Nei prossimi mesi Donald Trump continuerà a riversare nel sistema informativo un flusso in apparenza incoerente di dichiarazioni e provocazioni. È la strategia del “flood the zone” teorizzata da Steve Bannon: saturare lo spazio mediatico fino a far sovrapporre “truth” e “fake”, disorientando il pubblico mentre la Casa Bianca mantiene l’iniziativa.
L’analisi deve sottrarsi alla trappola: occorre isolare due filoni e seguirli con metodo, assumendo che il resto – per quanto rumoroso – vi confluisca. La nostra proposta per un “America Watch” da qui alle elezioni di novembre è questa.
I due filoni da seguire
Il primo riguarda appunto le midterm di novembre. Trump non può permettersi di perderle: un Congresso non allineato recupererebbe margini di autonomia e tornerebbe lo spettro dell’impeachment. Una Camera democratica potrebbe avviarlo, e qualcuno non esclude che al Senato si costruisca la maggioranza dei due terzi necessaria per renderlo effettivo. Certo, formalmente la Presidenza passerebbe a J. D. Vance, ma è incerto come il trumpismo reagirebbe alla rimozione anticipata del suo leader. Da qui l’imperativo: garantire un Congresso politicamente controllabile, a qualsiasi costo.
Il secondo filone è lo scontro con la magistratura, oggi l’unico vero argine all’agenda autoritaria presidenziale. Non solo la Corte Suprema, la cui maggioranza conservatrice potrebbe incrinarsi su dossier sensibili (dazi, immigrazione, ordine pubblico, norme elettorali), ma anche i tribunali federali inferiori, con centinaia di giudici nominati a vita, e le migliaia di magistrati elettivi che costituiscono la base del sistema giudiziario. Un mosaico che un esecutivo deciso a ridurre ogni spazio di controllo deve smontare e disciplinare pezzo per pezzo.
Per analizzare in dettaglio questi due filoni e le loro connessioni serviranno più interventi e, complice l’ospitalità di Libertà e Giustizia, ci proveremo da queste pagine. Qui riportiamo solo alcuni fatti di cronaca che anticipano i contorni dello scontro che si profila.
Lo scontro con la magistratura
Nel febbraio 2026 una coalizione di giudici e procuratori elettivi si è riunita nel progetto FAFO (Fight Against Federal Overreach) per coordinare risposte agli abusi degi agenti federali — arresti illegali, irruzioni senza mandato, uso eccessivo della forza. La Casa Bianca ha evocato come sempre lo spettro delle “toghe rosse”, ma negli Stati Uniti la politicizzazione dei magistrati eletti è strutturale: nel gruppo figura anche, e a pieno titolo, la procuratrice della contea di Hennepin (Minneapolis) Mary Moriarty, figura di punta del Minnesota Democratic–Farmer–Labor Party.
Spina nel fianco ben più potente è però il circuito dei giudici federali nominati a vita, autonomi dal ciclo elettorale e non sempre prevedibili. Due casi recenti: in Minnesota il giudice Patrick J. Schiltz (nominato da George W. Bush) ha denunciato al New York Times il “collasso amministrativo” creato dall’invio massiccio di agenti dell’ICE per eseguire migliaia di arresti e deportazioni senza “se” e senza “ma” — e senza una struttura in grado di gestire la prevedibile ondata di ricorsi per violazione dell’habeas corpus. Intanto in Texas il giudice Fred Biery (nominato da Bill Clinton) ha interrotto la “detenzione illegale” di un bambino arrestato a Minneapolis come esca per stanare il padre, sospetto immigrato irregolare, e trasferito in un centro federale fuori Stato.
Il controllo delle elezioni
Il conflitto destinato a esplodere nei prossimi mesi riguarda le procedure elettorali. Recentemente la giudice federale Colleen Kollar-Kotelly (nominata da Bill Clinton) ha bloccato l’ordine esecutivo con cui la Casa Bianca voleva imporre requisiti di “sicurezza elettorale” non previsti dagli Stati, come l’obbligo di presentare prove di cittadinanza per registrarsi al voto: secondo la sentenza, avrebbero ostacolato soprattutto il voto per corrispondenza. Ricorsi analoghi sono stati presentati da procuratori generali democratici e dagli Stati di Oregon e Washington. La giudice Denise J. Casper (nominata da Barack Obama) ha ribadito che, se la cittadinanza è requisito obbligatorio, spetta agli Stati — non al Presidente — definirne la verifica: «la Costituzione non attribuisce al Presidente alcun potere generale sulle elezioni». È un punto decisivo, perché frena il tentativo dell’esecutivo di centralizzare il controllo del processo elettorale.
La Casa Bianca replica che voto postale e un certo lassismo sull’accertamento della cittadinanza sarebbero strumenti usati dai Democratici per mobilitare le minoranze etniche a loro favorevoli. È la stessa narrativa del “voto rubato” che nel 2021 culminò nel tentato golpe del 6 gennaio.
Qui si chiude il cerchio. Per otto mesi assisteremo, da un lato, a misure amministrative per restringere l’accesso al voto delle minoranze ritenute pro-democratiche; dall’altro, alla preparazione di un apparato legale pronto a contestare i risultati nei tribunali, scheda per scheda. A monte di ciò, è già avviato in alcuni Stati il ridisegno dei collegi per diluire il voto delle minoranze e garantire al GOP un pugno in più di seggi sicuri. A valle, rimane l’ipotesi più insidiosa: che militarizzazione urbana, attivismo dell’ICE e disordini offrano il pretesto per rinviare selettivamente il voto in collegi cruciali. Basterebbe uno slittamento di poche settimane, in aree tendenzialmente democratiche, per creare abbastanza seggi vacanti da alterare gli equilibri e impedire l’impeachment. Se gli episodi del Minnesota fossero esplosi non “prematuramente” a gennaio, ma in autunno, sospendere le elezioni anche solo a Minneapolis e Saint Paul avrebbe sottratto al Congresso quattro deputati democratici. Stime prudenti indicano che scenari simili potrebbero verificarsi in almeno un’altra decina di collegi in tutto il Paese.
Molti di questi episodi finiranno nelle corti federali, e alcuni approderanno alla Corte Suprema. Da qui a novembre andranno seguiti con attenzione: è lì che si giocheranno le prospettive del “cambio di regime”.


Luigi Manconi