Se l’Italia resta sospesa nel limbo costituzionale

06 Gen 2015

Stefano Rodotà

IL tempo costituzionale dovrebbe appartenere alla lunga durata, mai immiserito da ansiosi bilanci di fine d’anno. Ma abbiamo perduto questa dimensione, e i sessant’anni trascorsi dall’approvazione della Costituzione italiana vengono con frequenza inquietante presentati come un periodo che l’avrebbe logorata nei suoi stessi principi, ignari che la Corte suprema degli Stati Uniti e il Conseil constitutionnel francese fondano ancora le loro sentenze sul Bill of Rights del 1791 e sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Obbligati a vivere in un eterno presente, rischiamo di non aver più la profondità dello sguardo indispensabile quando si affrontano temi che riguardano l’assetto complessivo delle istituzioni e il rapporto tra lo Stato e il cittadino.

IL tempo costituzionale dovrebbe appartenere alla lunga durata, mai immiserito da ansiosi bilanci di fine d’anno. Ma abbiamo perduto questa dimensione, e i sessant’anni trascorsi dall’approvazione della Costituzione italiana vengono con frequenza inquietante presentati come un periodo che l’avrebbe logorata nei suoi stessi principi, ignari che la Corte suprema degli Stati Uniti e il Conseil constitutionnel francese fondano ancora le loro sentenze sul Bill of Rights del 1791 e sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Obbligati a vivere in un eterno presente, rischiamo di non aver più la profondità dello sguardo indispensabile quando si affrontano temi che riguardano l’assetto complessivo delle istituzioni e il rapporto tra lo Stato e il cittadino.
Molte volte, in passato, si era sottolineata l’impossibilità di separare la parte prima della Costituzione, dedicata a principi e diritti, da quella successiva sull’organizzazione dello Stato. Questa connessione è stata ricacciata sullo sfondo, perché la decisione di procedere a una riforma costituzionale riguardante governo, parlamento e sistema delle autonomie, insieme all’approvazione di una nuova legge elettorale, ha giustamente calamitato l’attenzione sul fatto che viene disegnato un sistema che mette in discussione essenziali equilibri democratici. Obbligati a battersi su questa trincea, senza molto ascolto e con qualche sgraziata ripulsa, gli studiosi critici della riforma non hanno dedicato l’attenzione necessaria all’erosione costante dei diritti fondamentali verificatasi nell’ultima fase, motivata con l’argomento dell’austerità.
Una situazione eccezionale? Non sembrerebbe, perché il riferimento all’austerità ha ridato spazio ad impostazioni che subordinano il rispetto dei diritti fondamentali alle compatibilità economiche. E questo riduzionismo dei diritti mette in evidenza un problema non meno grave di quello denunciato a proposito delle modifiche della seconda parte della Costituzione. Più impegnativo, anzi, perché non si dovrebbe dimenticare che le costituzioni degli ultimi sessant’anni sono state tutte caratterizzate dal fatto che proprio lo spazio dei diritti è divenuto un loro connotato essenziale. Possiamo accettare che venga chiusa questa fase del costituzionalismo?
La questione non può essere elusa. La cultura politica e giuridica deve misurarsi con essa, andando anche al di là del pur necessario spirito difensivo e sviluppando indicazioni che non si colgono soltanto nella Costituzione italiana. Ma, per muoversi in questa direzione, bisogna liberarsi non solo dall’accettazione passiva con la quale una parte degli studiosi del diritto costituzionale ha registrato il primato attribuito all’economia, proponendo una ricostruzione dei diritti fondamentali come “diritti condizionati” dalla disponibilità delle risorse. È indispensabile reagire anche alle tesi di chi, pur radicalmente critico verso ogni forma di neoliberismo, conclude poi che la Costituzione non rappresenta più uno strumento adeguato, dunque da abbandonare, affidandosi alle virtù della sola lotta politica. Che è posizione sbagliata, perché trascura il dato di realtà rappresentato dal fatto che proprio i riferimenti alla Costituzione hanno consentito in questi anni difficili di reagire ad iniziative pericolose, dando così uno strumento in più all’azione e alla critica politica.
Si tratta, dunque, di capovolgere molte impostazioni correnti e di restituire ai diritti fondamentali quella funzione di guida ad essi affidata dalla Costituzione, recuperando così quello sguardo prospettico che deve sempre accompagnare la politica costituzionale. Affrontando la questione certamente più difficile, ed oggi centrale, quella del lavoro, Gustavo Zagrebelsky ha sottolineato che “la Costituzione dice, in verità, non che il lavoro è condizionato alla politica, ma che la politica è (deve essere) condizionata al lavoro”. La necessità di tornare ad essere consapevoli di questa gerarchia è colta bene da Gaetano Azzariti in uno scritto recente, e Lorenza Carlassare da tempo segnala l’obbligo di distribuire le risorse disponibili in modo da assicurare in primo luogo l’attuazione dei diritti fondamentali.
Come si possa affermare il primato dei diritti fondamentali e legare ad essi una parte delle risorse, è questione affrontata nei più diversi luoghi del mondo. La costituzione brasiliana esplicitamente vincola una quota delle entrate all’attuazione dei diritti sociali, dalla salute all’istruzione, e la Corte Suprema controlla il rispetto di questi criteri. In India, nel 2013, il diritto al cibo è stato riconosciuto per legge, prevedendo che a determinate categorie di cittadini siano assicurati cinque chili di cereali al mese. La Corte costituzionale tedesca, nel 2010, ha “parlato alla politica”, dichiarando in parte illegittima la legge sul mercato del lavoro perché violava “il diritto alla garanzia di un minimo vitale dignitoso”, e ha indicato i criteri che il parlamento deve seguire; e proprio il parlamento tedesco ha approvato una legge che dal 2013 riconosce ai bambini “il diritto a un posto all’asilo”, prevedendo che i genitori possano rivolgersi all’autorità giudiziaria che, qualora il posto manchi, impone al comune di provvedere, con un evidente vincolo sulla destinazione delle risorse (intervento richiesto fin dal 2008 dal sindacato dei metalmeccanici come misura necessaria per garantire alle donne il diritto al lavoro).
Siamo di fronte a situazioni e tecniche diverse, che restituiscono al costituzionalismo dei diritti fondamentali la sua visione prospettica, lo collocano al di là degli atteggiamenti puramente difensivi e mostrano la sua capacità di affrontare situazioni interamente nuove. Certo, oggi la sfida dei diritti sociali, la cui attuazione esige prestazioni pubbliche, appare assai più impegnativa, ma questo è il terreno dove si misura la coerenza dei sistemi democratici, che dichiarano d’essere fedeli ai principi di eguaglianza, libertà, solidarietà, dignità. Parole che perdono senso se non vengono continuamente misurate sulla materialità del vivere, su una realtà che sembra abbandonata ad una deriva che quotidianamente le contraddice. Se si vuol parlare di doveri, come da più parti si fa, questi non possono essere intesi come una via per ridurre le “pretese” individuali, ma indicano in primo luogo i doveri delle istituzioni nei confronti delle persone.
In Italia vi sono segnali che mostrano come la consapevolezza culturale di questi problemi possa essere accompagnata da azioni politiche concrete. Si stanno raccogliendo firme su una proposta di legge d’iniziativa popolare per modificare l’articolo 81, che dovrebbe essere considerata con attenzione da tutti quelli che, dalle parti più diverse, sono ormai consapevoli dei guasti determinati da una acritica costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. Ma questa proposta non esprime soltanto una logica difensiva. Prevede che la legge sulla contabilità e la finanza pubblica definisca “i vincoli di bilancio nel rispetto dei diritti fondamentali della persona” e che alle istituzioni locali siano attribuite le risorse pubbliche necessarie per tutelare i diritti sociali e civili, e comunque necessarie per garantire le prestazioni essenziali. Si può sfuggire ad una discussione pubblica su questo tema?
E, considerando l’influenza determinante del contesto globale sull’attuazione dei diritti, dovrebbe essere preso molto sul serio il monito di Marcello De Cecco, che su questo giornale ha messo in luce i rischi del Trattato Transatlantico in corso di negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea. È troppo chiedere che il Parlamento italiano trovi un tempo non frettoloso per discutere un tema dal quale dipende il nostro futuro e dia al governo gli indirizzi necessari perché non si riconosca alle società multinazionali il potere di opporsi alle decisioni degli Stati con procedure incompatibili non solo con la tutela dei diritti, ma con gli stessi principi della democrazia?

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