La penosa retromarcia del “ghe pensi mi”

21 Lug 2010

Il premier, obtorto collo, è stato costretto a fare marcia indietro. Troppo forti le contrarietà del Capo dello Stato, del presidente della Camera, dei magistrati, dei giornalisti, degli editori, di tutta un’opinione pubblica schierata contro il ddl anti intercettazioni

La confusione regna sovrana a Palazzo Chigi. E dilaga anche tra gli uomini del Cavaliere, i fedelissimi che si erano mobilitati al grido del “Ghe pensi mi”, convinti di vederlo brandire la “spada affilata” evocata da Bossi, e lo vedono ora acconciarsi a una penosa retromarcia, dedito alle consuete lamentazioni contro i “magistrati di sinistra” e una Costituzione che non gli permette di “ammodernare il Paese”. Certo, per il governo è una brutta sconfitta dover far suoi gli emendamenti sul diritto di cronaca, per cui viene a cadere la norma liberticida, voluta da Berlusconi, che vietava di pubblicare qualunque intercettazione fino alla richiesta di rinvio a giudizio o all’inizio dell’udienza preliminare. Ma colpisce, ancor più, il modo in cui alla sconfitta l’esecutivo è arrivato. Tra grottesche contraddizioni e infiniti ondeggiamenti, in un balletto che ha assunto movenze farsesche, malgrado la drammaticità del tema in discussione.

Non più di un mese fa, il premier proclama: “La legge come uscirà dal Senato sarà approvata dalla Camera”. E,  invece ora decide di rimettere la spada nel fodero, i pasdaran, pronti all’attacco,  vengono fermati. Evidentemente, non se l’è sentita, Berlusconi, di scontrarsi con le forti perplessità del Quirinale, con l’opposizione di Fini, con il fuoco di sbarramento di magistrati, giornalisti, editori, con l’indignazione dell’opinione pubblica. E, dunque, dà mandato al suo Guardasigilli di tentare la strada di un compromesso. Ma, appena si manifesta l’intesa,  Berlusconi la rimette in discussione, la sconfessa, la stronca. A questo punto, è comprensibile che le truppe non capiscano più nulla, che i cortigiani si preoccupino per la loro sorte, dinanzi a un generale indeciso a tutto. Che annuncia l’attacco e contemporaneamente prepara la ritirata. E che, alla fine, si accontenta di adagiarsi nel solito tran tran. Tanto, per lui, non  è essenziale governare, ma mantenersi il posto. Tenersi stretto il potere, per salvaguardare i propri interessi.

La sorpresa è grande. Ma, a guardar bene, si tratta di uno schema collaudato: limitare i danni, scaricare sugli altri, anche sui fedeli esecutori, le responsabilità. Ha fatto così sul caso Scajola, sul caso Brancher, sul caso Casentino. Ma, a questo punto, la situazione si presenta più difficile per il premier. Segnali inquietanti arrivano dalle procure: da quella di Roma, che indaga sulla P3,  a quella di Caltanissetta, che indaga sulle collusioni tra mafia e politica. Il Cavaliere si sente sotto assedio e non si fida più di nessuno. Sa che con Fini la battaglia è ancora all’inzio. Sospetta di Tremonti. E neppure il rapporto con Bossi gli pare sicuro come un tempo. Guarda la sua agenda e non vede nessuna casella al suo posto. Voleva blindare la legge sulle intercettazioni e cambiare la manovra economica. E, invece, è accaduto il contrario.

Attenzione, però. Sarebbe rischioso cantare vittoria. Il Cavaliere sembra ormai entrato nella zona grigia di un continuo declino. Ma è maestro nei colpi di coda. Usa l’arma dell’azzardo, superando i limiti della decenza politica, quando la situazione si fa disperata. Gli emendamenti sul diritto di cronaca sono soltanto un piccolo passo. Rimane l’impianto diabolico di una legge che condiziona fortemente le indagini della magistratura. In ogni caso, resta inemendabile il sistema berlusconiano. La dottrina di Arcore. Che non ammette regole, garanzie, equilibrio dei poteri.

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