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Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta

05 Dicembre 2025

Francesco Pallante Costituzionalista

Articolo pubblicato su il Manifesto
Francesco Pallante, 4 Dic 2025

Titolo originale Autonomia, quei testi fotocopia tra regioni in barba alla Consulta

Questo contenuto fa parte dell’osservatorio Autoritarismo

Le quattro pre-intese, che secondo la Costituzione devono essere riconducibili alle specificità di ciascuna realtà territoriale, sono in realtà identiche: un copia e incolla in cui basta cambiare il nome della Regione.

Accingendomi a studiare il contenuto delle pre-intese sull’autonomia differenziata firmate dal ministro Calderoli con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria ho commesso un errore d’ingenuità.

Stampati i documenti, li ho collocati l’uno a fianco all’altro sulla scrivania, in modo da cogliere somiglianze e differenze tramite una lettura trasversale. All’inizio ho proceduto attentamente, svoltando le pagine in parallelo e avendo cura di ricollocarle nel corrispondente plico regionale. Dopodiché, ho ricevuto una telefonata e mi sono distratto. Risultato: alcune pagine relative al Veneto sono finite nel plico ligure, altre nel plico lombardo, altre ancora in quello piemontese; e così per le altre regioni.

Sulle prime, la cosa mi ha provocato un’infastidita agitazione, cui ho cercato di porre rimedio riordinando i plichi. Finché mi sono reso conto dell’errore d’ingenuità: a dispetto della giurisprudenza costituzionale, che pretende la riconducibilità di ciascun accordo alle specificità delle regioni richiedenti l’incremento delle competenze (sentenza 192/2024), le quattro pre-intese sono tra di loro in tutto e per tutto identiche. Inutile agitarsi. Inutile ricomporre i plichi. Inutile persino studiare i quattro documenti: è sufficiente leggerne uno e sostituire, all’occorrenza, il nome di una regione all’altra.

Eppure, sul punto, la Corte costituzionale è stata chiarissima, sancendo che ogni richiesta «va giustificata e motivata con precipuo riferimento alle caratteristiche della funzione e al contesto (sociale, amministrativo, geografico, economico, demografico, finanziario, geopolitico ed altro) in cui avviene la devoluzione, in modo da evidenziare i vantaggi della soluzione prescelta».

Ulteriormente precisando che, a tal fine, l’intesa deve «essere precedute da un’istruttoria approfondita, suffragata da analisi basate su metodologie condivise, trasparenti e possibilmente validate dal punto di vista scientifico».

Ed ecco l’istruttoria approfondita e scientificamente validata dalla combriccola di astuti firmatari le pre-intese: «Il governo e la regione convengono che l’attribuzione [delle ulteriori competenze] corrisponde a specificità proprie della Regione richiedente e immediatamente funzionali alla sua crescita e sviluppo». Se lo dicono da soli, in una riga, e pazienza se le specificità sono così poco specifiche da risultare identiche: uno sberleffo bello e buono all’indirizzo della Corte costituzionale.

Ulteriori criticità emergono dalla lettura delle nuove competenze regionali in materia di protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, sanità. In proposito, la già ricordata pronuncia della Corte costituzionale ha stabilito che «la devoluzione non può riferirsi a materie o ad ambiti di materie, ma a specifiche funzioni»: mentre le pre-intese dichiaratamente investono l’intera materia sia nel caso delle professioni non ordinistiche («sono attribuite alla regione funzioni normative e amministrative volte a disciplinare professioni di rilievo regionale»), sia nel caso della previdenza complementare e integrativa («la regione disciplina il funzionamento delle forme di previdenza complementare e integrativa ad ambito regionale»). Ne segue, nel primo caso, il potere di stabilire i requisiti di abilitazione all’esercizio della professione, di verificarne il possesso (anche attraverso prove di lingua italiana), di istituire corsi di formazione, di riconoscere qualifiche professionali pregresse, di organizzare tirocini; nel secondo caso, di differenziare le pensioni del personale non solo regionale, ma anche degli enti locali e del Sistema (sic) sanitario regionale.

Quanto alla protezione civile, lo scopo, in caso di calamità, è che il presidente regionale, nominato commissario straordinario, possa agire in deroga alla normativa statale. In preparazione, la regione procede al reclutamento del personale (anche a tempo determinato con procedure d’urgenza) e alla sua formazione (individuando enti erogatori, docenti e percorsi formativi), con possibilità di prevedere integrazioni contrattuali e di occuparsi dell’immatricolazione dei veicoli e del rilascio delle patenti di guida. Inevitabilmente, il coordinamento inter-regionale si farà più complicato.

E poi c’è la sanità, oggetto di una pre-intesa separata. Qui le richieste delle regioni sono dirompenti al punto da scardinare il Servizio sanitario nazionale. Alle regioni interessa acquisire la facoltà di ridefinire l’organizzazione interna delle Asl e degli enti sanitari, di gestire in autonomia le risorse loro attribuite, di prevedere fondi sanitari integrativi in deroga alla normativa vigente, di stabilire il sistema di remunerazione delle prestazioni erogate e di compartecipazione degli assistiti, di programmare gli investimenti in edilizia e strumentazione sanitarie. Proprio là dove più forte è l’esigenza di uguaglianza, il governo spinge, insomma, a fondo il pedale della disuguaglianza.

Forse, il vero errore d’ingenuità è rifiutare di vedere l’emergenza democratica derivante da una destra che opera oramai apertamente contro l’ordinamento costituzionale.

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino.
Tra le sue pubblicazioni: con Gustavo Zagrebelsky, Loro diranno, noi diciamo; Vademecum sulle riforme istituzionali (Laterza 2016); Per scelta o per destino? La Costituzione tra individuo e comunità (Giappichelli editore Torino 2018), Contro la democrazia diretta (Einaudi 2020), Elogio delle tasse (Edizioni Gruppo Abele 2021).

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