I PECCATI DELLA SINISTRA SENZA POPOLO

23 Ago 2018

Nadia Urbinati Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

C’ è ancora chi si stupisce, dentro il recinto del centrosinistra, di quanto invisi siano i suoi uomini e le sue donne al “popolo” che sta fuori, che guarda, che commenta e che giudica: che ha in mano il potere oggi più temuto, quello dell’ audience. Un popolo in funzione giudicante, pollice alto/pollice verso, fa paura. E la reazione alla paura denota il carattere. Chi teme i fischi sta a casa: questo è avvenuto ai funerali di Stato delle vittime per il crollo del viadotto di Genova. La sinistra assente. Maurizio Martina lasciato solo.

Questa diserzione è un’ immagine pietosa della mancanza di leadership, che è mancanza di carattere. Ed è la conferma di una delle numerose ragioni che stanno all’ origine del disprezzo largo, dell’ odio perfino, nei confronti del Pd. La politica si basa sull’ opinione, che non fa sconti.

Come non ne fa il voto. Il persistente stupore che a sinistra si avverte per questa contrarietà è segno di una radicale incapacità a comprendere.

Come chi nel Pd ancora sostiene che gli elettori “hanno sbagliato” a votare (il 4 dicembre e poi il 4 marzo). Ma nella gara democratica sbaglia chi perde. Invece si persiste in una irrealistica astrattezza nel rifiutare la realtà. Nel frattempo, gli italiani che hanno sbagliato fischiano.
Come tra i due tronconi del viadotto Morandi spezzato, tra la sinistra e gli italiani c’ è un baratro.

Peppe Provenzano, in un commento postato sulla sua pagina di Facebook, scrive che si deve avere il coraggio di cambiare persone e sigle, programmi e messaggi. Per ripartire occorre però liberarsi della zavorra che affonda la nave: quei vizi etico-politici che sono, oggi, alla base dell’ antipatia del popolo.

Un vizio è la saccenteria, quell’immagine fastidiosa di una sinistra che tutto capisce. Viene da lontano, quando la filosofia della storia dava la certezza della comprensione dei processi. Ma allora c’ era buona fede: si credeva. Oggi, il mito è morto ma quell’ atteggiamento è rimasto e genera un insopportabile e giustificato fastidio. Con quale autorità chi è di sinistra può dire di stare più vicino al vero degli altri? Un altro vizio, conseguente a questo, è la presunzione di competenza. Che aveva una ragione d’ essere (forse) ieri, ma non oggi: alla prova dei fatti, i suoi leader e ministri hanno mostrato di essere non sempre capaci e le loro decisioni non sempre buone. Eppure, resta l’ attitudine di aristocratica supponenza di chi crede di essere comunque dalla parte giusta.

Questo genera frustrazione in chi è ancora di sinistra e risentimento in chi lo era. Genera disprezzo in tutti gli altri, che sono sempre più numerosi.

Scriveva Albert O. Hirschman che non c’ è peggior categoria di politici di coloro che credono di sapere sempre come stanno le cose, senza bisogno di confrontarsi con chi non la pensa come loro poiché, oltre ad aver la mente chiusa al dubbio e all’ apprendimento, hanno la supponenza di chi non ha nulla da imparare. Il popolo che fischia dovrebbe essere come un libro di testo; per aprirlo e leggerlo occorre una disposizione basilare di umiltà, poiché ha più di una ragione per essere così critico.

La sinistra al governo non ha mantenuto molte delle sue promesse: non ha sempre operato per la giustizia sociale; non ha ridato forza al pubblico; non è stata sempre dalla parte dei lavoratori e del lavoro; non ha sempre avuto leader capaci, amati e lungimiranti; ha tentennato sui principi e spesso li ha traditi. Questi sono alcuni degli “errori” dai quali partire. Con umiltà e accettando il principio di realtà.

Repubblica, 21 agosto 2018

Politologa. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York. Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica. Collabora con i quotidiani L’Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il Sole 24 Ore; dal 2019 collabora con il Corriere della Sera e con il settimanale Left.

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