Lombardia/Referendum, aderisce alla proposta di autonomia circa un terzo dei cittadini

Lombardia/Referendum, aderisce alla proposta di autonomia circa un terzo dei cittadini

Referendum Lombardia. Non si può dire che ci sia stata un’adesione travolgente alla scelta autonomista. Su 7 milioni e 900 mila aventi diritto al voto la partecipazione è stata del 38,33 per cento. Di questi alla fine hanno votato sì 2 milioni e 875 mila. Dunque una effettiva adesione alla proposta di autonomia è venuta da un terzo circa dei cittadini lombardi. Ma è possibile che tutta questa operazione politica abbia rafforzato il ruolo e la visibilità del governatore leghista, e quindi ne faciliti la rielezione al prossimo rinnovo regionale.

La campagna elettorale e i commenti seguiti ai risultati sono tutti incentrati sulla suggestione di una svolta epocale: niente sarà più come prima … un’occasione storica … un big bang. Insomma, si è puntato molto sull’idea di una svolta radicale, di un cambiamento decisivo, di una ritrovata libertà. Tutte suggestioni poco razionali e poco argomentate, anche se è vero che la pochezza delle argomentazioni affligge da tempo anche la scena politica nazionale.

Il tema del cambiamento, della necessità di offrire finalmente una risposta alla sfiducia che serpeggia nel Paese, e non solo nel lombardo-veneto, è un tema sentito e reale. E’ diffuso un sentimento di impotenza rispetto ai problemi quotidiani, al mondo globale, a cambiamenti troppo repentini e incomprensibili. Un sentimento di inadeguatezza e smarrimento.

“Non sappiamo ciò che accade, e questo è ciò che accade”, è la illuminante sintesi di Edgar Morin. E di fronte ad un tale scenario è facile fare presa con messaggi di isolamento e chiusura. Di riduzione in un perimetro geografico e culturale separato dal contesto globale. E’ una illusione. Peggio, è una pericolosa mistificazione. Perché una vera autonomia e sovranità non può essere riscattata da una singola regione, ma se mai da organismi nazionali o sovranazionali (Ue) che, soli, hanno (avrebbero) la forza politica di contrastare la vera sovranità che oggi è esercitata dai mercati. Una sovranità dei mercati che, se c’è spazio per un inciso, è purtroppo agevolata da trattati commerciali come il Ceta, il TTIP, il TPP …

Oltre al messaggio di libertà, cioè della possibilità di determinare il proprio destino, gli elettori lombardo-veneti avrebbero dovuto essere catturati dal tema dei soldi: teniamoci il residuo fiscale, quello che Roma ci sottrae di tasse e non ci restituisce in termini di efficienza e servizi. Formulata in questi termini la questione serve a dare quasi un’idea di rapina. Aggravata dalle obiettive condizioni di difficoltà in cui annaspiamo da troppi anni. Nei periodi buoni l’economia italiana era cresciuta meno dei Paesi comparabili, e nei periodi cattivi ha patito recessioni più profonde. L’esito di questo andamento, costantemente inferiore anche nei periodi di crescita alle medie europee e Ocse, è che ci stiamo allontanando, in termini di reddito e come sistema, dal gruppo di testa delle economie avanzate. E questo vale anche per il lombardo-veneto.

Di qui il tentativo da parte delle aree più dinamiche del Paese di smarcarsi rispetto al quadro nazionale: siamo più efficienti, potremmo fare meglio se potessimo gestire competenze e risorse in modo diretto. Anche questa è una mistificazione, che serve a nascondere una speculazione politica.

Vi sono almeno tre obiezioni che svelano l’imbroglio. La prima è che il ceto politico lombardo, cui verrebbero trasferite competenze e risorse, non ha alcuna credibilità per proporsi in questo ruolo. Pensiamo ad esempio al sistema dell’istruzione, alle grandi reti di trasporto e infrastrutture, alle politiche energetiche, al commercio estero, alle politiche ambientali …Tutte avrebbero bisogno di una prospettiva più ampia e lungimirante, non certo di una riduzione in confini regionali.

Le nuove risorse da distribuire in Lombardia sarebbero poi soggette al sistema delle influenze e relazioni locali. Esempio emblematico di un tale rischio è l’autorevole opinione della consigliera regionale di Forza Italia che lamentava la scarsa partecipazione al referendum delle zone dell’oltre Po. Secondo lei poco riconoscenti dopo aver ricevuto i fondi per il dopo sisma (!).

Una terza obiezione è che il sistema economico lombardo-veneto in fondo si avvantaggia dei trasferimenti fiscali alle altre regioni, perché questi finanziano gli acquisti di beni e servizi prodotti dalle aziende padane. Sono le tipiche opportunità offerte da un mercato interno. Infine valga l’obiezione che i trasferimenti alle Regioni povere corrispondono a un principio di solidarietà che è alla base di qualsiasi comunità. Pena una frattura trasversale tra ricchi e poveri, in tutta la nazione e in tutte le regioni. Su una cosa sola potrebbero convenire autonomisti e non: è superata e assurda la presenza di Regioni a statuto speciale. Che godono di privilegi inspiegabili dal punto di vista della ratio economica e politica. E che, in alcuni casi, come Sicilia e Val d’Aosta, costituiscono un vero scandalo per lo sperpero di risorse pubbliche.

(*) L’autore è socio del Circolo di LeG di Mantova.

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