Ora dite la verità sulla guerra afghana

13 Ott 2010

Le emozioni sono nemiche della verità, tutta la verità? Forse è inevitabile che sia così, soprattutto quando dolore e rabbia nascono dalla morte di giovani in uniforme. Ma poi fatalmente giunge il momento di dirla, la verità. Di non seminare illusioni in una opinione pubblica scossa e incerta, di misurare correttamente le sue speranze, di essere franchi anche quando le previsioni correnti sono sgradevoli e impopolari.

L’Italia di oggi, che non si è ancora asciugata le lacrime per i quattro Alpini caduti in Afghanistan e onorati solennemente ieri a Roma, si trova a questo punto. Perché su quanto hanno detto non pochi politici, su quanto hanno scritto alcuni giornali, su quanto si è udito in tv, gli italiani meritano la verità della chiarezza.

Dotiamo i nostri aerei di bombe e missili, ha proposto il ministro La Russa. Un po’ come, in una precedente analoga occasione, si decise di autorizzare i Tornado a sparare con quei cannoncini di cui non si è più avuta notizia. Chi si oppone oggi all’idea di La Russa ha scrupoli costituzionali (ma davvero dobbiamo continuare a negare che quella dell’Afghanistan è una guerra?), oppure, come il pd Fassino, ricorda che i bombardamenti aerei provocano molte morti di civili. Per chi partecipa a un conflitto, tuttavia, la domanda-chiave è diversa: servirebbero ad aumentare la sicurezza delle nostre forze, queste bombe fornite agli aerei? In circostanze che raramente si verificano, forse sì. Di più servirebbe armare i velivoli senza pilota Predator, che potrebbero colpire i guerriglieri sorpresi a installare trappole esplosive. Ma il punto vero è ricordare con franchezza che la quasi totalità dei nostri caduti ha perso la vita saltando su mine stradali o cadendo in agguati improvvisi e fulminei condotti da piccoli gruppi, contro i quali gli aerei poco potrebbero. E allora? Allora quel che conta è non far intendere all’opinione pubblica che con le bombe sugli aerei i nostri sarebbero meno vulnerabili.

Si è poi creata una gran confusione sul fatto che il contingente italiano in Afghanistan «comincerà a ritirarsi nell’estate 2011». Potrebbe risultare vero, se Obama terrà duro e se questo sarà l’accordo al vertice Nato del mese prossimo a Lisbona. Il ministro Frattini ha tuttavia fatto bene a precisare, quando ormai il toto-calendario impazzava, che il ritiro avrà luogo «tra il 2011 e il 2014». E questo se tutto andrà nel migliore dei modi. Non solo. L’Italia ha promesso a Obama di aumentare i suoi effettivi che a fine anno dovrebbero arrivare a quota 4000. E partiranno anche alcune centinaia di Carabinieri in più, con compiti di istruttori. Altro che ritiro, dunque. Semmai bisognerebbe spiegare agli italiani che ora e nei prossimi mesi sarà prodotto il massimo sforzo in termini militari, con relativo aumento dei rischi per i soldati, nella speranza di rafforzare i negoziatori che guidati da Karzai stanno cercando di coinvolgere i talebani in un accordo che consenta il disimpegno onorevole delle forze straniere. L’unica condizione sembra ormai essere quella dell’isolamento di Al Qaeda, ma ben pochi credono che il disegno possa riuscire. Gli italiani meriterebbero di saperlo, perché i nostri soldati come tutti gli altri rischieranno di più, non di meno.

È alla luce di queste crude realtà, e non di imbonimenti più o meno pre-elettorali, che l’Italia dovrà portare a Lisbona una posizione univoca. Partendo da quali premesse? Ogni lutto, purtroppo, serve a passarle in rassegna. Berlusconi ha assunto una posizione di coerenza con gli impegni sottoscritti in sede Nato. Fini e Casini hanno accenti diversi ma sono sulla stessa linea. La Lega si espone il meno possibile ed è notoriamente divisa tra appoggio al governo e voglia di disimpegno. Bersani come altre volte ha chiesto una non meglio precisata riflessione ma stavolta è stato chiaro sulla necessità che l’Italia si muova comunque con gli alleati atlantici. Di Pietro è per il modello olandese: via dall’Afghanistan, velocemente e unilateralmente. L’estrema sinistra è coerente nel suo no su tutta la linea.

Poi c’è chi più conta, c’è quel Barack Obama che tenta disperatamente di mantenere i primi ritiri al luglio 2011 ma non vuole dover poi andar via come l’America andò via da Saigon. Ci sono i talebani sempre più forti e i narcotrafficanti sempre più potenti. E c’è un Pakistan che fa il triplo gioco. Probabilità di vittoria? Pochissime. Ma restiamo dell’idea che l’Italia debba resistere alle tentazioni olandesi, e muoversi con i suoi principali partner atlantici ed europei. Dicendo la sua, beninteso. Ma sapendo che talvolta si può anche combattere, e morire, per un interesse nazionale che di astratto ha soltanto l’apparenza.

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