Il Pdl si sgretola. Il governo è senza numeri

Il Pdl è nel panico da quando due deputati, la D’Ippolito e Bonciani, ieri mattina hanno saltato il fosso e sono andati nell’Udc. Cosicché la maggioranza, da 318 che era alla Camera, scende a 316, giusto la metà più uno dei seggi. Anzi, la metà meno uno, in quanto un altro parlamentare (Franzoso) è malato e un altro ancora a votare verrebbe tanto volentieri (Papa) ma si trova agli arresti domiciliari. Come se non bastasse, poco dopo le due defezioni sono arrivate quelle di tre «responsabili». Se ne sono andati al gruppo misto e continueranno a spingere la carretta, assicurano Belcastro, Porfidia e Jannaccone; ma chiaramente i tre sono (come si dice nei bassifondi politici) in vetrina.

Sempre ieri mattina, sul «Corsera» è apparsa la lettera di altri sei deputati (Antonione, Bertolini, Pittella, Stracquadanio, Gava e Destro) che chiedono a Berlusconi di consentire un governo con una più larga base parlamentare, in pratica di farsi da parte dal momento che l’ostacolo è lui. È finita qui? Non ancora. Vuole decidere il da farsi Tortoli, idem Pippo Gianni. Risulta in bilico Mazzuca. Il repubblicano Nucara lo è ancora di più. La componente ex-Fli (Urso, Ronchi più altri due) si sta domandando che resta a fare sulla nave che affonda. Raccontano a Montecitorio del disagio di Pionati. E l’elenco potrebbe continuare poiché Scajola e i suoi seguaci per il momento stanno alla finestra in attesa degli sviluppi, ma potrebbero dare il colpo di grazia.

Davanti alla frana, che sembra inarrestabile, i «berluscones» non restano con le mani in mano. Stanno tentando operazioni di recupero anzitutto con i sei firmatari della lettera. Il premier (che si trova a Cannes per cose ben più importanti, ma si tiene aggiornato tramite Bonaiuti) è ancora sicuro di poter esercitare una moral suasion specie con Stracquadanio, nel passato un ultrà dei più scatenati e con qualche vena di protagonismo. Come al solito, si considera un fuoriclasse. Verità è invece che il pasticcio l’ha combinato lui, promuovendo nel governo Galati in Calabria, col risultato di far scappare la D’Ippolito e di mandare in bestia Pittella. Oppure frustrando le legittime ambizioni della Bertolini, una fedelissima la quale si è vista nominare ministro la concorrente bolognese Bernini (che da titolare delle Politiche europee non ha certo brillato per le presenze a Bruxelles).

Si può parlare di effetto boomerang: cedendo in passato al ricatto degli scontenti, il Cavaliere ha generato «malpancisti» a grappoli. La fortuna del premier, invece, è che al momento gli regge la trincea del Senato, dove sono in corso peraltro grandi manovre. Oltre al solito Pisanu, sono lì lì per andarsene Dini, Vizzini e qualcun altro. Se basteranno a rovesciare il banco, lo scopriremo il 15 novembre, quando si voterà la fiducia alla legge di stabilità, comprensiva del maxi-emendamento con le misure «europee». Dovesse farcela Berlusconi, la palla passerebbe alla Camera per una conta ancora più incerta. Ma forse non ci sarà bisogno di attendere fine mese, perché martedì prossimo si voterà sul Rendiconto dello Stato.

I vertici Pdl sanno perfettamente che lì potrebbe scattare l’agguato, e non si faranno cogliere alla sprovvista. L’argomento che usano per convincere i dissenzienti (sul piano politico, s’intende) è così riassunto dal capogruppo Cicchitto: «Chi dovesse dissociarsi finirebbe per provocare, senza rendersi conto, le elezioni anticipate». Nessun governo tecnico nascerebbe, e per giunta i deputati perderebbero il diritto alla pensione (che scatta tra un anno)…

Qualche conforto il Cavaliere l’ha ricevuto dal Quirinale. Bossi è salito sul Colle per escludere ribaltoni. E Alfano, per la prima volta capo delegazione Pdl, ha raccontato per telefono al premier che Napolitano è stato di una correttezza esemplare. A un certo punto, svela un testimone, il Capo dello Stato se n’è uscito con la frase seguente: «Se ce la fate, andate pure avanti; ma se non ce la doveste fare, le elezioni mica sarebbero una catastrofe». Una semplice battuta. Musica, tuttavia, per le orecchie dei berlusconiani smarriti.

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1 commento

  • Sarebbe ora che si rendessero conto (Letta per primo) che siamo sull’orlo del baratro e che i loro sporchi giochetti non incantano più nemmeno i loro stessi elettori che ormai vedono B. come fumo negli occhi:il ribaltone lo faranno loro se invece di affidare il paese in mano ad un governo di transizione in grado di traghettarci oltro lo sfascio cui stiamo assistendo e di ridarci una legge elettorale degna di farci poter eleggere i nostri rappresentanti (e non i lacchè venduti ai partiti) democraticamente quando sarà giunto il momento di tornare alle urne. NON certo ora che siamo in mezzo ad una bufera, gli unici non in grado di accorgersene “sono tutti al ristorante” con il loro grande capo: Spero di brindare martedì alla loro caduta e che tutti quelli che veramente abbiano a cuore questo paese capiscano che è un suicidio andar alle urne ora e con questa legge (io per prima diserterei le urne!)

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