Paolo Romani allo Sviluppo

04 Ott 2010

L’uomo più fidato del presidente del Consiglio in materia di televisioni prende il posto di Scajola, dopo cinque mesi di interim. E rispunta più grande di prima il conflitto d’interessi.

Quale miracolo! E quale scandalo. Lunedì 4 ottobre – 153mo giorno dell’interim di Silvio Berlusconi – la Camera, a partire dalle ore 16, discute le mozioni (Idv, Pd, Udc) con cui si impegna il presidente del Consiglio a procedere immediatamente alla nomina del nuovo ministro per lo Sviluppo economico, sede vacante da cinque mesi dopo le dimissioni di Claudio Scajola colto con il sorcio in bocca nella storia dell’acquisto della casa con vista sul Colosseo. Ma mentre è in corso la prima fase del dibattito di quelle che sono, nei fatti, delle mozioni di sfiducia al Cavaliere uno e bino, Berlusconi sale al Quirinale per chiedere al presidente della Repubblica la firma del decreto di nomina a ministro per lo Sviluppo di Paolo Romani, l’uomo più fidato del presidente del Consiglio in materia di televisioni! Risultato: il dibattito s’interrompe, Berlusconi non è messo (come sarebbe stato probabile) in minoranza, insomma la paura l’ha vinta sulla protervia della gestione autocratica anche di un ministero-chiave. E, in fondo, l’hanno vinta anche le opposizioni: senza le loro mozioni quanti giorni o mesi il Cavaliere (che aveva sistematicamente, arrogantemente, ignorato le sollecitazioni del Quirinale) si sarebbe tenuto stretto anche il ministero?

Sono le 19 quando il segretario generale del Quirinale, Donato Marra annuncia la nomina del nuovo ministro.

Miracolo s’è detto, ma anche e soprattutto scandalo. Chi è infatti Romani? Vediamo le sue credenziali. Si è sempre occupato, in prima persona, del settore tv. Ha fondato prima Tv1, poi Milano Tv (diventata più tardi ReteA) di cui è stato direttore generale sino al 1985. Poi è diventato amministratore delegato di Telelombardia ed editore di Lombardia 7, che ha formalmente ceduto nel 1995, dopo l’elezione a deputato di Forza Italia. Per giunta Romani aveva già – prima da sottosegretario, poi da viceministro allo Sviluppo economico – la delega proprio alle Comunicazioni, cioè al settore-chiave della gestione e dell’assegnazione delle frequenze, del controllo della Rai, della verifica dei contratti scomodi, ecc. Ora avrà tutti i poteri, senza rispondere a nessun altro che al tycoon televisivo-padrone del Pdl-presidente del Consiglio. Come dire, un conflitto d’interessi grande come una casa. Grande come quello del suo capo.

Insomma, tanto valeva nominar ministro direttamente Fedele Confalonieri.

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