Dio non gioca a dadi con il mondo. Il Governo Meloni sì. O meglio, compartecipa alla costruzione del caos perseguita dal grande Ego di Trump. Il presidente degli Stati Uniti l’ha detto con chiarezza alla giornalista del “New York Times” che chiedeva «ci sono limiti al suo potere?». Ha risposto «Solo la mia moralità …e la mia intelligenza».
Arbitrio al posto di Costituzioni, principi, regole condivise. E Giorgia Meloni sta in quell’orbita, si vedrà se da seguace o da allieva che si mette in proprio, ma è l’orbita trumpiana in cui sta trascinando Governo e Italia.
Del resto le affinità sono molte, a cominciare dal «Dio, Patria, Famiglia» che è il vero credo di Giorgia Meloni. E’ con quel credo – poco cristiano e molto neopagano – che reinterpreta e depotenzia la Costituzione italiana e la nostra democrazia: Costituzione da neutralizzare e democrazia da ridurre e regimentare. La prossima tappa è quella della concentrazione del potere politico con il Premierato per una democrazia plebiscitaria e acostituzionale.
Ma adesso incombe la sfida con la magistratura, anzi lo scontro con il potere della magistratura che userebbe il suo ruolo per intralciare l’azione del Governo. L’accusa è esplicita e Giorgia Meloni l’ha ripetuta più volte. Del resto che il disprezzo verso la magistratura italiana sia profondo e cattivo lo evidenziano le accuse del ministro Nordio all’indirizzo del CSM, definito «sistema paramafioso» e la sfuriata di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della giustizia, che ha definito i magistrati «plotone di esecuzione».
I magistrati vanno puniti e posti sotto controllo. Ma come, visto che sarebbe troppo modificare l’incipit dell’articolo 104 della Costituzione che recita «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»?
Nel testo di legge costituzionale recante Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare varato dal governo, approvato passivamente dal Parlamento e ora sottoposto a referendum costituzionale il 22 e 23 marzo, c’è non solo la trovata a suo modo geniale dello smembramento del CSM in tre tronconi, ma quella ancora più perfida di impedire ai magistrati di votare ed eleggere i propri rappresentanti dentro i tre tronconi in cui si riarticolerà l’attuale CSM.
Il “crimen” – in una valutazione etico-politica – o almeno il “vulnus”, sul piano giuridico, ideato e divenuto disposizione di legge che, se vincerà il Sì, verrà inserito in Costituzione, è lo strumento del sorteggio. La quota di magistrati giudicanti e requirenti prevista nei due nuovi CSM e nell’Alta Corte disciplinare saranno sorteggiati tra la totalità dei magistrati italiani che sono migliaia. Il sorteggio al posto del voto.
Come i mafiosi condannati perdono il diritto di voto, come i condannati per reati gravi perdono il diritto di voto, così i magistrati vanno puniti per indegnità e sottratto loro il diritto di esprimersi con il voto. Si dirà che in questo caso non si tratta di diritto di voto in elezioni politiche generali o amministrative cui si partecipa in quanto cittadini. Vero. Ma in democrazia lo strumento del voto per decidere i propri rappresentanti è entrato nella vita economica, sociale, culturale e ha contribuito alla democratizzazione del Paese.
Pensiamo al voto nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nelle scuole per le rappresentanze degli studenti o dei genitori. Pensiamo a come la democrazia è cresciuta dentro le “istituzioni totali”, come le definiva Franco Basaglia, a cominciare da quelli che allora si chiamavano manicomi; dentro i Corpi dello Stato, comprese le Forze dell’ordine.
Da anni si segnala una pericolosa regressione degli spazi di democrazia ma nessuno si sognerebbe di imporre agli imprenditori o ai sindacati italiani o ai vari corpi intermedi di scegliere i loro rappresentanti attraverso il sorteggio. Almeno per ora.
Questo trattamento è riservato dal Governo Meloni solo ai magistrati che, va sottolineato con forza, non sono un corpo intermedio ma addirittura un ordine, cui è dedicato un intero Titolo della nostra Costituzione, il Titolo IV.
Con il sorteggio siamo di fronte a un doppio furto rispetto al diritto di elettorato “passivo” e di elettorato “attivo”: negare ai magistrati il diritto personale di candidarsi dentro il proprio ordine per le funzioni loro assegnate nei due CSM e nell’Alta Corte disciplinare, e contemporaneamente negare ai magistrati il diritto di decidere con “il voto personale ed eguale, libero e segreto” chi eleggere a rappresentarli.
Questo furto di democrazia viene giustificato dalla degenerazione correntizia che caratterizzerebbe la magistratura, come se il sorteggio miracolosamente fosse in grado di risolvere la tensione inevitabile che ogni organismo in democrazia vive al proprio interno, a partire dalle stesse forze politiche: la tensione tra pluralismo e unità delle posizioni cui si arriva se c’è consenso libero e responsabile. Per questo la giustificazione adottata dal Governo è pericolosa e inquietante: è un attacco alla libertà, tipica di una politica che già si concepisce come Sato corporativo, variante dello Stato autoritario.
La logica sottesa al sorteggio non solo è negazione del pluralismo, indispensabile valore di ogni democrazia viva, ma è già ripiegamento verso la teoria e la pratica corporativista che intende ridurre la magistratura da ordine a corporazione, così da disciplinare i suoi membri in funzione di un quadro di compatibilità deciso dal potere politico.
Mi auguro che mai il criterio del sorteggio al posto del voto entri in Costituzione e mi auguro che mai ci sia un’autorità che si arroghi il potere di decidere se il voto libero di chiunque, a cominciare da quello dei magistrati, debba essere limitato alle convenienze di questo o quel governo.
Se malauguratamente il sorteggio entrasse in Costituzione, compito di tutte le forze che hanno una coscienza democratica costituzionale sarà fare ogni sforzo per cancellarlo attraverso la mobilitazione più ampia possibile, e un lavoro di convergenza politica e giuridica adeguato alla sfida e l’utilizzo dei legittimi strumenti di revisione costituzionale. Se la tela viene strappata, dobbiamo ritesserla.
È necessario un patto costituzionale capace di coinvolgere società civile e forze politiche per difendere, promuovere, rigenerare la democrazia in ogni ambito: locale, nazionale, sovranazionale, internazionale. Anche se al referendum vincesse il No, come è auspicabile.
Del resto i fatti vanno compresi dentro un contesto, e il contesto attuale è che, da Donald Trump a Giorgia Meloni, sta riemergendo dalle oscurità del nostro passato recente un pensiero e un indirizzo reazionario che si accompagna al disprezzo del Diritto interno e internazionale, al culto della forza militare e del riarmo, della tecnologia al posto della democrazia, del controllo sociale sempre più securitario.
Suprematismo, nazionalismo, etnocentrismo, razzismo, fondamentalismo religioso, capitalismo tecnocratico, militarismo, ci dovrebbero dire che l’attacco ai principi costitutivi della democrazia e del Diritto internazionale si stanno rivelando ben più di strappi o discontinuità; piuttosto prefigurano un rovesciamento rispetto agli equilibri geopolitici e istituzionali dell’ordine internazionale.
In questo quadro, è giusto anche sostenere e partecipare alla grande manifestazione nazionale contro le destre, le politiche repressive e belliciste dei Governi che si terrà sabato 28 marzo a Roma, in contemporanea con le manifestazioni di Londra e con il rinnovato No Kings Day negli Stati Uniti. Rinnovato, perché l’idea della critica radicale alla mutazione in atto nel sistema di potere politico statunitense nasce già nel 2025, con tante mobilitazioni diffuse che hanno colto il senso profondo della sfida aggressiva lanciata da Trump: stravolgere i fondamenti stessi della democrazia e travolgere i fragili equilibri internazionali imperniati sull’Onu e il Diritto Internazionale, per sostituirvi una nuova egemonia che non è più soltanto il vecchio unilateralismo Usa ma l’affermazione di un nuovo tipo di potere: personale, amicale, tecnocratico e feudale, insofferente alle regole condivise e alle Costituzioni, basato sull’uso della forza, della menzogna e del ricatto.


Renato Parascandolo