Viene da chiedersi come sia possibile speculare in modo così scomposto (e, verrebbe da dire, persino incoerente rispetto alle questioni di fondo implicate dalla vicenda) su una tragedia che ha colpito drammaticamente giovani vite di diversa nazionalità, tra i quali nostri concittadini morti nel modo che sappiano nell’incendio che si è sviluppato all’interno di un locale di Crans-Montana, nel mentre altri giovani lottano strenuamente per sopravvivere nei nosocomi dove sono ricoverati oramai da giorni. Appare oltremodo sconveniente che a farlo siano personalità poste al vertice del Governo del nostro Paese che hanno indirizzato i loro strali a voler ben vedere nei confronti delle procedure seguite dall’apparato giudiziario di un altro Stato dove si è consumata la c.d. “strage di Capodanno” che sta procedendo con le dovute indagini al fine di accertare le responsabilità anche penali di chi potrebbe avere avuto un ruolo nel determinare le cause della tragedia, a partire dai proprietari – marito e moglie – della discoteca dove si è sviluppato l’incendio.
I coniugi in questione, figure riconosciute in loco come imprenditori di successo, sono stati già sottoposti a misure restrittive, presumibilmente per evitare il pericolo di inquinamento delle prove, sotto forma di arresti domiciliari che nel caso del marito della coppia è intervenuto in un secondo momento a seguito del pagamento di una cauzione in luogo della carcerazione disposta inizialmente dalle autorità elvetiche: il che non sarebbe stato possibile per il nostro ordinamento sebbene può essere egualmente sottolineato come trattandosi di un’accusa attinente ad un delitto colposo non sarebbe stato per nulla certa l’applicazione della carcerazione che invece era stata inizialmente prevista. È inutile avventurarsi in delicate questioni procedurali che attengono a caratteristiche proprie di ordinamenti distinti che proprio a partire dallo svolgimento delle indagini e dagli accertamenti rimessi alla polizia giudiziaria rispondono a esigenze di ordine generale (anche temporali oltre che di garanzie sia per l’imputato sia per le vittime dei reati) destinate a sfociare, come è noto, in diversi modelli di processo dinanzi all’autorità giudiziaria in senso proprio; il che è ragione più che sufficiente che avrebbe dovuto indurre alla cautela nella valutazione dell’operato altrui tanto più perché sono ancora in corso delicate indagini finalizzate all’accertamento di gravi responsabilità per quanti, presumibilmente anche altri soggetti, potrebbero avere avuto un ruolo nel non impedire – attraverso controlli e verifiche di sicurezza non effettuati, di ciò si tratta – le cause di una tragedia che certamente poteva essere scongiurata almeno nelle proporzioni che invece si sono registrate. Oltretutto il Paese direttamente coinvolto è la Svizzera, un piccolo Stato confinante con il nostro, con il quale si intrattengono da sempre intense relazioni di varia natura e dove tanti nostri cittadini lavorano quotidianamente – i c.d. trans-frontalieri – a sua volta scosso dalla tragedia che si è consumata tra le sue rinomate montagne da sempre luogo di villeggiatura frequentato dagli italiani.
Anche questa notazione di fondo avrebbe potuto avere il suo peso rispetto alla reazione del nostro Governo che ha inteso ritirare il nostro ambasciatore dalla sede di Berna per protestare platealmente nei confronti del provvedimento assunto dal Tribunal des mesures coercitives di Sion nei confronti, come ricordato, di uno dei due imputati, vale a dire, la revoca nei suoi confronti della custodia in carcere trasformata, dopo il pagamento di una cauzione, negli arresti domiciliari collegati peraltro ad altre misure afflittive.
Al di là del constatare ancora una volta la scarsa considerazione per quanto viene deciso da una competente autorità giudiziaria questa volta collocata fuori dai confini nazionali e persino in relazione ad un singolo provvedimento di un procedimento in itinere, la feroce critica dei nostri governanti finisce per essere indirizzata proprio nei confronti di un sistema giudiziario straniero che individua le parti del processo penale – tanto i procuratori che sostengono l’accusa quanto i magistrati che svolgono funzioni giudicanti – attraverso una chiara indicazione per via politica (si tratta quasi sempre di scelta diretta di organi parlamentari nazionali o cantonali ovvero di candidature selezionate da tali assemblee). In Svizzera dunque non pare esserci la “preoccupazione” di vedere in azione una “casta” autoreferenziale di magistrati che si governano prescindendo da interferenze politiche (infatti non è previsto dalla Costituzione un organo assimilabile al nostro CSM), autoreferenzialità di cui si lamenta insistentemente e da tempo parte della classe politica italiana, inclusa quella che oggi governa il Paese e che ha proposto la nota modifica costituzionale anche al fine di perseguire il ridimensionamento delle correnti della magistratura all’interno del CSM, che peraltro si vorrebbe “sdoppiato” per requirenti e giudicanti. Eppure si è messo il becco anche lì rispetto a una specifica decisione giudiziaria che non si condivide!
Viene oltretutto esportata fuori dai confini nazionali un’impronta giustizialista dei governanti nostrani per solito assai attenti a denunciare quella a loro avviso subita dalla classe politica che verrebbe messa “sulla graticola” giudiziaria e mediatica ancor prima della definizione del procedimento avviato dagli inquirenti. Giustizialismo a corrente alternata dunque accompagnato in tal caso, da uno scarsissimo rispetto per la peculiare posizione di terzietà che deve essere assicurata in tutte le democrazie, quale che sia il modello processuale prescelto e a prescindere dal modo con il quale sono selezionati i magistrati e gli stessi funzionari chiamati a sostenere la pubblica accusa, dalla presenza di un giudice in senso tecnico nella valutazione sin dalle indagini in particolare dalle misure restrittive della libertà personale degli indagati richieste dagli inquirenti per prudenziali esigenze cautelari. E ciò nel rispetto, ontologico nei sistemi democratici che certo non sono tali se perseguono la “giustizia” senza regole processuali adeguate a scongiurare l’esercizio di fatto di una mera formalizzazione di una decisione indotta dalle autorità politiche per finalità e convenienze di ordine pubblico, di specifiche naturali attribuzioni in base alle quali si distingue necessariamente l’azione degli inquirenti, più o meno connessi con gli organi di governo, rispetto a quella dei magistrati chiamati a decidere autonomamente sulle richieste sottoposte alla loro attenzione, sino ad arrivare ad una sentenza emessa da un’autorità giudiziaria distinta da un pubblico accusatore, chiamiamolo così, che chiuderà in modo definitivo il caso salvo le possibili impugnazioni ove consentite. E, infatti, per tornare alla vicenda che ha originato la reazione del Governo italiano, il provvedimento di arresto preventivo dell’imprenditore svizzero disposto dopo l’interrogatorio dalla Procuratrice incaricata del caso è stato in un primo tempo convalidato dal Tribunale competente poi, sempre dallo stesso organo giurisdizionale, revocato a seguito del pagamento della cauzione ritenuta evidentemente congrua a scongiurare comportamenti dell’imputato atti ad alterare il corso delle indagini. Criticabile o meno che sia sul piano giudiziario questa decisione non credo che debba essere valutata su di un piano schiettamente politico sino a comportare una alterazione delle relazioni tra due Stati tanto più che nel caso di specie si è all’inizio di un procedimento che meriterà approfondimenti in diverse direzioni.
È certo che la Svizzera (che ha immediatamente risposto evocando proprio la classica, basica separazione dei poteri che è contemplata nel loro ordinamento per bocca di Guy Parmelin, Presidente della Confederazione svizzera) e tanto meno l’apparato giurisdizionale di quello Stato avvertiranno la “pressione” italiana rispetto alla piena volontà di applicare la legge svizzera, pur avendo lo stesso Parmelin in qualche modo giustificato quello che sicuramente è stato un gratuito sgarbo istituzionale del nostro Governo nei confronti del suo Stato, con la gravità di quanto accaduto nella discoteca di Crans Montana che di certo ha travolto l’intera Nazione italiana beninteso in aggiunta alle famiglie delle povere vittime. Si potrebbe oltretutto a tal proposito mettere in evidenza il modo con il quale i mezzi di informazione italiani si rendano disponibili a raccontare senza sosta il dolore, l’angoscia e la disperazione dei familiari delle giovanissime vittime, di certo contribuendo ad alimentare un quadro di desolazione esistenziale che non è e non sarà in ogni caso rimediabile in alcun modo anche una volta accertate le responsabilità dei colpevoli del disastro. Ma da registrare non c’è solo l’insolente strumentalità di un Governo – il nostro – che intende adoperarsi per contribuire a lisciare “il pelo” alla pubblica opinione emotivamente scossa dalla gravissima tragedia causata dall’incuria dell’uomo. Non è solo il Governo, sia chiaro, a sperare che si giunga prima possibile all’individuazione dei responsabili della morte di tanti giovani che ha segnato per sempre la vita dei loro familiari qualunque sarà l’esito del procedimento giudiziario. Proprio per questo occorre che esso sia celebrato secondo regole procedurali e sostanziali applicate da giudici preparati, liberi, impermeabili a sollecitazioni volte ad ottenere “giustizia” purché sia e in grado di bene operare sicuramente anche in Svizzera. La stessa cosa abbiamo sperato per tanti altri disastri, egualmente causati da colpevoli comportamenti dell’uomo, verificatisi nel nostro Paese e che hanno provocato tante vittime: inutile rievocare il crollo del Ponte Morandi (2018) e andando a ritroso il disastro del Vajont (1963), la tragedia della funivia del Cermis (1998), l’esplosione alla ThyssenKrupp di Torino (2007), l’incidente ferroviario di Viareggio (2009). La storia per certi versi insoddisfacente sotto il profilo dell’accertamento delle responsabilità penali in questi casi non andrebbe forse dimenticata e neppure ascritta alle autorità giudiziarie che se ne sono dovuti occupare!
Ed è così che, incuranti della postura istituzionale che bisognerebbe conservare proprio nei momenti difficili e complicati per la nostra Comunità certamente sconvolta per quanto accaduto, assistiamo alla quotidiana, pervicace lamentazione di chi è chiamato a svolgere funzioni di indirizzo politico nei confronti dell’operato di coloro i quali sono chiamati ad assolvere tutt’altro ruolo in condizione di indipendenza piena proprio rispetto alla volontà politica che si intesta un compito di cui in ogni caso – è bene ribadirlo – non ha l’esclusiva, quello di interpretare l’autentico, sano sentimento popolare, in particolare quello che si esprime “in diretta” nei talk show in onda sin dal mattino presto. In questo caso arrivando a mettere il becco tanto rispetto all’operato degli inquirenti (che si propone siano addirittura affiancati da investigatori italiani) quanto della stessa magistratura di un altro Stato. Pare proprio che i nostri governanti più che a separare le carriere dei magistrati inquirenti dai giudicanti (tema che la riforma Nordio dice di aver posto all’ordine del giorno del prossimo referendum costituzionale) aspirino soprattutto ad ottenere una consonanza di intenti tra magistrati, di certo non solo quelli penali, e l’azione degli organi politici. E non perdono occasione di reclamare questa comune direzione di marcia! Tale obiettivo è tuttavia incompatibile non tanto con la nostra Costituzione ma con i più elementari fondamenti di un ordinamento democratico non solo in Italia e in Svizzera: il potere giudiziario, quale che sia la carriera prevista per i magistrati, non è chiamato ad agire alle dipendenze della maggioranza espressa dagli organi elettivi ma in autonomia e senza preoccupazioni della ricaduta delle proprie decisioni nel campo della politica contingente. Può non piacere questo pluralismo istituzionale che si combina nell’assetto organizzativo dello Stato ma è proprio la democrazia così come l’abbiamo conosciuta e praticata a richiederlo. Non sembra complicato da capire oppure, semplicemente, non lo si vuole (più) accettare! Il che è o potrebbe diventare un grave problema.

