Scalfaro: “I valori non si difendono con l’astensionismo”

«Andreotti ha ragione, i valori non si difendono con l’astensionismo»Intervista a Oscar Luigi Scalfaro di Massimo Franco
Corriere della Sera, 29 gennaio 2005
«Io non mi astengo. E voterò “no”». Il cattolicissimo senatore a vita Oscar Luigi, ex capo dello Stato, fa sapere ai vertici della Cei che non condivide l’astensione al referendum sulla fecondazione assistita. E così, dopo Giulio Andreotti, un altro «grande vecchio» dc, con la Costituzione in mano, un registratore e una statuetta della Madonna sulla scrivania, spiega al Corriere perché è contrario; e perché l’«azzardo» potrebbe rivelarsi un boomerang per la Chiesa. Presidente, andrà a votare per il referendum sulla fecondazione assistita? «Sì che ci andrò. Ogni volta che sono stato chiamato a votare, ci sono andato. Sempre». E che cosa voterà? «Questa domanda non bisognerebbe farla mai. Nella Costituzione il voto è accompagnato da quattro caratteristiche, una delle quali è la segretezza». E’ una curiosità legittima, visto che la Cei non esclude l’astensione, e personaggi come Giulio Andreotti annunciano che voteranno no. «Ci arriviamo. Vede, noi Costituenti abbiamo visto nascere il diritto di voto come diritto di ogni cittadino. Lo esercitammo per la prima volta nel marzo del 1946 alle elezioni comunali ed è stata grande cosa che dai Comuni, la cui storia fu veramente gloriosa, abbia ripreso vita la democrazia. Era anche la prima volta che veniva riconosciuto il diritto di voto alle donne.

Siamo educati a questa partecipazione alla vita pubblica, tanto più preziosa dopo la dittatura fascista, la guerra e tanto sangue versato per la resurrezione. Per tutto questo, il voto è un diritto essenziale e la Costituzione lo riconosce come dovere civico». Vale anche per i referendum? «No, per il referendum la posizione è diversa. Ma personalmente ritengo che sia bene prevalga sempre l’assunzione di responsabilità». Insomma, l’idea di astenersi non le piace. «Non è questione di piacere o no. Ricordo che l’Azione Cattolica e i Comitati Civici svolgevano grande opera educativa perché i cittadini e, in particolare, i cattolici partecipassero alla vita della polis a cominciare dal voto. Ricordo uno spiritoso manifesto elettorale. Raffigurava un asino con su scritto: “Io non voto”. Non contesto la legittimità dell’astensione al referendum: il mio dissenso riguarda l’opportunità. Ho grande rispetto per la Cei e il Cardinale Presidente, ma personalmente ritengo più giusto che i cattolici si esprimano testimoniando e confermando i principi nei quali credono». Non sarebbe meglio lasciare libertà di coscienza, in materia referendaria? «Qui siamo di fronte a un consiglio espresso dalla Conferenza Episcopale che non ha certo il valore di un ordine; può far riflettere i cattolici ma non impone nulla a nessuno. Nel merito, il mio “no” alla sostanza dei quesiti referendari possibili, come indicati dalla Corte Costituzionale, è del tutto scontato. Come vede non mi sottraggo a dire pubblicamente il mio voto, ma gradivo dirlo dopo aver espresso le motivazioni.

Non si può chiedere a un magistrato di emanare una sentenza, senza prima motivarla». Questo presuppone che i cattolici siano uniti. Lo sono, a suo avviso? «Certamente no. D’altra parte, se ci fosse stata una unione granitica per il referendum sul divorzio del 1974, le cose sarebbero andate diversamente, in maniera opposta. Ci furono cattolici che sostennero che non era pensabile che si imponesse un nostro principio agli altri. La discussione però non era sul sacramento del matrimonio, ma sul vincolo giuridico del medesimo e su quel vincolo l’impostazione della Chiesa è sempre stata per l’indissolubilità. Taluni sostennero allora e, in modo particolare, anche per l’aborto che la maggioranza in Italia sarebbe stata in contrasto con il voto del Parlamento che si era espresso favorevolmente. Il risultato del referendum fu invece in assonanza con il voto parlamentare. Prova chiarissima, ripeto, che il mondo cattolico non fu totalmente unanime». E, adesso, cosa prevede? «Oggi l’opinione è più diversificata di una volta, le posizioni sono più variegate e sfumate. Anche per questo la mia personale preferenza è per votare». Sa che la Cei ipotizza l” astensione per evitare che la legge attuale sia abrogata. «Tornare a una situazione, in cui non esistesse più legge alcuna, sarebbe la soluzione peggiore. Elogio la Corte Costituzionale, che ha bocciato la richiesta di abrogazione totale della legge: mi è parsa soluzione saggia ed equilibrata». Secondo lei, sarà raggiunto il quorum o i votanti saranno così pochi da invalidare il referendum? «Se passo dai sacri principi a questioni pratiche, ritengo sia un grave rischio pensare che l’astensione di tutti i cattolici ubbidienti alla Cei sia sufficiente a non far scattare il quorum.

E’ un azzardo». Sembra di capire che lei sia scettico sulla strategia dell’ astensione, anche perché non basterebbe. «Ho già spiegato perché non la condivido. Bisogna aggiungere che noi italiani abbiamo una certa vocazione alla disobbedienza: e allora il rischio aumenta. I referendum, a volte, inseriscono una carica di passionalità. Pensiamo a quelli sul sistema elettorale: ci furono oltre l’80 per cento dei consensi a favore del sistema maggioritario, anche perché diversi quotidiani sostennero che il solo abrogare il sistema proporzionale avrebbe voluto dire che non ci sarebbero mai più state tangentopoli!» Presidente, lei è considerato un punto di riferimento per il centrosinistra. La apprezzano come difensore della Costituzione. Ma il suo No sarà compreso? «Ho sempre difeso la Costituzione sulla quale ho giurato. Dopo un anno dalla fine del mio settennato, ho cominciato a girare l’Italia per parlare della Carta Costituzionale, in particolare su invito di giovani. A maggior ragione ora che si discute e si vota una riforma, che a mio avviso stravolge le colonne portanti della nostra Costituzione, in un inquietante silenzio dei mezzi di comunicazione». Se lei dicesse che vota No al referendum, pensa che sarebbe fischiato o applaudito? «Forse qualcuno applaudirebbe e altri no. Ma io non vado a queste manifestazioni per aprire polemiche su un tema estraneo al mio intervento: vado a parlare di Costituzione. Mi piace aggiungere che ritengo essenziale che su temi di tale delicatezza, anche sul piano scientifico, si pronuncino anzitutto studiosi di altissima, specifica competenza: anche per impedire che il referendum degeneri in una battaglia a sfondo religioso».

Come giudica il modo in cui si sono schierati governo e opposizione? «Constato posizioni trasversali». Col suo “No” al referendum non si sente più vicino al governo? «Mi sento vicino a chi ritiene che questa legge non sia un atto di perfezione, ma sia meglio che non averla affatto. Il presidente del Consiglio ha lasciato libertà di coscienza. Si toccano temi non certo indifferenti per la vita di ogni persona, con grandi ripercussioni nell’intera società. Credo che su tali questioni debba entrare in gioco il rapporto con la natura che è giusto sia aiutata, ma non violentata dalla scienza. Ho sempre pensato che la natura non soffra la violenza. Non dimentico una frase che ho sentito ripetere tante volte: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura mai”. Servirsi della scienza per ferire la natura è un ardimento pericoloso e grave». Lei, Presidente, è favorevole ai matrimoni fra gay? «No. Non può esserci matrimonio fra persone dello stesso sesso. Ritengo doveroso il massimo rispetto verso tutti e penso che per i gay che vogliono vivere insieme si possa individuare uno status che dia loro le necessarie garanzie. Ma questo status non può essere il matrimonio. Non si possono stravolgere i principi della natura».

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