Urbinati. Nahel e George Floyd: la questione razziale che lega Francia e Stati Uniti

06 Lug 2023

Nadia Urbinati Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Condividiamo l’articolo di Nadia Urbinati, membro del Consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia, pubblicato sul Domani del 4 luglio 2023 con il titolo “Il George Floyd della Francia che la rende simile agli Stati Uniti”. 

Unite nell’utopia rivoluzionaria, Francia e Stati Uniti sono state tradizionalmente distanti nella concezione della cittadinanza: una religione civile di assoluta eguaglianza nel primo caso; una religione civile di attenzione alle differenze nel secondo. La triade francese ‘libertà, eguaglianza, fratellanza’ respinge politiche di ‘azione affermativa’ per chi appartiene ad etnie svantaggiate. Molto diversa la logica dei liberal americani, ben rappresentata dal presidente Lindon B. Johnson (e ora da Joe Biden): “non si può prendere una persona che, per anni, è stata bloccata da catene, liberarla, portarla sulla linea di partenza di una gara e poi dirle: ‘Sei libero di competere con tutti gli altri’, e credere ancora giustamente di essere stati completamente corretti”.  A questa idea gli Stati Uniti hanno ancorato per decenni la teoria della giustizia e le politiche federali.

Ma recentemente, le cose sono cambiate e la distanza tra le due repubbliche si accorcia. La Francia ha il suo George Floyd (il ragazzo nero ucciso dalla polizia di Minneapolis due anni fa senza un motivo evidente), e i giudici statunitensi ripropongono il modello francese di cittadinanza senza colore (color blind), come si è visto con la recente decisione della Corte Suprema di cancellare la legittimità dell’”affermative action” nell’ammissione degli studenti alle università. I giudici ripetono quel che le autorità francesi dicono giustificando l’uccisione di Nahel Merzouk, francese di origini nord africane: la legge è uguale per tutti, senza pregiudizio.

In entrambe le repubbliche i cittadini che fanno parte di minoranze razziali sono e si sentono discriminati. Ma il problema viene negato; non può esistere, perché la legge dice che non deve esistere.  Molti afro-americani e molti francesi nordafricani hanno negli anni lottato per trovare “silenziosamente” il loro posto nelle rispettive società. E la “promessa repubblicana” di integrazione ha funzionato fino a quando l’”affermative action” (USA) e le politiche sociali (Francia) sono state capaci di far ottenere a molti un’istruzione superiore e un lavoro migliore. Politiche attente, a modo loro, alle condizioni ambientali.  Ma l’ideologia del “merito cieco” erode alla radice questi programmi di integrazione.

Le differenze razziali non contano, ha dichiarato il responsabile della polizia francese rispondendo alle critiche; le condizioni di vita degli afro-americani non devono contare nell’ammissione alle università ha decretato la Corte suprema. Il fatto è che la “legge uguale per tutti”, ha scritto la giudice di minoranza nella decisione della Corte Suprema, è “una regola superficiale di daltonismo in una società endemicamente segregata dove la razza ha sempre contato e continua a contare”. L’imparzialità per legge è una pellicola leggerissima che non nascondere le diseguaglianze sociali, alimentando, anzi, rabbia razziale e odio di classe.

Politologa. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York. Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica. Collabora con i quotidiani L’Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il Sole 24 Ore; dal 2019 collabora con il Corriere della Sera e con il settimanale Left.

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