2 giugno, la Repubblica ha 63 anniMa non è mai stata proclamata

Tutti sanno che il 2 giugno è festa nazionale perché al referendum istituzionale di quel giorno del 1946 vinse la Repubblica (54,3%) contro la monarchia (45,7%) complice per un ventennio di quella dittatura fascista che portò alla discriminazione razziale, alla guerra, alla distruzione del paese. Ma in pochi – e non certo i più giovani – ormai sanno che nei giorni successivi al referendum si consumarono, tra Quirinale, Montecitorio e Cassazione, maneggi inauditi ed anche un po’ grotteschi per non riconoscere che la monarchia aveva perso e che se ne doveva andare anche il luogotenente Umberto II (il così detto “re di maggio” chè poco meno di tanto fu sovrano) come aveva già fatto suo padre Vittorio Emanuele III, abdicando nell’estremo e vano tentativo, consumato in piena campagna elettorale, di salvare casa Savoia dall’ignominia.
Sono dunque le 18 in punto del 10 maggio ’46 – cito da un dispaccio Ansa di due ore dopo –, e nella storica Sala della Lupa della Camera (la stessa sala in cui si erano riuniti gli Aventiniani all’indomani del colpo di stato fascista) entrano in pompa magna, in toga e tocco, i magistrati della Corte di Cassazione a sezioni riunite per la proclamazione ufficiale, che tutti ritengono oramai scontata, della vittoria della Repubblica. Di fronte al primo presidente della Corte Giuseppe Pagano, al procuratore generale Massimo Pilotti, e a numerosi altri alti magistrati sono presenti molte personalità che, quello stesso 2 giugno, sono stati eletti alla Costituente.

Tra costoro anche due futuri presidenti della Repubblica ed una futura presidente della Camera: Giuseppe Saragat (che, intanto, presiederà la prima fase della Costituente: dopo la scissione socialdemocratica gli succederà Umberto Terracini), Sandro Pertini (che prima di salire al Quirinale sarà presidente della Camera) e Nilde Iotti, che sul più alto seggio di Montecitorio sarà confermata per tredici anni, un primato. Solenni, sotto i fari del Nuovo Giornale Luce (il “nuovo” serviva a marcare la distanza politica dal vecchio cinegiornale creato da Mussolini), sono l’esame e la lettura dei verbali trasmessi dagli uffici circoscrizionali. Complicate e a tratti confuse le somme tirate da due computisti su calcolatrici a manovella.
A questo punto tutti si aspettano non solo l’annuncio ufficiale dei risultati ma anche e soprattutto la proclamazione ufficiale della Repubblica. E invece no: il primo presidente Pagano, in perfetta intesa con il procuratore generale Pilotti – tutti e due monarchici doc – si limita a “proclamare” i risultati “provvisori” (per la Repubblica 12 milioni, 672mila e rotti voti, per la monarchia 10 milioni, 668mila e rotti voti) rinviando “ad altra adunanza il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami”. Accadde così che, mentre il governo ha già ufficialmente preso atto della vittoria della Repubblica e persino stabilita per decreto la festività del 2 giugno, “re” Umberto coglie a preteso la manifesta riserva della Cassazione per sostenere che l’esito del referendum restava incerto e, quindi, per rifiutarsi di lasciare il Paese per il Portogallo, secondo gl’impegni presi con il governo e personalmente con Acide De Gasperi.

Si determina insomma una situazione di estrema tensione e pericolosità: Consiglio dei ministri riunito in permanenza, dimostrazioni nelle piazze (a Roma, il 12, uno scontro con trenta feriti), passi sempre più energici del presidente del Consiglio De Gasperi sul “re di maggio” perché riconosca lealmente la sconfitta e ne tragga le inevitabili, persino tardive conseguenze. Ma Umberto resiste ribadendo per iscritto la sua “decisa volontà di aspettare il responso (….) quale risulterà dagli accertamenti e dal giudizio definitivo della Corte di Cassazione”.
Il governo di unità antifascista conferma allora la piena validità non solo dei risultati del referendum ma soprattutto delle conseguenze (che ostinatamente i due capi della Cassazione si erano, e avevano imposto ai loro colleghi, di non esplicitare), ed annuncia che le funzioni di Capo del nuovo Stato repubblicano passano automaticamente dall’oramai ex re al presidente del Consiglio in attesa che la Costituente elegga il capo provvisorio dello Stato, come avverrà il 28 giugno successivo con l’elezione alla suprema carica di Enrico De Nicola, un simbolo: era stato lui l’ultimo presidente della Camera prima della dittatura fascista.
Il conflitto tra governo e “monarca” sconfitto è oramai aperto, e si teme che possa precipitare da un momento all’altro con devastanti conseguenze. Ma la determinazione del governo, e più ancora l’aria che spirava nel Paese, inducono finalmente Umberto, il pomeriggio del 13, a rassegnarsi: il “re di maggio” abbandona Roma su un aereo militare – senza avvertire il governo – alla volta della Spagna.

Da lì raggiungerà più tardi Oporto. Prima di andarsene, però, un ultimo proclama che viene giudicato irresponsabile (e persino “criminale”, come scriverà l’Avanti!) per i potenziali effetti su animi assai esacerbati: “Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura – osa sostenere Umberto –, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo con atto unilaterale e arbitrari poteri che non gli spettano (l’assunzione provvisoria dei poteri da parte di De Gasperi, ndr) e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire violenza…”. Subisce. Anche Pagano & Pilotti “subiscono”, ma non sino in fondo: riconvocano la riunione della Cassazione, sempre nella Sala della Lupa, correggono di qualche diecina di migliaia di voti i risultati, ma ancora una volta non proclamano la nascita della Repubblica. Che è comunque già una realtà.
Né la retro-storia di quella stagione finisce qui. All’inaugurazione dell’anno giudiziario 1947 il procuratore generale – ancora lui: Pilotti – apre la cerimonia non rivolgendo un formale saluto al capo dello Stato De Nicola che gli siede davanti né ricordando il referendum istituzionale dell’anno prima. Un affronto bell’e buono. Che avrà anch’esso un seguito che non è farina del mio sacco: ne riferisce Luciano Violante in un saggio d’imminente pubblicazione per Einaudi. Il seguito, dunque: era in corso di elaborazione la Costituzione e l’associazione magistrati aveva chiesto che, a totale garanzia della loro indipendenza, il futuro Consiglio superiore della magistratura fosse costituito da soli magistrati.

Il rischio che così venisse a costituirsi una casta chiusa fu immediatamente rilevato in Assemblea costituente, soprattutto in seguito l’offesa di Pilotti a Enrico De Nicola.
La questione fu sollevata, con severi accenti, nella seduta del 4 marzo 1947 da Piero Calamandrei che pure aveva sostenuto sino a quel momento la richiesta dell’associazione magistrati: “…E’ stato Sua Eccellenza il Procuratore Generale Pilotti che, proprio nei giorni in cui si stava discutendo nella seconda sottocommissione il problema dell’autogoverno della magistratura, (…) ha fornito agli oppositori [della struttura corporativa del Csm] un argomento lì per lì inconfutabile. A un certo punto essi mi hanno obiettato: tu vuoi dare l’autogoverno alla magistratura? Eccoti qui, con l’esempio, quel che accadrebbe…”. Di conseguenza il progetto preliminare di Costituzione previde un Csm eletto per metà dai magistrati e per metà dal Parlamento in seduta comune. Il dibattito successivo condusse però ad una soluzione più vicina alle richieste della magistratura: due terzi dei componenti sarebbero stati magistrati, mentre il Parlamento in seduta comune avrebbe completato il plenum eleggendo l’altro terzo. E così fu sancito.

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