La semplificazione può dare l’impressione di poter governare la realtà senza sforzo. È sufficiente adottare un metodo di causalità lineare – A è la causa di B – per illudersi che, messa sotto controllo la causa, l’effetto seguirà naturalmente.
Nelle scienze sociali (come in quelle naturali) questo è ritenuto un errore madornale, un approccio fallace alla conoscenza dei fenomeni e, di conseguenza, al loro governo. La complessità non è un vezzo. È un fatto solido come i sassi che, se non valutati nelle loro dimensioni effettive, diventano ostacoli penosi. Il riconoscimento della complessità è scomodo per chi ambisce a un dominio facile e, magari, assoluto.
Perché più si scioglie l’illusione della semplicità, più la risoluzione dei problemi richiede la collaborazione di competenze e, quindi, il riconoscimento che da soli si può far poco. Né una sola persona al comando né una sola strategia funzionano. Nelle cose sociali non si va lontano con soluzioni uniche e facili.
La destra, per conformazione ideologica, è una palestra di semplificazione. Lo è sempre stata. E riesce a fare presa con facilità sulle opinioni in proporzione al declino della conoscenza e alla crescita della complessità sociale, che spesso sconforta.
Se le cose sono complicate, la destra promette un capo che le semplifichi e le risolva. E, dunque, ha la tendenza fatale a semplificare, con l’esito che, invece di prendere sul serio i problemi sociali, riduce tutto a uno: la sicurezza, che in questo caso significa, essenzialmente, la repressione.
La destra non ci stupisce mai. I primi provvedimenti del governo Meloni sono stati repressivi – un decreto dopo l’altro, a partire da quello sui raduni rave, e poi via via fino alle manifestazioni di contestazione, quelle che, secondo la nostra Costituzione, sono espressioni di libertà se e finché non sono violente. La destra non si fida della libertà e, prevedendo il peggio, impedisce le scelte collettive. E vuole, anche per questo, modificare la Costituzione in quella parte delicata della giustizia.
È però doveroso prendere sul serio l’obiezione degli opinionisti: le violenze esistono e non si possono né ignorare né sottovalutare. Giusto. E dunque? Dunque, la soluzione semplice non è funzionale; è dannosa. Un’evidenza: da quando c’è questo governo c’è più insicurezza. Una ragione è che la strategia del governo è semplicistica: aumentare la paura è la condizione per giustificare nuove strette repressive.
Il governo conosce solo la strategia della militarizzazione della vita civile e, se i cittadini hanno paura, sono ovviamente disposti ad accettare meno libertà in cambio di sicurezza. E così il governo genera paura e, per poter rispondere, aumenta la repressione, e così via. Il risultato è che mentre non abbiamo meno paura, non abbiamo più sicurezza.
Un esempio: le stazioni ferroviarie delle medie e grandi città sono presidiate da più di tre anni da personale di tutti i corpi d’armata: militari in tuta mimetica e armati; carabinieri, agenti della Polizia di Stato e della Polizia ferroviaria. Spesso chiedono i documenti (preferibilmente a chi sembra non italiano, con metodo lombrosiano) e pattugliano le entrate principali. Personalmente mi sento meno sicura in questa situazione di preparazione alla guerra civile: una guerra che non c’è, ma che ci si fa credere che potrebbe scoppiare. Non solo non ci si sente più sicuri; non si è più sicuri.
Del resto, è sufficiente muoversi nelle aree non sorvegliate per vedere l’illecito continuare indisturbato. Le stazioni pattugliate all’ingresso centrale e, a pochi metri, lo spaccio. Sembra che ci sia un confine invisibile per cui la militarizzazione si occupa delle aree frequentate da masse di persone, nell’indifferenza delle altre. Alla fine, le persone singole sono più sole ed esposte. E solo era il capotreno accoltellato alla stazione di Bologna due settimane fa. Le cose non possono essere altrimenti, del resto, a meno di assegnare un poliziotto a ogni persona!
Prevedo la critica: “Tu che cosa proponi?” Proporrei quel che, dall’origine delle società di massa, si cerca di proporre per tenere insieme sicurezza e libertà: l’azione sociale di prevenzione e recupero dovrebbe stare insieme a quella repressiva, non lasciare il posto a quest’ultima. I servizi sociali (che il governo prevedibilmente definanzia, lasciando i comuni soli) sono l’avamposto: crollato il quale, la città non è più governabile con metodi che non siano polizieschi. Ma questa complessità non fa audience.

