Carcere, la giusta indignazione senza giuste riforme non basta

Carcere, la giusta indignazione senza giuste riforme non basta

Mi sono illuso che il trascorrere dei giorni allontanasse dalla mia retina quelle sconvolgenti immagini di violenza dietro le sbarre. Non è stato così. Mi ha confortato la sdegnata condanna di tantissimi commentatori. Di coloro che invece, ostentando rincrescimento di circostanza per l’accaduto, si premurano di sminuirne il significato ovvero di giustificarlo con gli antefatti o con la ingestibilità di talune modalità organizzative della vita intramuraria, non mette conto neppure di parlare. A loro tutela, direi.

Su due cose l’onestà intellettuale e il buon senso non dovrebbero ammettere discussioni. Quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato: è l’ultimo di episodi analoghi accidentalmente sfuggiti all’omertà e all’insabbiamento. La dimensione reale del fenomeno è ben più rilevante, come chi ha onesta conoscenza del mondo penitenziario sa bene. Del resto, deve essere questa anche l’inconfessata convinzione di quanti si sono opposti all’introduzione (e si oppongono alla permanenza) del reato di tortura; e di quanti hanno sempre ringhiosamente avversato l’adozione del numero identificativo per la riconoscibilità degli agenti della polizia penitenziaria: se davvero avessimo a che fare con isolatissime ‘mele marce’ non vi sarebbe ragione per una così strenua, preoccupata resistenza rispetto a strumenti che permetterebbero di individuare e punire soltanto i pochissimi che si lasciano andare a queste vili aggressioni di persone inermi a loro affidate.

L’altra incontestabile verità è che sarebbe ingiusta ogni generalizzazione. Il Corpo della Polizia penitenziaria è prevalentemente formato da persone che assolvono il loro difficile e ingrato compito con abnegazione e senso della legalità. Anzi, costoro sono ancor più meritevoli in un contesto così difficile, in cui il rispetto della dignità dei reclusi viene da alcuni deriso come imbelle ‘buonismo’, quando non come riprovevole connivenza. Ci saremmo aspettati dai rappresentanti dei tanti onesti agenti una severa e incondizionata condanna degli ignobili fatti che hanno disonorato quella stessa divisa da questi indossata con decoro, sacrificio e senso di umanità.

Ma la condanna morale, oggi, e quella giudiziaria, domani, non bastano. Quando i riflettori dei media (accesi per primo dal quotidiano Domani) si spegneranno su questa inquietante vicenda, il mondo del carcere tornerà in quella extraterritorialità civile in cui la nostra cultura l’ha relegato; un mondo lontano dallo sguardo e dall’interesse pubblico; un mondo in cui, non vogliamo sapere con quali mezzi, uomini pagati poco e considerati ancor meno debbono custodire corpi a loro affidati per tenerli lontani più possibile dalla società sana: quanto basta perché alcune menti deboli cerchino un riscatto alla propria frustrazione professionale nella prevaricazione e nel sopru- so nei confronti dei reprobi che coabitano la medesima, oscura realtà carceraria, riducendoli a ‘cose’ nelle loro mani. Se non cambiano davvero il valore e la funzione sociale del carcere, avremo altri episodi di violenza umiliatrice. Violenza che, oltretutto, non potrà non indurre in coloro che l’avranno subìta un aggressivo rancore sociale di cui la collettività pagherà le conseguenze.

Sul finire della precedente legislatura, con l’inedita iniziativa degli Stati generali per l’esecuzione penale, si era imboccato un tornante culturale che aveva prodotto una miniera di riflessioni e di suggerimenti, molti dei quali recepiti in un progetto di riforma penitenziaria. La maggioranza che aveva meritoriamente promosso questo conato di profondo cambiamento non ne difese i risultati per miopi calcoli elettoralistici; quella che le subentrò si impegnò ad asportarne, per una sub-cultura punitivista, le parti qualificanti, con una perizia chirurgica degna di miglior causa. Se avesse trovato realizzazione l’idea che il carcere non possa essere mai mero stabulario dei corpi di coloro che hanno gravemente ferito la società, ma sempre luogo in cui costoro – giustamente privati della libertà per le colpe commesse – possano vedere rispettata la loro dignità e avvalersi di effettive e impegnative opportunità di riabilitazione sociale, anche la percezione collettiva – e, di conseguenza, l’auto-percezione professionale – della Polizia penitenziaria sarebbe mutata radicalmente.

Sarebbe stata abbandonata l’infondata, ma diffusa convinzione che ci sono forze dell’ordine di serie A che individuano, cercano, catturano le persone che delinquono e forze dell’ordine di serie B, che hanno il ben più agevole compito di tenerle soltanto segregate in uno stato di minorità. Si sarebbe finalmente capito quale delicatissima funzione sia chiamata a svolgere la Polizia penitenziaria, i cui uomini devono assolvere compiti non meno difficili e fondamentali per la società di quelli svolti dagli appartenenti alle altre forze di sicurezza; devono affrontare sacrifici quotidiani più gravosi in un contesto doloroso e mortificante; devono essere garanti della sicurezza degli operatori e dei detenuti, usando nei confronti di questi metodi rispettosi, ma non imbelli; devono, primi osservatori di prossimità, saper capire le personalità e le potenzialità dei soggetti a loro affidati; devono svolgere una così difficile attività all’ombra di fatiscenti strutture, mai rischiarata dai riflettori e dalle gratificazioni dei media: non si tengono conferenze stampa per celebrare un anno di ordinata e costruttiva convivenza nel penitenziario o la riconsegna alla società di soggetti totalmente recuperati.

Se le altre forze dell’ordine hanno l’arduo compito di assicurare delinquenti alla giustizia, loro hanno il non meno impegnativo compito, garantita la sicurezza di questi soggetti e da questi soggetti, di collaborare con gli altri operatori del trattamento per cercare di riconsegnarli migliori alla società. Devono saper essere agenti di custodia e di recupero. Non a caso dai lavori degli Stati generali era emersa la necessità di assicurare loro una specifica formazione multidisciplinare per metterli in grado di assolvere un così insostituibile compito.

Ma se, passato il tempo del sacrosanto sdegno, nulla cambierà; se il carcere continuerà a essere il luogo, che non vogliamo vedere, in cui recludere – non vogliamo sapere come – le nostre paure, saremo destinati a guardarlo di nuovo quando ci esibirà, per imprudenza degli artefici o per meritorie denunce, la prossima ignominia. Non basterà più allora mostrarci indignati per sentirci a posto con la coscienza.

*Giurista, Università di Roma La Sapienza e già coordinatore del Comitato tecnico degli Stati Generali sull’esecuzione penale

Avvenire, 7 luglio 2021

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