A marzo 2025, per iniziativa di Libertà e Giustizia e della casa editrice Castelvecchi, in collaborazione con docenti e studenti di numerose università italiane, nasce l’Osservatorio sull’Autoritarismo: uno spazio aperto e permanente di riflessione, analisi e testimonianza più che mai necessario alla luce dei continui spostamenti di soglia che, a partire dall’insediamento del Governo Meloni, stanno erodendo in molti modi lo spazio democratico del nostro Paese. Quali sono, dal vostro punto di osservazione, le manifestazioni più rilevanti in Italia (normative, di linguaggio, di prassi istituzionali) sintomatiche di un graduale scivolamento verso l’autoritarismo?
In Italia media, intellettuali e opposizioni sono molto attenti alla lesione dello Stato di diritto in paesi come l’Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán, in carica ininterrottamente dal 2010, ha instaurato quella che egli stesso ha dichiarato essere una democrazia illiberale, o come gli Stati Uniti della seconda presidenza Trump, dove le squadre dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) procedono ad arresti indiscriminati e sequestri che ledono l’habeas corpus e numerosi diritti costituzionali, tra cui il IV e V Emendamento. Molta meno attenzione sembra riservata alla natura dello scivolamento verso la particolare forma di autoritarismo che si sta prefigurando nel nostro paese. Riponendo fiducia esclusivamente nell’aspetto formale della democrazia parlamentare, tendiamo a guardare all’erosione dello spazio democratico sostanziale con un misto di sottovalutazione e fatalismo, non diversamente da chi viva accanto a una diga fessurata convinto che la tenuta degli argini sia garantita per sempre. Eppure i segnali d’allarme non mancano: un Parlamento umiliato nella sua funzione legislativa dal ricorso continuativo alla decretazione d’urgenza e dal ruolo poco più che testimoniale riservato all’opposizione, mentre il governo diventa legislatore di fatto; gran parte dei mezzi di informazione piegati all’agenda dell’esecutivo, per composizione del CdA nell’emittenza pubblica o per adesione o autocensura nei grandi gruppi editoriali; senza dimenticare le urne disertate da sempre crescenti fasce di popolazione. Da ultimo, l’attacco alla funzione costituzionale di bilanciamento dei poteri svolto dalla magistratura, con una riforma che minaccia l’autonomia dei giudici garantita dall’articolo 104 della Carta.
L’Osservatorio Autoritarismo è nato, nel marzo 2025, dalla necessità di studiare, denunciare e arginare i progressivi spostamenti di soglia che mettono a rischio la tenuta dello Stato di diritto in Italia, su cui la Commissione europea, nel suo rapporto annuale sulla salute nei suoi Stati membri, continua a metterci in guardia, monitorando sistema giudiziario, bilanciamenti istituzionali, anticorruzione, pluralismo e libertà dei media1. Il primo passo è stato un manifesto sottoscritto da circa trecento intellettuali e docenti universitari italiani e stranieri – da Gustavo Zagrebelsky a Giorgio Parisi, da Judith Butler a Nancy Frazer, da James Galbreith a Michael Hardt – con cui ci siamo impegnati a promuovere l’apertura di università e luoghi di cultura ai cittadini, ai territori, alle associazioni della società civile. Sono seguiti convegni, seminari e incontri pubblici che si sono svolti in prestigiose università – dalla Sapienza di Roma alla Statale di Milano, dall’Istituto Universitario europeo all’Università di Brescia – con l’obiettivo di sensibilizzare le persone e giungere a una condivisione di analisi, progetti e azioni concrete sui progetti di revisione costituzionale, sulle politiche di compressione del dissenso, sulle retoriche di costruzione di un “popolo” chiamato a esprimersi in forme plebiscitarie a favore di un “Capo” eletto a incarnare la “Nazione”.
Quello dell’erosione democratica è un processo che avviene in molti modi: con un incattivimento dei linguaggi; con la criminalizzazione del conflitto, anche pacifico, come risposta a una corretta richiesta di sicurezza; con la ridicolizzazione del diritto di sciopero e dei sindacati non allineati; con un’ideologia della sorveglianza che dagli spazi urbani si vorrebbe far dilagare in scuole, università, esercizi pubblici e luoghi di lavoro. Abbiamo visto un’ipertrofia punitiva dispiegata fin dall’entrata in carica dell’attuale governo: dalla conversione in legge, nel 2022, del “decreto Rave”, che punisce gli organizzatori di raduni non autorizzati con la reclusione da tre a sei anni, fino all’approvazione, nel 2024, del “ddl Ecovandali”, che prevede la reclusione da uno a cinque anni per chi distrugga, disperda o deteriori beni mobili o immobili durante manifestazioni pubbliche; dall’introduzione di nuovi reati e fattispecie di reato per un totale di 417 anni di carcere aggiunti nell’ordinamento giuridico penale nei soli primi due anni di governo Meloni alla conversione in legge, nel 2025, del decreto-legge n. 48 “Sicurezza”, che ha introdotto la reclusione da due a sei anni per chi partecipi a blocchi stradali, sit-in o occupazioni di luoghi pubblici o privati, e la reclusione fino a cinque anni per chi agisca scioperi della fame o altre forme di resistenza passiva e nonviolenta in carcere o nei centri per il rimpatrio. Adesso è la volta di un nuovo disegno di legge, annunciato nel gennaio 2026, per sanzionare la “criminalità giovanile” con pene che «potrebbero colpire anche i genitori per il comportamento illegale dei figli minorenni», e la previsione di uno scudo giuridico per le forze dell’ordine.
In un Paese già attraversato da profondi divari socio-economici, l’erosione di spazi democratici e il restringimento dei diritti, soprattutto per alcune categorie in condizione di maggiore vulnerabilità, rendono ancor più fioche le prospettive di un futuro incardinato su equità e giustizia sociale. In occasione della Giornata Internazionale sui Dritti Umani 2025 il Presidente Mattarella ci ha rammentato il nesso inscindibile che c’è tra pace e rispetto dei diritti umani. In un passaggio si legge: “Le violenze contro donne e minori, le discriminazioni, l’erosione delle libertà democratiche, assumono spesso la forma di un generale arretramento della civiltà giuridica rispetto a traguardi che credevamo acquisiti.Di nuovo, vediamoriaffiorare razzismo, aggressioni, disuguaglianze: fenomeni che la storia aveva già ammonito a non ripetere”. Non abbiamo imparato niente dal passato?
A volte si ha la tentazione di pensare che il passato sia scivolato via invano, con i suoi rivolgimenti e i suoi lutti, ma non credo sia così. Dopo la bancarotta morale e politica costituita dalla Seconda guerra mondiale, la Shoah e la bomba atomica, per un momento siamo apparsi simili a chi, «rotto e irresoluto, si guardasse attorno dopo una notte di incubi», per usare le parole del premio Nobel ungherese per la Letteratura Imre Kertész, testimone dei totalitarismi nazista e comunista. Davanti all’abisso aperto da fascismi e nazionalismi, abbiamo edificato a nostra difesa il sistema delle Nazioni Unite, convinti che un’organizzazione internazionale dotata di strumenti politici e giuridici bastasse a mantenere un pacifico dialogo tra i popoli e a preservare i diritti di ciascun essere umano, cittadino, profugo o apolide che fosse.
Ma non ci abbiamo creduto fino in fondo. Non abbiamo fatto in modo che gli enunciati trovassero concretezza in reali, robusti strumenti di democrazia, libertà e uguaglianza. O non lo abbiamo fatto abbastanza.
E così è per le Costituzioni. Vediamo oggi riaffiorare populismi, nazionalismi, ideologie fasciste e suprematiste, pulsioni oscurantiste che vorrebbero trovare rifugio in una mitologia dell’ordine, rotto dalla globalizzazione e dal movimento di persone che si spostano da un continente all’altro.
La società si è trasformata, atomizzata, globalizzata, è governata dalla digitalizzazione, in una progressiva rarefazione dello spazio pubblico. I leader di partito non parlano più dai balconi ma con selfie lanciati dai social o in video apparentemente amatoriali, “veri” – come quello della presidente del Consiglio Meloni alla guida di una mini con l’amico Abascal, leader della formazione di estrema destra spagnola Vox, in una vacanza a Capodanno – in un set perpetuo che metacomunica una pluralità di messaggi, dove i like sono un contatore di popolarità. Questo porta a semplificazioni e slogan che sempre più inclinano alla trivialità del linguaggio, a un incanaglimento del pensiero che include l’irrisione della cultura, il disprezzo dei fragili, l’odio per le istituzioni, lo svilimento della rappresentanza.
Lo vediamo dalle enunciazioni narcisistiche del presidente Donald Trump («Il movimento Maga sono io e ama tutto ciò che faccio. E anche io amo tutto ciò che faccio», ha detto in un’intervista a NBC News subito dopo l’intervento militare in Venezuela rubricato come operazione “Absolute Resolve” – e anche qui si badi al ruolo degli eufemismi nelle nominazioni) fino ai più regressivi post di politici italiani, come quello del sindaco di Trieste che per l‘Epifania 2026, alla stregua di un ragazzino che creda di farsi beffe della maestra, ha postato un’immagine generata dall’IA di una befana con il volto della segretaria del Partito democratico. Il peggio emerge nelle sue forme più triviali quando alla società, davanti all’addensarsi di crisi complesse, vengono date risposte irrisorie, semplificazioni o, peggio, teorie complottistiche che alimentano la progressiva derealizzazione nella percezione dei fatti e l’identificazione con leader capaci di parlare a masse impaurite e potenzialmente feroci. Allora l’abisso del Novecento è pronto a spalancarsi di nuovo, questa volta con una incommensurabile tecnologia di sorveglianza e di distruzione.
Ci resta, nell’essenza, la difesa strenua di fronte a quello che il presidente della Repubblica definisce un «generale arretramento della civiltà giuridica rispetto a traguardi che credevamo acquisiti». Le Costituzioni, le Convenzioni dei diritti umani, i Trattati, come quelli contro il nucleare o il riscaldamento climatico, le istituzioni e le organizzazioni del diritto internazionale, come l’Onu, la Corte penale internazionale (Cpi) e le Conferenze per il clima (Cop), tutti, non a caso, sottoposti a un attacco feroce e indiscriminato.
Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo, affermava: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più». Di quali antidoti dotarsi come cittadini e come collettività per continuare a discernere quanto di vero e di falso c’è nella narrazione politica a cui siamo esposti? Ovvero, come scongiurare di trovarsi anestetizzati da quella che Calamandrei all’avvento del fascismo definiva “anemia critica”?
A un nuovo regime autoritario che intenda mantenere le forme della democrazia serve una riedizione moderna, interiorizzata come normale dai cittadini e dai media, del sabato fascista, del testo unico per le scuole, della «rete tentacolare di spionaggio», della «propaganda di Stato», di tutte quelle forme analizzate da Piero Calamandrei nella sua descrizione del fascismo come regime della menzogna. L’anemia critica è condizione necessaria al regime della menzogna. La si ottiene inoculando linguaggi, atti legislativi e misure di ordine pubblico che cambiano il volto della democrazia costituzionale: parole ripetute all’infinito, come “nazione” e “sicurezza”; asserzioni apodittiche che rovesciano il senso fattuale, come la pretesa di instaurare una “giustizia giusta” mentre si scardina il bilanciamento dei poteri tra esecutivo e giudiziario, voluto dai costituenti proprio per arginare ogni tentazione autocratica.
Quando, nel 1951, Hannah Arendt pubblicava Le origini del totalitarismo, ancora era lontano il dominio degli oligarchi dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi che detengono dati, potenza computazionale, modelli, brevetti, piattaforme digitali e reti di sorveglianza, influenzando di fatto comportamenti sociali e scelte politiche. Benché capolavori come 1984 di George e Noi di Evgenij Zamjatin prefigurassero già nella prima metà del Novecento il rischio di un controllo totale sull’individuo, e quindi del suo annullamento, oggi il racconto di inesistenti pericoli di guerra, di inesistenti nemici da cui difendersi, di inesistenti complotti da cui guardarsi mentre si vuole espandere il proprio potere di controllo politico ed economico, comporta l’evaporazione della realtà o, per meglio dire, quell’indistinzione tra realtà e finzione, quella dissociazione tra ciò che esperiamo nella nostra esistenza concreta e ciò che ci viene mostrato come verità fattuale che ci trasforma in sudditi, ovvero in individui che hanno introiettato i meccanismi di controllo al punto da renderli inconsapevoli e volontari. È a questo addestramento che dobbiamo sottrarci, mantenendo viva la coscienza critica come nostra maggiore difesa.
La democrazia non è auto-sostenibile ma costituisce un sistema in continua evoluzione chiamato a governare tensioni e ad adattarsi al contesto, (r)innovandosi moralmente e istituzionalmente. Con riferimento all’Italia – e al suo preoccupante declino democratico con una politica spostata su posizioni più illiberali e identitarie – quali trasformazioni/spazi di azione condivisa intravede/ritiene necessari per arginare la riduzione della democrazia in atto nel Paese e riportare al centro i valori e i diritti sanciti della nostra Costituzione?
Il Parlamento deve tornare ad essere luogo di confronto democratico e rispetto delle istituzioni, prima che prenda compiutamente forma l’idea della figura salvifica di un capo eletto dal popolo, sollevato dalla necessità di rispondere alle Camere. Credo che i partiti vadano aperti, resi luoghi di partecipazione, radicati nelle città e nei quartieri, in dialogo con la cittadinanza e con le multiformi espressioni della società civile.
Una realtà non sufficientemente valutata e sostenuta, fatta di circoli sociali e culturali, catene solidali, reti di accoglienza, centri sociali, che costituisce un argine non solo di attivismo ma anche di attaccamento alla cosa pubblica, sentita come bene comune. Questa realtà, tuttavia, da sola non basta a produrre cambiamento. La democrazia partecipativa ha bisogno della democrazia rappresentativa, e viceversa. La necessità di rafforzare il ruolo della società civile nelle politiche pubbliche è tema ricorrente a livello europeo2 e trova la sua più avanzata espressione nella Convenzione di Århus3, che si occupa di politiche ambientali ma che potrebbe essere allargata a tutti gli ambiti dell’amministrazione della vita pubblica, consentendo ai cittadini l’accesso alle informazioni e ai processi decisionali, di partecipazione e di deliberazione in ogni aspetto che li riguardi, dal lavoro alla sanità, dal governo delle città alle politiche di sicurezza. Promuovere la trasparenza legislativa, il principio di buona amministrazione e il diritto della società civile all’informazione e alla partecipazione sarebbe un modo per far ritrovare ai partiti quel dialogo con i cittadini che si va dissolvendo, e che tuttavia è la precondizione per la democrazia.

- Relazione sullo Stato di diritto nell’Unione europea 2025, Capitolo sulla situazione dello Stato di diritto in Italia, Strasburgo, 8 luglio 2025 (SWD(2025) 912 final),
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:52025SC0912&utm_source=chatgpt.com ↩︎ - Si veda la Risoluzione del Parlamento europeo dell’8 marzo 2022 sulla Riduzione degli spazi per la società civile in Europa (2021/2103(INI)), https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2022-0056_IT.html ↩︎
- Convenzione UNECE del 25 giugno 1998 sull’Accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale (Convenzione di Århus) https://unece.org/DAM/env/pp/documents/cep43ital.pdf, e Decisione VII/9 del 21 ottobre 2021 su un Meccanismo di risposta rapida per trattare i casi relativi all’art.3, paragrafo 8, della Convenzione di Århus. ↩︎


Roberta De Monticelli