Giustolisi, grazie a lui l’Italia scoprì l’“Armadio della vergogna”

giustolisiFranco Giustolisi, morto ieri a Roma, è stato un nobile esempio di intelligente ostinazione nella ricerca e ricostruzione della verità. L’avevo conosciuto ai tempi delle Brigate rosse e di Prima linea, quando – lui come giornalista e io come giudice istruttore – seguivamo, ciascuno sul proprio versante, le drammatiche e sanguinarie vicende della violenza terroristica. Col tempo siamo diventati amici. E lo siamo sinceramente rimasti anche dopo aver a lungo discusso di un suo libro (Mara, Renato ed io, scritto con P.V. Buffa), che secondo me dava troppo rilievo ad alcune “fantasie” dell’io narrante, il capo Br Franceschini.
Ma la stima mia (e di tutti gli italiani onesti) per Giustolisi è via via cresciuta constatando il suo coraggio e la sua costanza nel raccontare con rigore i misteri e gli scandali del nostro Paese, dalla P2 alla mafia, senza mai mettere in conto di poter dispiacere ai potenti di turno, direttamente coinvolti nei fatti narrati o collusi con i loro protagonisti. Ma la stima è cresciuta oltre ogni limite quando Giustolisi ha cominciato a occuparsi con analisi scrupolose – praticamente senza mai più smettere finché le forze lo hanno sostenuto – delle stragi nazifasciste che avevano massacrato l’Italia. Oggetto prima della sua attività di giornalista, poi trattate come storico, autore di un libro preziosissimo che già dal titolo (L’Armadio della vergogna) rivela quanto difficile e tortuoso sia stato un decisivo segmento del percorso di edificazione della democrazia italiana. La Resistenza e quindi la Costituzione sono costate lacrime e sangue.
La guerra durata dal 1940 al 1945 è stata distruttiva e ha lasciato dietro di sé, oltre a danni materiali enormi, morti di cui ancora oggi non si conosce il numero esatto. In questo quadro di crudele distruttività, cupamente risaltano le vittime (da 15 a 20 mila, un numero enorme) causate dalle stragi che la ferocia nazifascista ha perpetrato dal 1943 alla fine della guerra. Stragi che la magistratura militare dapprima ha perseguito in alcuni casi, mentre a partire dal 1974 sono rimaste a lungo non più indagate e quindi impunite.
A denunciare questo incredibile sconcio fu proprio Franco Giustolisi, rivelando come ben 695 fascicoli contenenti denunce e molto spesso precisi atti di indagine (con tanto di identificazione dei responsabili) fossero rimasti relegati e nascosti per decenni in un armadio, posto in un remoto corridoio della Procura generale militare di Roma, chiuso a chiave con un grosso lucchetto, per di più con le ante rivolte verso il muro, per evitare – chissà mai – che a qualche sprovveduto di passaggio venissero delle strane curiosità. L’Armadio della vergogna, appunto! Per mezzo secolo la magistratura militare, grazie a un ordinamento che in pratica poneva soprattutto i vertici alle dirette dipendenze del potere esecutivo, venne meno ai suoi doveri, insabbiando ogni accertamento con una “archiviazione provvisoria” inesistente, inventata per l’occasione. Solo nel 1994 (dopo la creazione del Csm militare, che finalmente garantiva anche a quella magistratura una relativa indipendenza) un bravo procuratore, Antonio Intelisano, cominciò ad aprire l’armadio.
 Tutto ciò si trova analiticamente documentato nel libro di Giustolisi, che descrive anche (fascicoli alla mano) alcune fra le stragi più bestiali, e inoltre si interroga sul perché della “vergogna” , propendendo per la tesi della pista atlantica, vale a dire di una “ragion di stato” ispirata dall’opportunità di non turbare i freschi accordi Nato.
Al libro (oltre a inchieste del Csm militare e di un’apposita commissione parlamentare) sono seguiti nel corso degli anni processi e condanne (circa 40 ergastoli), fino alla recente sentenza della Corte di Karlsruhe che ha sostanzialmente riaperto il processo per la strage del 1944 a Sant’Anna di Stazzema. Purtroppo le sentenze di condanna sono rimaste ineseguite (non si è mai parlato neppure di arresti domiciliari) e questa ingiustizia nell’ingiustizia indignava Giustolisi, sempre attivo nel cercare di mobilitare le coscienze perché finalmente anche questa vergogna cessasse. E a chi gli chiedeva se valesse la pena battersi per cose di 70 anni fa riguardanti imputati ormai novantenni, rispondeva con orgoglio che se la giustizia non funziona è il popolo che deve farla andare avanti.

1 commento

  • E se, dopo aver reso il dovuto omaggio a Franco Giustolisi, operassimo per combattere la diffusa illegalità attuale dei pubblici poteri, secondo l’insegnamento di Piero Calamandrei, il quale riteneva che l’illegalità del pubblico ufficiale (oggi spesso tollerata e protetta dal Potere) non differisce da quella del cittadino comune?

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