Sandra Bonsanti: “La pace? Non una parola vuota ma una conquista, come la democrazia”

Sandra Bonsanti: “La pace? Non una parola vuota ma una conquista, come la democrazia”

Intervista alla grande giornalista fiorentina, già inviata di Repubblica e poi direttrice del Tirreno. Una riflessione sul concetto di “pace” e sul valore di questo anniversario della Liberazione

C’è una bambina coi riccioli biondi che corre veloce col sorriso appiccicato in faccia. Sta attraversando piazza Cavour, quella che Firenze ribattezzerà piazza della Libertà. Quella che era una corsa proibita dalla paura, ora diventava un atto liberatorio, per lei e per tutti coloro che avevano sofferto i giorni della guerra. “Fu mia madre a dirmi: vai Sandra, stavolta non dobbiamo più camminare sotto i portici, adesso puoi davvero attraversare la piazza. Vai”. Sandra Bonsanti, giornalista, a lungo inviata di Repubblica e poi direttrice del Tirreno, rivive quel giorno come qualcosa di indimenticabile, prezioso.

“Mia madre si tenne addosso per sempre i giorni della guerra e del terrore. Da allora non fu più la stessa. La sorella di mia nonna, Clotilde, era stata deportata ad Auschwitz e non tornò mai più.  Partì nel primo vagone, insieme a Primo Levi. Il segno di quel dolore le rimase segnato sul cuore. Quando mi disse di correre era incinta di mio fratello Giorgio. Era felice anche lei, quel giorno, come lo eravamo tutti, e anche se io ero solo una bambina di sette anni sentivo che qualcosa di tremendo se n’era andato via, forse per sempre”.

Questo venticinque aprile sarà qualcosa di diverso da tutti gli anniversari della Liberazione dal nazifascismo. E’ la prima volta che l’anniversario cade in mezzo a una guerra nel cuore dell’Europa.

Sì, è così: la tragedia che sta vivendo il popolo ucraino ci costringe a riflettere profondamente sulla parola pace. A uscire da qualsiasi retorica, spesso polverosa, e cercare di ridare vita a questo concetto troppo spesso vissuto o citato con superficialità.

Infatti la discussione è in atto. Si torna a diascutere anche del concetto stesso di pacifismo. Il presidente Mattarella ha detto che non è il momento dell’incertezza. Prendere posizione è un dovere per chi difende i valori della democrazia. Lei è d’accordo?

Assolutamente sì. La storia insegna che la pace è una conquista. La parola pace non può essere svilita in un concetto vago. Chi di noi non può dirsi pacifista? Ma il fatto è che a volte questa conquista porta con sé una scia di sangue. Non è cinismo. Si chiama lotta per la libertà. Possiamo discuterne. Ma non possiamo non partire dai fatti: c’è un dittatore sanguinario che sta radendo al suolo delle città, uccidendo bambini, violentando donne. C’è altro modo di fermare tutto questo? Chi ha vissuto una guerra non può non odiarla, ma sa anche che per fermarla serve la diplomazia, certo, ma purtroppo servono anche degli eroi che danno la loro vita per difendere la loro terra. Questo fecero i partigiani. Questo sta facendo il popolo ucraino.

Quindi rimettere in moto la memoria è un atto tremendamente necessario e urgente.

Magris ha scritto: “la memoria è una garanzia di libertà”. Ogni dittatura cerca di cancellarla. Invece è attraverso di essa dobbiamo riscoprire il valore più genuino della parola pace. Qui c’è una sfida tra un sistema di potere che nega la libertà di informazione e la libertà di espressione che sfida un mondo fatto di valori democratici. Possiamo discutere quanto vogliamo, ed è giusto farlo, dei limiti e degli errori del nostro sistema, ma possiamo pensare che chi è sepolto da due mesi nei sotterranei di un’acciaieria assediata dai russi abbia il tempo per aspettare l’esito di un dibattito politico e intellettuale?

A proposito di giornalismo: questa è la prima guerra in tempo reale, con gli inviati sul campo, testimoni di orrori e di crimini. Oltre che una guerra di propaganda social. La comunicazione, si combatte anche lì.

Io mi sento solo di dire grazie a tutti quei giornalisti che stanno lavorando sul campo. Solo attraverso il racconto della realtà è possibile combattere la propaganda, quella che nelle guerre c’è sempre stata, ma nel mondo della comunicazione di oggi è un’arma veramente potente. Per questo un giornalista non deve più limitarsi a raccontare ciò che vede, ma è chiamato a studiare e analizzare la situazione, ad approfondire, a non accontentarsi mai della prima impressione. Il giornalista deve essere un irrequieto, un insoddisfatto alla ricerca maniacale della verità.

La realtà che ci troviamo davanti agli occhi, oltre a sconvolgere le nostre certezze, ci impone anche a riflettere sulla democrazia, sulla nostra ‘comfort zone’. La storia insegna che certi valori vanno nutriti costantemente se vogliamo difenderli dai loro nemici: i populismi, i nazionalismi, il richiamo dell’uomo forte, delle dittature.

I grandi pensatori hanno sempre sottolineato i pericoli che ogni sistema democratico deve affrontare. La democrazia è una sfida quotidiana. I suoi principi vanno attualizzati. Da fiorentina sono orgogliosa del fatto che la Regione Toscana abbia deciso di rafforzare e attualizzare nel suo statuto i principi dell’antifascismo. Quello che conta, adesso, sarà mettere in pratica questi principi. Per esempio premiando le scuole, che promuovono ricerche sulla nostra storia, sugli eccidi, magari dando sempre più voce non solo ai pochi superstiti di quel periodo drammatico, ma anche dando spazio a bravi storici che si confrontino coi ragazzi, che attualizzino i fatti, quelli che poi nella storia rischiano di ripetersi, come la guerra in Ucraina ci sta raccontando.

Signora Bonsanti, lei come passerà questo 25 aprile?

Sarò a Trespiano a commemorare i fratelli Rosselli. Ho trovato una lettera che mio padre Alessandro scrisse a Nello Rosselli nel febbraio del ‘37, in cui gli chiedeva di collaborare alla sua rivista “Letteratura”. Voglio leggere anche la risposta di Nello Rosselli, che tra l’altro dice: “In tempi come questi non ti nascondo che ti sarò sempre riconoscente per questa tua richiesta”. Purtroppo lui e suo fratello furono assassinati dai fascisti pochi mesi dopo.

In questi giorni ripenserà anche a quella corsa in piazza.

Ci penso spesso. Quella bambina correva verso le giostre, respirando per la prima volta aria di libertà. Firenze era libera. Qualche mese dopo tutta l’Italia era libera. Grazie anche al sangue di quei ragazzi. Perché la pace non è una parola vuota. E’ piena di altre parole. E a volte anche di sangue, purtroppo.

intoscana.it 24 aprile, 2022

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