Russia/Ucraina: Le guerra possono terminare solo con dei compromessi, non con la resa incondizionata

Russia/Ucraina: Le guerra possono terminare solo con dei compromessi, non con la resa incondizionata

Si è molto parlato, anche tra di noi, della rottura tra Furio Colombo e il Fatto Quotidiano a causa dell’Ucraina. Un tema su cui è tornato qualche giorno fa Francesco Sylos Labini e che solleva questioni più complesse di quanto appaiano a prima vista, questioni che meritano qualche riflessione.

Sylos Labini cita un articolo di John Mearsheimer del 2014 su Foreign Affairs, Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault: The Liberal Delusions That Provoked Putin”. A suo tempo, questo articolo suscitò una risposta dell’ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul, “Faulty Powers: Who Started the Ukraine Crisis?”. Alla radice del contenzioso c’è l’idea di Mearsheimer che la guerra attuale in Ucraina sia stata causata dall’espansione della NATO verso Est, percepita dalla Russia come una minaccia immediata alla propria sicurezza.

Da oltre un secolo, negli Stati Uniti si confrontano due scuole di pensiero relative alla politica estera: il cosiddetto realismo e il cosiddetto interventismo democratico. Naturalmente, “scuole di pensiero” vuol dire impostazioni di fondo, approcci teorici, che non escludono convergenze o divergenze sulle singole questioni: per esempio quasi nessuno si oppose, nel 2003, all’invasione dell’Iraq voluta dall’amministrazione Bush.

Mearsheimer, assieme a Kissinger, è il massimo esponente della scuola realista, che si basa su due presupposti: 1) Dopo il 1945 non è possibile rischiare una guerra tra gli Stati dotati di armi nucleari, in particolare in Europa. 2) La potenza militare, economica e politica degli Stati Uniti non è illimitata, come si è ampiamente dimostrato nelle guerre in Vietnam e, recentemente, in Iraq e Afghanistan.

McFaul, invece, è un seguace della scuola dell’interventismo democratico che risale a Woodrow Wilson e al suo “rendere il mondo sicuro per la democrazia” (1917). Questa linea di pensiero affonda le sue radici lontane nel concetto di superiorità politico-razziale dell’America, una fede religiosa nel carattere eccezionale, perché voluto da Dio, degli Stati Uniti. Un carattere eccezionale che creerebbe un diritto/dovere di esportare la democrazia nel mondo, con la guerra se necessario.

E’ importante sottolineare che questi due approcci sono indipendenti dai partiti, anche se l’interventismo storicamente ha trovato consensi principalmente tra i democratici e il realismo in una corrente minoritaria del partito repubblicano (l’unica amministrazione veramente realista negli ultimi 70 anni è stata quella di Richard Nixon). In generale l’interventismo è stato maggioritario tra le élite, molto meno tra la popolazione nel suo complesso: questo spiega, tra l’altro, il successo di Donald Trump nel 2016 quando il suo messaggio sul metter fine alle guerre all’estero ha trovato risonanza negli elettori del partito repubblicano ed è stato un’importante fattore nel suo successo finale.

Tutto questo era necessario per capire il contesto in cui furono scritti i due articoli citati e oggi tornati d’attualità. Quello di McFaul sostanzialmente afferma che la Russia non si oppose all’espansione a Est della Nato. Questa è la citazione esatta: In the five years that I served in the Obama administration, I attended almost every meeting Obama held with Putin and Medvedev, and for three of those years, while working at the White House, I listened in on every phone conversation, and I cannot remember NATO expansion ever coming up. Even months before Putin’s annexation of Crimea, I cannot recall a single major statement from a senior Russian official warning about the dangerous consequences of NATO expansion. The reason is simple: for the previous several years, NATO was not expanding eastward.

C’è una parola inglese per definire questo tipo di argomenti: “disingenuous”, che non ha un’esatta corrispondenza in italiano ma che sostanzialmente vuol dire “fare gli ingenui”, volgarmente “fare i furbi”.  E’ vero, infatti, che tra il 2004 e il 2014 la NATO non si era ulteriormente allargata verso Est (la quinta espansione era avvenuta appunto nel 2004, con l’ingresso di Romania, Bulgaria, Slovacchia e delle tre repubbliche baltiche) ma, nelle relazioni internazionali, 10 anni sono un battito di ciglia: chiunque abbia letto un solo libro di geopolitica sa che la percezione che i paesi hanno della loro posizione del mondo affonda in storie secolari, talvolta millenarie.

La Polonia si considera minacciata dalla Russia da mille anni, la Serbia non ha ancora digerito la sconfitta di Kosovo Polje a opera dei turchi, avvenuta nel 1389, e la Brexit è stata il frutto tardivo e disastroso della nostalgia per l’impero britannico di Elisabetta I e della regina Vittoria. Non occorre quindi un master in relazioni internazionali per capire che qualsiasi leader russo deve avere ben presente l’invasione di Napoleone nel 1812, l’umiliazione subita dai giapponesi nel 1905 e la “grande guerra patriottica” 1941-1945, che fece 20 milioni morti. Se al Cremlino ci andasse un leader che ignora la storia non resterebbe al suo posto per molto.

Quindi Mearsheimer aveva perfettamente ragione e McFaul faceva della propaganda, come del resto ha fatto anche in queste settimane, fino all’incredibile intervento televisivo in cui ha affermato: che Hitler non uccideva gli autentici tedeschi: One difference between Putin and Hitler is that Hitler didn’t kill ethnic Germans. A quanto pare gli ebrei, gli zingari, i gay, i cattolici antinazisti e i comunisti sterminati nei lager non erano “veri” tedeschi.

Questo giustifica l’invasione dell’Ucraina? Per nulla, ma è un contesto necessario per capire quando e come la guerra potrà finire. Sì, perché le guerre devono finire, su questo spero siamo tutti d’accordo, e nell’era nucleare possono finire solo con dei compromessi, non con la resa incondizionata di una delle due parti. Anche su questo la storia ci aiuta: soffermiamoci un attimo sui tredici giorni nell’ottobre 1962 in cui il mondo fu davvero sull’orlo della catastrofe nucleare, a Cuba.

A Cuba c’erano missili sovietici pronti al lancio, a Washington c’erano generali e diplomatici che premevano per un’invasione immediata dell’isola. Si è saputo solo molto tempo dopo che i militari russi sull’isola avevano ordine di lanciare i missili contro gli Stati Uniti in caso di sbarco dei marines, senza richiedere ulteriori autorizzazioni a Mosca. Ne parla per esempio, lo storico di Harvard Serhii Plokhy nel suo libro dal titolo eloquente: Nuclear Folly: A History of the Cuban Missile Crisis. A Washington c’erano sostanzialmente due sole persone che si rendevano conto del pericolo di una catastrofe planetaria: il presidente John Kennedy e suo fratello Robert. Furono loro ad attivare un canale informale e segretissimo con Nikita Krusciov attraverso l’ambasciatore sovietico a Washington, Anatoly Dobrynin. Un canale che permise la soluzione pacifica della crisi.

Tutto questo c’entra con la situazione di oggi? Sì, perché palesemente gli attori del conflitto in Ucraina non si rendono conto di ciò che fanno. Non se ne rende conto Vladimir Putin, che ha invaso un paese di cui riconosceva l’indipendenza e la sicurezza fallendo clamorosamente nei suoi piani di guerra-lampo. Va anche ricordato che le testate nucleari sul territorio ucraino al momento dello scioglimento dell’URSS, nel 1991, furono cedute alla Russia con la mediazione americana in cambio di garanzie che si sono rivelate vuote di senso.

Non se ne rendono conto Joe Biden e Boris Johnson, che hanno rivelato già da parecchi giorni che l’obiettivo della loro politica non è la difesa dell’Ucraina ma la sconfitta della Russia, il che cambia completamente lo scenario bellico. Si può “sconfiggere” una potenza nucleare senza distruggerla? Si può provocare un colpo di stato al Cremlino quando l’80% della popolazione sostiene Putin? Si può mettere in conto una guerra pluriennale senza un costo mostruoso in distruzioni e vite umane in Ucraina? Zelensky forse dovrebbe riflettere alla sorte di molti alleati degli americani in varie parti del mondo, abbandonati senza troppi complimenti quando l’opinione pubblica negli Stati Uniti aveva smesso di credere alla propaganda del proprio governo.

A tutto questo va aggiunta una recessione accompagnata da inflazione in Occidente e vere e proprie carestie in Medio Oriente e in Africa (Russia e Ucraina insieme erano i maggiori fornitori di cereali  di queste aree). L’ultima idea insensata, con cui perfino Enrico Letta si è detto d’accordo, è di usare direttamente le forze militari della NATO per sbloccare il porto di Odessa assediato: come se una battaglia navale nel Mar Nero non fosse un passo catastrofico verso la guerra totale. Ripeto, oggi è necessario capire quando e come la guerra potrà finire e finire senza che con essa scompaia la vita umana sul pianeta. “Per mille secoli almeno noi non ci saremo” cantava Guccini molti anni fa e forse era una profezia, non una canzone.

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