Le scosse e i silenzi

Quando “sono in ballo i fondamenti primi” come scriveva Carlo Rosselli nel ’28, quando i mezzi per reagire appaiono tanto inadeguati rispetto allo scontro, coloro che non si rassegnano al potere dominante trovano sollievo nell’organizzare l’opposizione. In giornate come quelle che stiamo vivendo ad esempio, con una tensione istituzionale mai vista, non può non colpire il “silenzio” del Parlamento. L’approvazione alla Camera dell’orrida legge sulle intercettazioni, che con un unico colpo di spugna cancella possibilità di indagare e possibilità di informare e gli annunciati progetti di approvare prima della pausa estiva la riforma della giustizia e del Csm dovrebbero convincere Pd, Idv e forse anche Udc che è venuto il momento di costringere Berlusconi a spiegare in aula quale è il suo progetto politico. Deve dire ora se intende davvero abbattere l’autonomia della magistratura. Deve dire ora a deputati e senatori se intende azzerare insieme ogni loro potere di decisione e di controllo e la nostra Repubblica parlamentare. Libertà e Giustizia già da tempo chiede che un terzo dei deputati o senatori chiami il presidente del Consiglio in aula a rendere conto della sua strategia. Tanto più adesso che lui stesso lamenta tentativi di “eversione” nei confronti del suo governo. Quali sono i suoi veri progetti? Aspetta forse di decidere sulla base del risultato del referendum? L’aria mefitica che si respira nelle stanze della politica, alla vigilia dei ballottaggi, ha avuto una bella conferma nella dichiarazione di D’Alema che sono in arrivo “scosse” istituzionali e che dunque bisogna che l’opposizione sia pronta.

Cosa vuol dire? Pronti a cosa? Quello che è difficile spiegare ai dirigenti del Partito Democratico, già impegnati nella gara congressuale, è quel sentimento di disamore che colpisce tanti italiani di centro sinistra. Un senso di appartenenza forte li aveva quasi fin qui convinti a sentirsi partecipi di un progetto comune, un’idea di democrazia e di buona e onesta amministrazione. Il rifiuto della cultura berlusconiana non era il solo motore del voto, dello schierarsi con margheritae Ds e poi Pd o anche più a sinistra. C’era, fra tanti cittadini elettori, una solida certezza sulle radici e sull’appartenenza a un’idea di Paese che era stata propria, persino su fronti contrapposti, di un certo mondo cattolico della Dc dei repubblicani lamalfiani, di compagni socialisti e comunisti, questi ultimi appartenenti al partito comunista meno comunista d’Europa e forse per questo il più forte. L’appartenenza a questo mondo postresistenziale che agli albori della Repubblica si era fatto le ossa, aveva conferito a questi elettori democratici la sicurezza di appartenere a una storia: insieme questi cittadini hanno a lungo condiviso i fondamenta dello Stato: valori costituenti, difesa dei diritti dei più deboli, pluralismo dell’informazione, rispetto e sostegno alla magistratura. Insieme queste forze superarono le crisi economiche, le crisi istituzionali dovute alle tentazioni golpiste, la crisi del terrorismo nero e rosso, la crisi di Tangentopoli. Il nostro Paese era riuscito a superare ogni emergenza e a darsi un sia pur confuso progetto di modernità perché poteva contare su questo substrato comune.

Sentimenti, valori, speranze, educazione, storia sono stati per più di 60 anni assai più condivisi di quanto oggi si sia portati ad ammettere. Voglio dire che qualsiasi forza governasse, qualunque fosse la coalizione o l’alleanza al potere non si sarebbe mai vista la vergogna di leggi ad personam, di discredito internazionale, di parlamento mortificato, di leggi contro l’informazione, di provvedimenti di respingimento. La protesta sarebbe stata urlata, lo scempio impossibile. Poi tutto è cambiato e nell’affievolirsi della comune cultura democratica ha fatto irruzione la spregiudicatezza del tycoon, gli imbrogli del prestigiatore, le barzellette dell’intrattenitore, l’abilità del grande imprenditore e corruttore. Molti italiani si sono lasciati affascinare, e si sono ribellati alla “antipatia” e alla lontananza della sinistra. Molti altri hanno trovato invece nella forza di quel substrato l’energia e l’impulso a resistere. Oggi i guerrieri sono stanchi. Stanchi e delusi. Le fondamenta comuni sono troppo spesso tradite dalla classe politica che doveva coltivarle e custodirle come il bene più prezioso. I vecchi sono lì, non a difendere e diffondere i valori, ma le loro poltrone, i luoghi da cui si amministra il potere. Impassibile il Pd si prepara ad esempio a un congresso di resa dei conti e non di ricerca di un leader, di un messaggio che ripartano dalla storia migliore del paese. Hanno rinunciato a seminare e invece hanno consumato tutto il raccolto. Sono così presi da questa sfida che hanno perso di vista la partita sul referendum.

Ma se al Pd non importa di consegnare a una sola lista, a un solo partito il 55% del Parlamento, perché l’elettore deve ancora sentire quell’appartenenza comune? Se sottovaluta i rischi per la Costituzione e per l’informazione o la violenza di un sistema che cancellerebbe forze oggi rappresentate in parlamento, cosa lega ancora il cittadino di centro sinistra a quella classe dirigente il cui progetto non conosce e non condivide? Se tutti non abbiamo più in comune qui “fondamenti primi” tanto cari a Carlo Rosselli perché non rifugiarsi in quella terra dell’oblio (affetti, musica, cultura, natura) che accoglie da sempre il riposo del guerriero?

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