Il mondo è a Hong Kong

Il mondo è a Hong Kong

Carrie Lam, la premier di Hong Kong sostenuta da Pechino ma ormai delegittimata, lamenta che il Natale sia stato «rovinato da un gruppo di teppisti sconsiderati ed egoisti». Joan Shang, che partecipa alle proteste per la democrazia, la vede diversamente. «È una guerra ideologica e noi ne siamo al centro». Ieri ci sono stati altri 400 arresti.

Ho trovato Hong Kong scossa e lacerata. Ogni cosa, dalle assemblee di condominio alle conversazioni a cena, è gravata dalla tensione fra lo schieramento «giallo», quello dei manifestanti, e il blocco «blu», quello dei filocinesi. Il dialogo è praticamente inesistente. Dire che il futuro del XXI secolo è legato all’ esito di questo conflitto è un’ esagerazione, ma neanche tanto. «Questa è l’Infinity War», mi ha detto Joshua Wong, uno dei principali esponenti del movimento pro-democrazia. L’arricchimento e lo sviluppo rapido negli ultimi decenni hanno rappresentato il collante della società cinese. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà. Xi Jinping, accentrando il potere, abolendo i limiti ai mandati, estendendo la tirannia tecnologica, non lascia dubbi sulla sua determinazione a prolungare questa coesione attraverso i diktat.

 La storia della Cina è caratterizzata da periodi di unità seguiti da periodi di spaccatura: Xi Jinping vuole mettere fine a questa alternanza. La Cina ha le sue linee rosse, e Hong Kong ci si sta avvicinando. Ma la città è un caso speciale, perché significa dollari e ossigeno. Consente ai tycoon della Cina continentale di spostare dentro e fuori i «capitali rossi». Essendo il terzo centro finanziario del pianeta, garantisce accesso ai mercati dei capitali internazionali. Per questo la Cina, probabilmente, cercherà di tirarla per le lunghe.

L’irrequietezza degli abitanti di Hong Kong ha molte cause: aumento della disuguaglianza, prezzi degli immobili inaccessibili, riduzione delle prospettive per i giovani, senso di marginalizzazione di fronte all’ ascesa della Cina. I manifestanti hanno cinque rivendicazioni, fra cui l’ avvio di un’ inchiesta indipendente sulla brutalità della polizia e un’amnistia per le migliaia di persone arrestate. Ma la più difficile da accogliere per le autorità è l’insistenza sull’elezione del capo del governo a suffragio universale: in altre parole, una democrazia vera per Hong Kong.

La legge fondamentale del 1997 invoca il «suffragio universale» come «scopo ultimo», ma in «accordo con il principio di un progresso graduale e ordinato» e «dopo la nomina di un comitato di nomina ampiamente rappresentativo, in accordo con le procedure democratiche». Ambiguità creativa. Joshua Wong lo dice senza mezzi termini: «Il problema di fondo è che il suffragio universale, dal punto di vista di Pechino, non è molto lontano dall’indipendenza».

Io non penso che la questione sia l’indipendenza. Le proteste sono la furiosa risposta di una popolazione frustrata alla minacciosa svolta repressiva di Xi Jinping e all’ossequiosità di Carrie Lam verso Pechino. Le elezioni dei consigli distrettuali del mese scorso, che hanno visto lo schieramento democratico conquistare l’ 87 per cento dei seggi, indicano da che parte è schierata la popolazione di Hong Kong. L’impazienza e l’irritazione per gli scombussolamenti creati dalle proteste in una città ossessionata dagli affari stanno crescendo, ma sono tutt’altro che predominanti.

La città è la punta di lancia di una nuova consapevolezza mondiale, frammista di angoscia e sconcerto, delle piene conseguenze dell’ influenza cinese. Il successo principale, forse l’unico, della politica estera dell’amministrazione Trump, è la scelta di schierarsi con i manifestanti di Hong Kong e al tempo stesso di esercitare pressione commerciale su Xi Jinping senza chiudere i canali di dialogo con il leader cinese. Questa pressione americana, che ha reso Trump popolare a Hong Kong, non deve scemare.

Traduzione di Fabio Galimberti per la Repubblica, 2 gennaio 2020. Roger Cohen è editorialista del New York Times

 

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