Nessuno deve restare indietro

Nessuno deve restare indietro

E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra che gli siano cresciute le forze.
Ha preso un’apparenza invincibile.
 E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo.
Siamo sempre di meno.
Le nostre parole d’ordine sono confuse.
Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
Che cos’è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla viva corrente?
Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O dovremo contare sulla buona sorte?
Questo chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.

Bertolt Brecht, Poesie politiche

Nessuna miracolosa redenzione del mondo si prospetta. Non siamo stati in grado d’imparare alcuna lezione, a quanto pare. Non abbiamo saputo fare come loro, i partigiani. Che dal fondo di una disgrazia hanno inventato una grazia, tutta umana. Che non solo festeggiamo, ma abitiamo. E che ci permette persino di rivendicare un’ora di svago notturno come se fosse questione di vita o di morte per noi (mentre semmai è tale per altri, che preferiamo dimenticare).

Guardiamola, la scena del mondo, se vogliamo festeggiare davvero. Cento e mille altri morti dimenticati senza parola e senza sepoltura dentro il mare. La strage di una generazione intera. Noi, qui, siamo incapaci di elaborare una perdita collettiva, come se centomila morti fossero un fastidio che passa con un po’ di riposo. Come un’influenza qualsiasi.

E intanto c’è chi giace da più di un anno dentro le prigioni egiziane senza alcun processo, le galere di una dittatura che tenacemente impedisce di accertare la verità sulla morte di un mite. E chi difende un mite – soprattutto dopo che è morto – se non altri miti?

Del resto, la nuova ragione politica non teme di dire che “dei dittatori si ha bisogno per collaborare” e che “bisogna trovare l’equilibrio giusto”.

Chissà quale “equilibrio giusto” cercavano i partigiani, dentro la loro rabbia giovane e la loro speranza per tutti i disperati. Forse era questa la loro lezione che oggi festeggiamo: nessun dittatore è necessario, la libertà è sempre liberazione. E fin quando il mondo va consolato, ci sarà sempre una liberazione da compiere. C’è sempre da sperare per tutti i disperati.

Eccolo, il 25 aprile di oggi. Quanta disperazione si affaccia? Quante diseguaglianze si accentuano? Eppure, il mondo pensa al futuro semplicemente come una continuazione del presente, delle stesse ingiustizie. Programmiamo il futuro di questo stesso mondo, invece di immaginare una liberazione, come fu quella di allora.

Nuto Revelli descriveva così la ricostruzione, ne Il popolo che manca: «I politici apparivano euforici. Avevano come unico modello di sviluppo la “programmazione” decisa dai “padroni del vapore”, e privi di fantasia com’erano non riuscivano a immaginare una società diversa, meno ingiusta, più equilibrata, senza vincitori né vinti». Non siamo troppo diversi da quei politici. Mentre dovremmo fare come Revelli: «Io continuavo a cercare la vita proprio dove la vita si spegneva giorno dopo giorno. Malgrado tutto speravo ancora».

La poesia di Brecht in esergo è dedicata “a chi esita”. Gli esitanti, coloro che vivono una vita nascosta, non possono che affidarsi alle proprie risposte, senza aspettarne da altri. Tutti coloro che hanno il coraggio di ascoltarsi oggi festeggiano. Perché nella storia poche volte è capitato che i vincitori avessero il volto dei vinti. Difendere la democrazia vuol dire difendere il mondo dei vinti. E la loro vittoria.

È il 25 aprile. È festa.

*Sergio Labate insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata e fa parte del Consiglio di Presidenza di LeG

*Chiara Gabrielli insegna Ordinamento giudiziario all’Università di Urbino Carlo Bo e fa parte di LeG

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