Gallo: «Vincere!», il sinistro ritornello di Zelensky

24 Mag 2023

Domenico Gallo Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Condividiamo l’articolo di Domenico Gallo, membro del Consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia, pubblicato su Volere la luna il 22 maggio 2023

«Vincere! E vinceremo! Per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo». Sono le parole sinistre, non solo per noi italiani, di Mussolini dal balcone di Piazza Venezia il 10 giugno 1940. Il 13 maggio, dalla terrazza del Vittoriano a Roma, Zelensky non ha usato le stesse parole, ma ha utilizzato il medesimo registro linguistico e ideologico. La pace come frutto della vittoria, la vittoria come frutto della disfatta militare (e politica) del nemico. La pace può essere raggiunta solo con la vittoria e solo la vittoria può rendere la pace “giusta”. Non ci può e non ci deve essere nessuna mediazione col nemico, il Papa non deve ostacolare la marcia verso la vittoria, aprendo al dialogo con nemico. Solo la disfatta totale del nemico – questo è il succo dei discorsi di Zelensky – può aprire la porta a un lungo periodo di pace con la giustizia per l’Ucraina, per l’Italia, per l’Europa, per il Mondo.

Nel suo incontro con Giorgia Meloni, Zelensky ha rilanciato il suo cosiddetto piano di pace in dieci punti, che contempla il recupero dei territori che si sono separati nel 2014, vale a dire la Crimea e le zone del Donbass, oggetto degli accordi di Minsk. Interrogato da Vespa su cosa intende per la vittoria, ha risposto in modo evanescente, ma ha lasciato intendere che non basta neppure la de-occupazione manu militari di tutti i territori che l’Ucraina non controlla più dal 2014: «La vittoria non sono solo i territori. Noi vogliamo la giustizia, la esigiamo e vogliamo la pace, ma vogliamo una pace giusta». In altre parole Zelensky concepisce la “vittoria”, come la vittoria delle potenze alleate contro il nazismo, cioè come la disfatta totale del nemico e la sua punizione. Se la criminale scelta di Putin di risolvere il suo contenzioso con l’Ucraina con il ricorso alla guerra è stata dettata indubbiamente da un delirio di onnipotenza (oltre che da un calcolo politico sbagliato), anche la “postura” di Zelensky che si illude di poter ricacciare indietro le forze armate russe e smembrare la stessa Russia, staccandovi la Crimea (che costituisce una Repubblica autonoma inserita nella Federazione Russa), è frutto di un eguale e contrario delirio di onnipotenza, frutto degli incoraggiamenti ricevuti da USA e Gran Bretagna, attraverso un incremento continuo e massiccio delle forniture militari. 

È proprio la pretesa del Governo ucraino di riconquistare manu militari il controllo dei territori che non controllava più dal 2014, che ha trasformato la natura della guerra. Da resistenza militare a un’aggressione in corso (ai sensi dell’art. 51 della Carta dell’ONU), la guerra condotta dagli ucraini con il sostegno decisivo di USA, Gran Bretagna e UE, si è trasformata in una contro-aggressione nei confronti della Russia. Quando irresponsabilmente il Parlamento Europeo chiede ai paesi membri un incremento del flusso degli armamenti per consentire all’Ucraina di recuperare i confini del 1991, ignora che in questo modo si esce dallo schema aggredito-aggressore e si istiga l’aggredito a trasformarsi a sua volta in aggressore. Ignora che dal 2014 è in corso una guerra civile e che una parte della popolazione russofona del Donbass si sente più garantita dalla Russia e che la popolazione della Crimea ha optato, quasi all’unanimità, di ritornare a far parte della Russia. La pretesa dell’Ucraina di “conquistare” la Crimea è altrettanto assurda quanto lo sarebbe la pretesa della Serbia di riprendersi manu militari il Kosovo, che illegalmente la NATO ha separato dalla Jugoslavia, calpestando il principio dell’inviolabilità delle frontiere. Se la Serbia con le sue forze armate invadesse il Kosovo per ristabilirvi la sua sovranità (a cui non ha mai rinunciato), qualcuno potrebbe dubitare che si tratterebbe di un atto di aggressione, un crimine vietato dal diritto internazionale? Del resto, il minacciato ingresso delle truppe ucraine in Crimea viene percepito come un’aggressione alla propria patria da parte dei russi e questo determina il rischio di un’escalation incontrollabile del conflitto. Quando è stato fatto notare che, proprio la questione della Crimea, potrebbe determinare il ricorso alle armi nucleari da parte del Cremlino, Zelensky ha risposto con un’alzata di spalle, dichiarando di credere: «che Putin non userà le armi nucleari […] perché ha voglia di vivere». In sostanza ha fatto sfoggio di irresponsabilità e arroganza, banalizzando il pericolo di una catastrofe nucleare, che colpirebbe prima di tutto il suo popolo e tutti gli altri popoli europei.

In un articolo pubblicato il 15 maggio il Washington Post, basandosi sulle intercettazioni trapelate dal Pentagono, rivela gli istinti aggressivi del leader ucraino, in netto contrasto con la sua immagine pubblica di statista stoico che resiste alla brutale aggressione della Russia. In particolare, emerge l’aspirazione di Zelensky di disporre di missili a lunga gittata (che in questi giorni la Gran Bretagna gli sta fornendo) per compiere attacchi in profondità nel territorio russo e viene svelato un suo progetto di “far saltare” il gasdotto Druzhba che fornisce petrolio all’Ungheria. In realtà non c’era bisogno di intercettazioni, né di rivelazioni di segreti per comprendere quanto sia pericoloso il delirio di onnipotenza di questo personaggio, che vuole portare alle estreme conseguenze la guerra con la Russia, rifiutando ogni negoziato, incurante delle sofferenze terribili che provoca al suo stesso popolo. Quando un leader politico articola una sola parola: “Vincere”, noi italiani sappiamo bene quale valore sinistro questa parola assume nel fuoco della Storia.

Magistrato, giudice della Corte di Cassazione. Eletto senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell’arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare del conflitto nella ex Jugoslavia.

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