Padoan. Piovono parole come pietre nell’estate della destra

26 Agosto 2023

Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice

Questo articolo di Daniela Padoan, Presidente di Libertà e Giustizia, è stato pubblicato su La Stampa del 24 agosto 2023

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Nei dieci mesi seguiti all’insediamento del governo, abbiamo visto all’opera una modalità comunicativa istituzionale fatta di affermazioni apodittiche, enormità storiche, ritrattazioni, lapsus, smentite,  reiterazioni, proteste di strumentalizzazione e accuse di decontestualizzazione, passando per l’intera scala tonale che va dal vittimismo al discorso d’odio, in un continuo lanciare il sasso per poi nascondere la mano. Un contegno che incattivisce e toglie serietà alla sfera della politica, corrompendone il linguaggio, e che al tempo stesso estenua la capacità di reazione, portando l’opinione pubblica, soglia dopo soglia, a quell’“anemia critica” di cui parlò Piero Calamandrei per descrivere la condizione di possibilità del regime totalitario che fu il fascismo.

Le parole precipitano e rotolano l’una sull’altra come sassi in una slavina, e se dapprima ci colpiscono, ci indignano e ci lasciano desolati, si usurano facilmente e poco per volta risuonano come cosa nota, già vecchia, buttata alle spalle, fastidiosa a riprendersi. Dall’affermazione del ministro della Cultura Sangiuliano, per cui Dante Alighieri sarebbe il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese – in piena continuità con Mussolini e gli intellettuali di regime che parlarono di un “Dante antesignano dei grandi ideali del fascismo” – alla qualifica di “banda musicale di semi-pensionati” con cui il presidente del Senato La Russa ha dipinto come vittime innocenti i soldati del reggimento Bozen, aggregato alle SS in funzione antipartigiana. Dai naufraghi  di Cutro nominati come “carico residuale” dal ministro dell’Interno Piantedosi, alla “sostituzione etnica” paventata dal ministro dell’Agricoltura e sovranità alimentare Lollobrigida – riecheggiando il cosiddetto “piano Kalergi”, un vaneggiamento sul “complotto ebraico mondiale” per  incentivare l’immigrazione africana e indebolire le popolazioni europee, tuttora in voga negli ambienti dell’estrema destra. Dalla dichiarazione del presidente della commissione Cultura della Camera Mollicone, per cui la maternità surrogata sarebbe “un reato più grave della pedofilia”, all’appello a non “appaltare a paesi terzi la vitalità che si guadagna attraverso il fare figli”, lanciato dalla ministra per la Famiglia e la natalità Roccella. Dall’umiliazione come strumento pedagogico propugnato dal ministro dell’Istruzione e del merito Valditara, alla sconcertante similitudine tra la presunta imprevedibilità del suicidio di due donne detenute nel carcere di Torino e quello del gerarca nazista Göring a Norimberga, fatta dal ministro della Giustizia Nordio. Dalla negazione della matrice neofascista della strage di Bologna ad opera del capo comunicazione della Regione Lazio De Angelis, in aperta polemica con il presidente della Repubblica, al baldanzoso sostegno offerto dal vicepresidente del Consiglio dei ministri Salvini all’ex capo dei paracadutisti della Folgore, generale Vannacci, colpito da immediata popolarità dopo la pubblicazione di un libro in cui afferma, sostanzialmente, che non esistono italiani “neri” e che le “trame della lobby gay internazionale” e il femminismo sono fra le cause del sovvertimento in cui saremmo precipitati. A partire dal titolo, Il mondo alla rovescia, il voluminoso pamphlet rimanda alla destituzione di quel mondo naturale, ordinato ed eticamente normato dallo Stato, di quel Dio-Patria-Famiglia che, a ogni latitudine, nel secolo breve, qualche generale si è sentito chiamato a raddrizzare. Saremmo di fronte, dunque, non a discorsi eversivi prorompenti da social media di estrema destra o a farneticazioni anticostituzionali, ma alla difesa del diritto d’opinione di personaggi che, salvo poi rettificare, si dichiarano pronti al rogo, paragonandosi a Giordano Bruno, per aver scoperchiato la destituzione di senso introdotta dal “politicamente corretto”.

Ogni giorno ha la sua enormità e la sua ritrattazione, in un continuo spostamento di soglie.

Un esercizio vertiginoso, circense, fatto di asserzioni subdolamente o stoltamente depotenziate che normalizzano una subcultura nutrita di razzismo, xenofobia, sessismo, omofobia, disprezzo dei poveri, dei marginali, dei difformi, quando non di franca apologia del fascismo, trovando una cassa di risonanza nel ruolo istituzionale di chi le pronuncia e nell’abnorme occupazione di spazio mediatico che riduce a farsa il contraddittorio.

“Quando sei un operaio, piovono pietre sette giorni su sette”, diceva il protagonista dell’omonimo film di Ken Loach. Oggi piovono pietre anche sulla borghesia democratica, quella che Paul Ginsborg chiamò il “ceto medio riflessivo”. Se solo smettessimo di assecondare la postura di condiscendente superiorità di chi sembra assistere a una mostra di cattive maniere avendo ben altro a cui pensare, e ci fermassimo invece a esaminare le pietre come reperti di una civiltà passata – quella “civiltà fascista” che volle edificare il “nuovo italiano” – scopriremmo che la retorica del fascismo storico è ben all’opera nel discorso pubblico odierno, e che a nulla vale chiudere gli occhi come bambini davanti al pericolo, in attesa che si dissolva magicamente, o, peggio, come figuranti pronti a nuove nicchie.

Ci siamo appellati alla memoria della Shoah e ai testimoni come naufraghi attaccati a un legno, senza chiederci fino in fondo cosa può succedere in un paese dove il passato sembra non interessare più a nessuno tranne che, paradossalmente, ai revisionisti, mentre una moltitudine di persone, smarrite o barricate negli smartphone e nella televisione, prive di comunità politica e di futuro, abbandonate nei diritti sociali basilari, sembrano disinteressate persino al proprio presente. Del resto, se il 20 per cento di giovani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione – un dato che, in Europa, ci rende secondi solo alla Romania – e il 76,5 per cento degli italiani, secondo l’ultimo rapporto Censis, non è in grado di riconoscere le fake news, è chiaro che la politica, la sfera pubblica, l’idea stessa di  democrazia non possono che apparire mondi siderali, totalmente scollegati dalle nude vite dei singoli. Nell’eclissi della realtà, dove tutto viene nominato senza per questo assumere le conseguenze di ciò che implica – in cui runner corrono con le cuffie nelle orecchie scavalcando gli alberi abbattuti dalla tempesta milanese di luglio, appartati dal disastro che si estende per chilometri, e frotte di aspiranti influencer arrivano sul lago di Como per un selfie davanti alle ville di Clooney e Ferragni chiedendo dove si trovi il lago di Como – non possono che proliferare revisionismo e negazionismi, nutriti di teorie del complotto e criminalizzazione delle vittime, nello stesso brodo di coltura di quell’alt-right che promette di svelare le verità occultate dall’establishment. Ma cosa accade quando queste pulsioni sono al potere, quando sono l’establishment?

“Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma colui per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso non esiste più”. Sono parole tratte da Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt, che il presidente Mattarella sentì la necessità di pronunciare in occasione della Giornata della memoria del 2017. Sono trascorsi cinque anni, e con essi i governi Gentiloni, Conte I, Conte II e Draghi. Sono sfilate davanti ai nostri occhi, per poi subito dileguarsi come residui di incubi, immagini di un’apocalisse testardamente ignorata, fatta di crisi climatica, pandemica, bellica, dei «valori europei» di democrazia e accoglienza. Adesso è la volta di un governo che porta nel suo armamentario simbolico la fiamma di Salò e le celtiche dei campi Hobbit.

Scrittrice, saggista, si occupa da anni di razzismo e dei totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.

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