Gaetano Azzariti, docente di Diritto costituzionale all’università La Sapienza di Roma, fa una pausa: “Io ho espresso forti criticità rispetto al merito di questa riforma. Ma quando le dico che quella decisa dal governo è una forzatura non penso al contenuto della revisione proposta, ma al fatto che in tal modo non si tengono in gran conto le garanzie previste dalla Carta. Vorrei che a fare proprie queste preoccupazioni fosse innanzitutto il fronte del Sì, composto da coloro che vogliono cambiarla, la Costituzione”.
Perché l’aver fissato la data del voto il 22 e il 23 marzo è una forzatura?
Si tratta di un atto illegittimo, perché fondato su un’interpretazione letterale – metodo sempre “primitivo”, per citare la Consulta – dell’articolo 15 della legge 352 del 1970, che disciplina il referendum, e che non tiene conto della sistematica costituzionale e dell’intenzione del legislatore.
Spieghi.
L’articolo 15 prevede che il referendum costituzionale sia indetto con decreto del presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri, entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza della Corte di Cassazione che lo abbia ammesso. E in questo caso, l’ordinanza della Corte risale al 18 novembre.
Saremmo nei tempi.
È ciò che sostiene il governo, teorizzando che si debba deliberare entro il 17 gennaio. Ma questa interpretazione letterale ignora che è l’articolo 138 della Carta – dunque la Costituzione, che prevale sulle norme ordinarie – a imporre di attendere tre mesi dalla pubblicazione delle leggi di revisione costituzionale, per dare modo a tutti i soggetti titolari del potere di fare richiesta di referendum – un quinto dei membri di una Camera, 500mila elettori, oppure cinque Consigli regionali – di proporla. E per questa legge di riforma i tre mesi scadono il 30 gennaio.
Quindi bisognava aspettare fino al 30 gennaio prima di fissare la data, visto che è in corso una raccolta delle firme per indire il referendum?
Esattamente. Va ricordato che i 15 cittadini da cui è partita la raccolta, se si arrivasse a quota 500mila firme, diventerebbero un potere dello Stato, come prevede la sentenza della Consulta n. 69 del 1978. Avrebbero, inoltre, diritto a rimborsi elettorali e a spazi pubblici appositi per la campagna elettorale.
Ma la legge del 1970 prevede che la data del referendum sia fissata in una domenica tra il 50° ed il 70° giorno successivo alla emanazione del decreto di indizione, cioè dal 12 gennaio.
Il punto non riguarda l’arco temporale che il governo può stabilire, ma il fatto che la Costituzione, e dunque una interpretazione costituzionalmente orientata della legge ordinaria, presuppone comunque che la decisione del governo arrivi nei termini previsti dall’articolo 138, ossia trascorsi tre mesi dopo il 30 ottobre. Non a caso, in tutti i referendum costituzionali tenuti dal 2001 ad oggi è stato rispettato il termine dei 90 giorni prima di stabilire la data del voto.
E ora?
Siamo di fronte a una serie di problemi, perché se si arrivasse a quota 500mila firme, entro il 30 gennaio la Cassazione dovrebbe emanare una seconda ordinanza di ammissione del referendum. E sa quale è il paradosso? I 15 cittadini hanno proposto un quesito diverso rispetto a quello già ammesso. In questa seconda ordinanza, la Cassazione dovrà stabilire qual è quello da sottoporre agli elettori. E se fosse il quesito degli attuali promotori?
Nell’attesa del 30 gennaio, i 15 cosa possono fare?
Loro hanno già annunciato ricorso. Ritengo si rivolgeranno al Tar, il tribunale amministrativo regionale, per chiedere una sospensiva della delibera.
E se il Tar lo respingesse?
Dopo il 30 gennaio, a 500mila firme raccolte, da potere dello Stato potrebbero proporre istanza di conflitto di attribuzione tra poteri alla Corte costituzionale. Ma la tempistica a questo punto potrebbe dilatarsi e la votazione rischierebbe di venire compromessa.
Si rischia una guerra a carte bollate per poche settimane di differenza.
La maggioranza vuole anteporre la propria convenienza politica ad accelerare sui tempi del voto rispetto alla sistematica costituzionale e alle garanzie della Carta. Miope, tanto più che l’effetto sarà di rendere sempre più confusa ai cittadini questa vicenda.
Difendiamo la Costituzione, i diritti e la democrazia, puoi unirti a noi, basta un piccolo contributo


Francesco Pallante
Daniela Padoan