Piazza Fontana, l’importanza di ricordare

Piazza Fontana, l’importanza di ricordare
“Sono stati i fascisti” annunciò il direttore dopo averci convocato tutti nel suo ufficio. Era il tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969. La piccola redazione de “Il Mondo” di Arrigo Benedetti si affacciava sull’Arno e sul Ponte Vecchio. Poche le luci sul fiume, pareva già notte.

Il direttore non era uno sprovveduto. Nella sua vita di grande giornalista aveva già inventato “Oggi” e “L’ Europeo” e “L’ Espresso”. Ora cercava di far vivere a Firenze la sua ultima creatura, (ma fummo presto trasferiti tutti a Milano, come decise l’editore). Ci trovammo così da subito, a poche ore dalla strage, con quella certezza che nessuna versione ufficiale avrebbe scalfito. Quello che diceva Benedetti per me era vangelo: quante cose sapeva! Ed ebbe inizio un viaggio nei Poteri Occulti durato una vita. A Firenze, il 12 dicembre del 1969. A Firenze, mezzo secolo fa.

Sono molti gli italiani che oggi, ripensando a quella strage che fu la prima di una lunga stagione di bombe, di morti e feriti, ricordano dove erano e con chi quando seppero. Succede con gli avvenimenti importanti della vita. E la memoria trasforma una storia di tutti in una storia personale, che ci accompagna negli anni e ci aiuta a raccontarla agli altri, di nonno in nipote, di amico in amico. E oggi, dal ricordo della strage di Piazza Fontana, quanto possiamo imparare? Prima di tutto, anche se può sembrare ovvio, a non credere mai alle spiegazioni ufficiali senza averle verificate anche se siamo soli a dubitare, anche se qualcuno irride. Subito dopo la strage che, oggi si sa, fu pensata e organizzata con la collaborazione attiva di strutture dello Stato, si mosse una rete segreta che doveva ufficializzare la “pista rossa”: incolpare gli anarchici innocenti Pinelli e Valpreda, creare nel Paese una drammatica situazione di emergenza contro il pericolo rosso, instaurare un regime di controllo, ridurre l’autonomia della classe operaia, delle forze politiche non asservite.

Volevano instaurare una repubblica presidenziale, dove pochi avrebbero comandato e riscritto la Costituzione. Tutto era pronto. Tutto era stato preparato così bene che la giustizia non è mai riuscita a far giustizia sul serio. Solo la Storia oggi ci testimonia che ci furono i fascisti di Ordine Nuovo, Giovanni Ventura e Franco Freda, fra gli organizzatori della strage. Ma la Storia ci ricorda anche che oltre agli anarchici che gridavano la loro innocenza, da subito ci fu un eroe civile, Guido Lorenzon, un insegnante di Treviso, che denunciò i veri responsabili.

Lorenzon ha passato la sua vita a testimoniare nei tribunali di Treviso, Roma, Catanzaro, Milano. E oggi parla ancora agli studenti, racconta la storia della “grande bugia” organizzata dai fascisti, spiega quanto sia preziosa la Repubblica democratica. Racconta che ci furono dei magistrati che gli credettero e indagarono e altri invece che scelsero di insabbiare. Lorenzon dice: “Avevo tutta l’ Italia contro”.

Dunque ricordare quella strage dovrebbe servire alle Istituzioni a dire finalmente parole di verità. È giusto chiedere che 50 anni dopo le responsabilità non siano offuscate da preoccupazioni politiche e menzogne. Solo così rispetteremo il valore della memoria, e la memoria dei tanti cittadini italiani che, dal 12 dicembre 1969 in poi, a causa dei silenzi e delle complicità hanno perso la vita: sui treni o alle stazioni, nelle strade dove esplodevano le bombe. I mandanti e gli esecutori, protetti dal cuore oscuro del nostro Stato, non hanno mai pagato la loro colpa. Alla fine di tutti i processi, un tribunale chiese alle famiglie delle vittime di Piazza Fontana di pagare tutte le spese processuali.

La Repubblica, 5 dicembre 2019

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