libertà civili, è necessario difendere l’indipendenza della magistratura prevista dai Costituenti, che accortamente hanno costruito un bilanciamento dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario proprio perché non potesse più accadere, come era prassi nel regime fascista, che il governo fosse nelle condizioni di guidare, sorvegliare e sanzionare la magistratura a seconda dei propri indirizzi politici.
Cosa accadrebbe a chi, sottoposto a processo, vedesse la propria libertà nelle mani di inquirenti e giudici disponibili a prendere ordini, e che addirittura possono essere puniti, dal governo? O a chi si vedesse oggetto da parte di un Pubblico ministero trasformato in “superpoliziotto” – senza controlli e contrappesi reali, legittimato a dirigere la polizia giudiziaria fuori dalla dialettica tra funzione requirente e giudicante all’interno della magistratura – di indagini preventive usate come strumento di pressione o deterrenza, destinate magari dopo anni ad archiviazione o assoluzione, ma con effetti immediati come perquisizioni, intercettazioni, misure cautelari, adottate prima di una qualsivoglia sentenza?
L’autonomia della magistratura è anche il presupposto necessario per poter finalmente riformare il sistema giudiziario per renderlo più sensibile alle ragioni dei diritti di chi non ne ha e meno sensibili alle pretese di chi ha solo l’arroganza del potere.
È su questa base che come associazioni promotrici del Comitato della società civile per il No al referendum sulla riforma Nordio, proponiamo ai movimenti per la pace e il disarmo, per il clima e la giustizia ambientale, per i diritti civili, il diritto all’abitare e una diversa idea di città, una giornata di confronto contro la riforma Nordio e a favore dei diritti sociali da garantire entro un sistema di giustizia realmente attento alle libertà di tutti e di ciascuno.

