Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

Vota NO al referendum sulla riforma Nordio

Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

C’è un’Italia da scoprire

13 Giugno 2005

Da un po’ di giorni mi rigiravo tra le mani un piccolo volantino ingiallito di trent’anni fa. La scritta da entrambi i lati dice: “10 maggio ore 18,30 Piazza del Popolo: La Malfa, Malagodi, Nenni, Parri, Saragat per il NO”.
Oggi guardo quel pezzo di carta e lo interrogo. Cerco anche lì, nella storia del nostro Paese, i motivi di questa fuga degli italiani dal referendum. Certo la Chiesa allora aveva giocato un ruolo diverso: aveva cercato fra la gente quel rifiuto del divorzio che in Parlamento non era riuscita ad ottenere. E non lo ottenne nemmeno fra gli italiani. Oggi è stata un’altra storia: la Chiesa ha vinto in Parlamento e poi ha vinto convincendo la gente a non andare a votare. Certo, penso ancora guardando quel volantino, sarebbe stato più difficile persuadere all’astensione se a chiamare a raccolta avessimo avuto quei cinque di Piazza del Popolo, o politici di quella statura. Ma provare a sostituirli con i pallidi corrispettivi di oggi è un’operazione davvero da nostalgici. A che serve?
Il volantino invece è utile se si cerca di capire il messaggio che trasmette: il referendum deve essere una cosa semplice, che deve arrivare ai cittadini con un solo sì o un solo no, una domanda chiara, che non metta in imbarazzo chi deve decidere se andare o non andare a votare e come votare. In questi anni i quesiti referendari si sono trasformati in una sorta di interrogazione scolastica, un esame ostico al quale molti non si sentono preparati.
Così è accaduto anche questa volta.

Le motivazioni per le quali si chiamava a votare erano tutte giuste, ma di natura eterogenea: c’era la necessità della ricerca scientifica e dunque la possibilità di individuare cure per le sofferenze; c’era la possibilità di intervenire prestissimo nella diagnosi di gravissime malattie; e c’era infine la possibilità di essere padri e madri assistiti se necessario. Temi molto complessi, spesso ridicolmente semplificati da tutte le parti, che per molta gente hanno continuato a mantenere una carica di segreta, intima estraneità.
Le lezioni da trarre sono tante, bisognerebbe che nessuno strumentalizzasse questo non voto. Ma con la tensione fra maggioranza e opposizione e la tensione interna ai due schieramenti c’è da aspettarsi di tutto. E non solo la testa di Fini offerta al cardinal Ruini su un piatto d’argento.
In fondo l’Italia del volantino di La Malfa e Nenni era un’Italia più facile da capire. Era quella laica che aveva radici e origini ben precise, abituata a trattare con la Dc e con la Chiesa e per tanti anni ad uscire sconfitta alle urne, abituata a confrontarsi col Pci che però manifestava per conto suo, un’Italia ancora grata a chi aveva conquistato la possibilità di votare e gli anni di chi cercò di convincere ad andare al mare erano ancora lontani.
L’Italia che si è astenuta, oggi, va studiata ben bene da chi spera di andare a governarla la prossima volta. Non esistono rappresentazioni facili: essa si inserisce in un trend globale complicato, caratterizzato dal sopravvento di radicalismi e religioni sulle vecchie appartenenze e ideologie.

Per questo io penso che servirà molta passione e quella forza di convincimento che arriva dai valori che saranno proposti. Un programma che non parlasse di principi, non parlerebbe a nessuno. Così come leader che apparissero avari di dedizione, onestà, capacità di governo non verrebbero intesi come tali. In fondo c’è davvero un’Italia da scoprire, non è detto che sia tutta grigia e tutta sorda.

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