Che cosa ci aspetta

Il momento che la maggioranza del paese aspettava ormai da troppo tempo, le dimissioni di Silvio Berlusconi, è arrivato verso sera con una secca e drammatica nota del Quirinale. Ma la sconfitta di un presidente del consiglio ormai al capolinea, ha un retrogusto amaro, amarissimo. Ci trascina, come in molti avevano previsto e paventato, nell’incubo greco. Berlusconi infatti se ne andrà solo dopo aver portato a termine l’approvazione della legge di stabilità, che ora, alla luce di una nuova lettera dell’Europa (rivelata da Repubblica), assume i contorni di una manovra pesantissima. E lo scenario più probabile è quello di elezioni anticipate in un clima sociale terribile.
E’ il Quirinale ad annunciare che Berlusconi si dimetterà «una volta compiuto il suo adempimento», cioè dopo aver approvato la legge di stabilità «emendata alla luce del più recente contributo di osservazioni e proposte della Commissione europea». E’ il capo dello stato a indicare tempi e tappe della fine di questa lunga agonia berlusconiana. Non saranno consentite tattiche dilatorie, la manovra economica andrà approvata entro un paio di settimane e rispettando le indicazioni contenute nella lettera, finora segreta, inviata cinque giorni fa.
Il comunicato del Quirinale sigla il drammatico show-down con il presidente del consiglio, costretto a salire al Colle dopo una seduta della Camera dove il voto sul Rendiconto dello Stato regalava alle cronache la plateale testimonianza di una maggioranza svaporata a quota 308. Ma si apre ora la battaglia più difficile, quando si avvicina il momento di portare a termine i comandamenti della Bce. Questo «adempimento» se lo intesteranno l’attuale governo e il parlamento. Vuol dire che assisteremo a una replica delle manovre di luglio e agosto quando, in pochi giorni, raccogliendo le pressanti raccomandazioni del capo dello stato e abdicando al proprio ruolo, l’opposizione consentì la fulminea approvazione delle pesanti e inutili manovre finanziarie dell’estate. Perseverare sarebbe diabolico.
Una volta fatte a pezzi le istituzioni del welfare (nella lettera dell’Europa si entra nei minimi dettagli di ogni aspetto del nostro assetto economico-sociale: sanità, scuola, pensioni, privatizzazioni…) si apriranno le urne. L’esercizio della democrazia potrà essere consentito quando sarà stato svuotato di ogni reale potere. Berlusconi lascia un paese commissariato dal Fondo monetario e dalla Banca europea, istituzioni al di là e al di sopra della sovranità parlamentare. Con il rischio, sempre più reale e vicino, che non saranno più i 139 articoli della nostra Costituzione a guidare la ricostruzione dalle macerie del ventennio berlusconiano, ma i 39 paragrafi della lettera firmata dalla Commissione europea.

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