Il muro delle incognite

22 Mar 2013

Le incognite si moltiplicano anziché sciogliersi. In ogni caso, per mettere mano all’opera, Bersani deve avere prima i voti del Parlamento. La fiducia. O, quanto meno, la “non sfiducia”, se vogliamo ricordare i tempi di Andreotti. Si può provare a procedere con un governo di minoranza, non è un “monstrum”. Ma prima questo governo deve avere un voto di investitura. Che, allo stato delle cose, resta assai problematico. Non vorremmo che, alla fine, il Pd sia costretto a mettere troppa acqua nel vino. Offrendo al Paese una miscela indigesta.

E’ il giorno dell’incarico a Pier Luigi Bersani. Ma restano le incertezze, lo stallo, la “nebbia”. Tocca al Pd, il “primo partito”, la “prima coalizione”, provare a fare il governo. Però, le previsioni, mentre scriviamo, convergono su un incarico che non è pieno. Su un mandato condizionato al segretario del Pd . E la condizione principe risiede in una maggioranza autosufficiente, che abbia i numeri per ottenere la fiducia. Insomma, Bersani mantiene il centro della scena. Ma il bandolo della matassa è nelle mani del capo dello Stato, dal quale verrà la parola definitiva.

Nelle consultazioni, Napolitano ha accertato che c’è in Parlamento una maggioranza contraria all’ipotesi di un ritorno al voto. L’istinto di autoconservazione, del resto, è il sentimento prevalente tra parlamentari che si sono appena insediati. Però, non basta a fare una maggioranza e un governo. Anzi, ultimamente le difficoltà si sono accresciute anziché diradarsi. Fino a portare ogni tentativo ai limiti dell’azzardo.

Anzitutto, si è dovuto prendere atto dell’indisponibilità del soggetto politico, il Movimento di Beppe Grillo, che Bersani aveva individuato come l’alleato potenziale numero uno. I 5Stelle hanno alzato il ponte levatoio non solo nei confronti del Pd, ma anche di qualsiasi altra ipotesi di governo, istituzionale o tecnica che sia. Hanno avanzato richieste pesanti per farsele respingere. Il metodo di Grillo non lascia dubbi, almeno in questa fase. Non accontentarsi mai, alzare sempre l’asticella, costringere l’interlocutore a fare i salti mortali, nel vano tentativo di rincorrerlo.

Al contrario, la linea di Berlusconi è di “apertura” al centrosinistra, fino all’inverosimile. Il Cavaliere ha scoperto la “condivisione” e la “responsabilità”, naturalmente “nell’interesse del Paese”. Il suo cinismo non ha limiti. Domani manderà in piazza, a Roma, i suoi “contro l’oppressione fiscale e giudiziaria”. Centocinquanta parlamentari del Pdl hanno occupato il tribunale di Milano, dove si celebrava il processo Ruby, accusando i Pm, “cancro della democrazia”. Ma lui fa l’uomo di Stato. Invoca il Pd, per dare vita a un governo di larghe intese. Un invito che i Democratici hanno finora respinto. E che dovranno continuare a respingere se non vogliono correre il rischio implosione.. Il problema, con Berlusconi, non è lo scontro su questo o quel problema. Ma risiede nella concezione della democrazia e nel funzionamento delle istituzioni.

Certo, in politica la “ruota gira”, come ama dire Bersani. Ma, così stando le cose, è difficile fare passi in avanti. Il nuovo presidente incaricato prova comunque a mettere in piedi un governo, rivolgendosi a “tutto il Parlamento” L’obiettivo è di costringere tutti a esprimersi sul suo “progetto di cambiamento”, assumendosi le relative difficoltà. Il che presuppone una tattica assai sofisticata, il tentativo di maggioranze a “geometria variabile”, come si usa dire. Facciamo alcuni esempi. C’è un terreno politico, sul quale la crisi economica richiede interventi urgenti, dove possono raggiungersi punti concreti di convergenza, senza pregiudiziali ideologiche. C’è un altro terreno, che riguarda la questione morale, e qui l’occhio è rivolto ai grillini, per tagliare i costi della politica e varare una legge severa contro la corruzione. C’è, infine, il campo istituzionale, che va dalla riscrittura della legge  elettorale al dimezzamento del numero dei parlamentari. Nessuno potrebbe negare la necessità di queste  riforme. Ma come e con chi?  Si torna anche a parlare di federalismo, di un Senato delle autonomie, ma è un tema troppo delicato e controverso per poterlo affrontare in chiave tattica, puntando ai consensi che, in questo caso, si potrebbero strappare alla Lega.

Le incognite si moltiplicano anziché sciogliersi. In ogni caso, per mettere mano all’opera, Bersani deve avere prima i voti del Parlamento. La fiducia. O, quanto meno, la “non sfiducia”, se vogliamo ricordare i tempi di Andreotti. Si può provare a procedere con un governo di minoranza, non è un “monstrum”. Ma prima questo governo deve avere un voto di investitura. Che, allo stato delle cose, resta assai problematico. Non vorremmo che, alla fine, il Pd sia costretto a mettere troppa acqua nel vino. Offrendo al Paese una miscela indigesta.

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