Quelle commissioni al maschile

Con la sua decisione di congelare il governo Monti e contestualmente istituire due commissioni di esperti, il presidente Napolitano rischia di avallare la posizione di Grillo sulla non necessità di formare un nuovo governo e ignorare di fatto la metà dei cittadini italiani — le donne — cui ha fatto esplicitamente capire di non ritenere che ve ne sia nemmeno una con le competenze necessarie per concorrere alla soluzione dei problemi urgenti del Paese.
È probabile che, salvo le dimissioni anticipate, che per altro avrebbero aperto un altro vuoto istituzionale in una situazione politica già ampiamente precaria, la scelta di congelare il governo Monti fosse in qualche modo obbligata. Anche se certamente questo governo, e in particolare il suo presidente, nulla abbiano fatto negli ultimi mesi per meritarsi questo supplemento di fiducia, al contrario.
Può anche darsi che la scelta un po’ irrituale di due super-commissioni del Presidente siano state intese come un’ultima chance offerta al Parlamento e ai partiti per trovare una soluzione (vedi legge elettorale) consensuale per arrivare in tempi rapidi a nuove elezioni, non appena ci sarà un nuovo presidente. Una sorta di camera di compensazione, dove negoziare al riparo dal costante flusso di dichiarazioni e contro-dichiarazioni, tweet, Facebook e comparsate televisive, che ormai, più che impedire inciuci, impediscono qualsiasi discussione franca, qualsiasi possibilità di verificare ed eventualmente rivedere le proprie posizioni senza essere immediatamente esposti a qualche gogna mediatica.
Ma se questo era l’intento, meglio chiedere ai partiti di formare una commissione paritetica, con un mandato univoco e preciso, impegnandosi ad accoglierne le proposte, visto che sarà comunque il Parlamento a doverle approvare. Di proposte più o meno ragionevoli fatte da commissioni di esperti cui non ha fatto seguito nessuna decisione congruente è lastricata la storia della Repubblica. In questo caso poi, il mandato delle due commissioni sembra addirittura quello di disegnare i contorni di un programma di governo, cosa non solo irrituale e problematica dal punto di vista istituzionale, ma senza speranza. Tanto più che a comporle sono state chiamate persone e figure istituzionali che, salvo due, tre eccezioni (il presidente dell’Istat Giovannini, l’ex presidente della Corte Costituzionale Onida, il componente del direttorio della Banca d’Italia Rossi), hanno individualmente e/o istituzionalmente una storia di fallimenti, cambi di campo, errori gravi, proprio sui temi su cui dovrebbero proporre soluzioni.
Insomma, non si tratta davvero né di esperti super partes né di esperti, pur di parte, che abbiano dato grande prova di sé.
Rimane, allora, l’amara constatazione che, in una scelta di valore più simbolico che pratico — dare un segnale che il presidente della Repubblica intende lavorare per il bene del paese fino all’ultimo minuto del suo mandato — il messaggio più chiaro, più esplicito e senza possibilità di fraintendimenti, che Napolitano ha mandato al Paese è che le donne come soggetti capaci e competenti non esistono, non nelle prime file almeno. Non hanno il curriculum e non si consente loro di farselo. È un messaggio che riguarda, ovviamente, le donne. Ma riguarda anche gli uomini, così incapaci di guardare al di fuori da loro stessi da continuare pervicacemente ad affidarsi come possibili salvatori della patria a quegli stessi che hanno contribuito ad affondarla.

2 commenti

  • Mi dispiace, ma non posso convenire con un articolo cosí tenero. Non si tratta affatto di una scelta simbolica, bensí di una precisa strategia del presidente della Repubblica per ottenere il governo che piace a lui. E la Costituzione, questo, lo vieta. Siamo di fronte a un attentato alla Costituzione meritevole di messa in stato d’accusa. Nessuno sconto a Napolitano solo perché è vecchio e, solo suppostamente, saggio.

  • Per carità scelta discutibilissima come tutte le scelte politiche ma che si strilli a qualcosa di anti costituzionale è del tutto fuor di luogo. Il Presidente è costituzionalmente libero di scegliere il governo che “piace a lui” nominando (testuale) il pres. del consiglio senza alcun vincolo. Sarà il parlamento nella sua sovranità a porre sotto esame la sua scelta fiduciando o meno. Non è un abuso ma un preciso diritto-dovere quando la sovranità popolare non esprime maggioranze definite o definibili.
    Rileggersi il dettato è operazione quasi sempre utile per evitare isterismi.

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