Quella che si è socchiusa ieri a Rafah, dopo quasi due anni di sigilli ermetici e silenzio tombale, non è una porta verso la libertà. È una fessura, stretta e sorvegliata, che guarda su un abisso. In quello che resta del confine meridionale, va in scena l’atto finale di una tragedia iniziata ben prima delle bombe: la scelta impossibile. Perché ora che la polvere si è posata, la verità emerge nuda e crudele.
Gaza non esiste più. Non è solo distrutta; è stata cancellata. Non c’è acqua, non c’è fognatura, non c’è un tetto integro. I rapporti dell’Onu, ormai carta straccia per le cancellerie occidentali, parlano chiaro: per rimuovere le montagne di detriti e bonificare il terreno dai residui bellici ci vorranno decenni. Mezzo secolo, dicono gli ingegneri più realisti, per rendere questa striscia di terra nuovamente abitabile per gli esseri umani. Cinquant’anni. Due generazioni condannate al nulla.
È IN QUESTO SCENARIO apocalittico, dove la vita è biologicamente impossibile non solo oggi ma come prospettiva futura, che si apre il varco. E qui scatta la trappola perfetta. La «fessura» di Rafah funziona a senso unico. È una valvola di sfogo progettata per espellere, non per far circolare. Chi passa quel cancello, chi supera i controlli biometrici e si lascia alle spalle l’odore di morte di Khan Younis, sa perfettamente cosa sta firmando. Non c’è scritto sui lasciapassare, ma è inciso nella carne e nella memoria collettiva di ogni palestinese dal 1948 a oggi: uscire significa non tornare. Mai più.
Il dilemma che dilania le famiglie in queste ore è atroce, un calcolo che nessuno dovrebbe mai essere costretto a fare. Da una parte, la possibilità di bere acqua pulita, di curare una ferita, di non tremare ad ogni ronzio di drone. Dall’altra, la terra. Scegliere di vivere significa rinunciare al proprio passato. Significa abbandonare i propri morti, che giacciono sotto le macerie senza nemmeno una lapide. Significa lasciare indietro gli anziani che non possono muoversi, i fratelli che non hanno ottenuto il pass, gli amici d’infanzia dispersi.
A sancirlo non sono solo le macerie, ma la legge. Israele ha una memoria di ferro quando si tratta di demografia: la legge sulla Proprietà degli Assenti, pilastro giuridico dell’esproprio fin dal 1950, è pronta a ingoiare le case e le terre di chiunque le «abbandoni». Non importa se costretti dalla fame o dalle bombe: per Tel Aviv, ogni palestinese che esce perde il diritto di tornare. Uscire da Rafah oggi significa entrare automaticamente nella categoria degli «assenti», cancellati dall’anagrafe della propria terra, trasformando la pulizia etnica in un atto burocratico inoppugnabile.
Non è però finita qui, c’è un secondo girone infernale che attende chi varca quel confine. Secondo il diritto internazionale, i palestinesi che escono da Gaza non sono rifugiati come gli altri. Non ricadono sotto la Convenzione di Ginevra del 1951, che garantisce a tutti i rifugiati del mondo protezione e percorsi di integrazione o ricollocamento in paesi terzi.
I PROFUGHI palestinesi sono gli unici a essere protetti da un mandato ad hoc, quello dell’Unrwa. È un paradosso crudele: l’agenzia nata per proteggere il loro status e i loro diritti politici ha finito per trasformarsi in una gabbia. Essendo esclusi dal mandato dell’Unhcr (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati) sotto cui trovano protezione tutti gli altri rifugiati del mondo, ai palestinesi è preclusa la «soluzione permanente» classica: l’integrazione e la cittadinanza in un nuovo paese o il sacrosanto diritto a tornare nella propria terra.
Ogni palestinese conosce il codice non scritto dell’esilio: ciò che lasci oggi, lo perdi per sempre. La chiave di casa che ogni famiglia palestinese conserva come reliquia si è trasformata nella consapevolezza amara dei nipoti. Uscire da Rafah vuol dire accettare la pulizia etnica, non più imposta con i fucili puntati alla schiena come nei villaggi del ’48, ma indotta dalla totale invivibilità creata dalle bombe e certificata dalla burocrazia. È un esodo silenzioso, goccia a goccia.
AL MOMENTO, possono comunque uscire solo cinquanta persone al giorno: un paziente grave accompagnato da due persone. La lista dei malati in gravi condizioni supera i ventimila. Quelle cinquanta persone al giorno che si salvano fisicamente lo fanno accettando di morire politicamente, recidendo le radici con la propria origine. Quella fessura aperta nel muro non è un corridoio umanitario. È l’imbuto della storia che inghiotte un popolo.
Chi esce si volta indietro e vede solo polvere, sapendo che quello sguardo potrebbe essere l’ultimo. Hanno reso Gaza un inferno invivibile proprio per questo: per costringere le vittime non solo ad andarsene, ma perfino a ringraziare chi apre la porta di servizio per cacciarle via per sempre.

