La libertà non significa fare quello che ti pare

La libertà non significa fare quello che ti pare
Che cosa è la libertà? La risposta più frequente a questa domanda è: “La libertà consiste nel poter fare quel che si vuole”. Se siete d’ accordo, se pensate che libertà significhi veramente poter fare quel che si vuole punto e basta, allora pensate che si possa correre alla velocità di un giaguaro, oppure bere e dormire contemporaneamente, o ancora non perdere il treno arrivando in ritardo alla stazione.
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Bisogna ammettere che il “fare quel che voglio” è circoscritto in cornici. Una prima cornice dipende dalla nostra natura umana: possiamo fare quel che vogliamo soltanto nell’ ambito delle capacità degli esseri umani, i quali scontano, proprio perché umani, una serie considerevole di limiti: non sono ubiqui, temono il caldo, il freddo, le malattie, odono solo entro un raggio definito, vedono entro un raggio definito, e così via.
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Una seconda cornice (a mio parere meno evidente), che pure riguarda la circostanza di essere umani, consiste nel non essere onnipotenti, e quindi nell’ essere necessitati a scegliere: o si beve o si dorme, o si va al cinema o si gioca a pallone, o si arriva in orario o si perde il treno. E poiché se bevo non dormo, se vado al cinema non gioco a pallone, e se arrivo in ritardo perdo il treno, la scelta comporta irrimediabilmente una rinuncia: scegliendo un’ alternativa scarto tutte le altre.
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Esercitare la libertà, quindi, significa anche rinunciare a fare qualche cosa che vorremmo fare. Esiste poi un’ altra cornice, dipendente dal fatto di essere animali bisognosi di ricevere e dare affetto, di essere (salvo rare eccezioni) immersi in relazioni con altri esseri umani. Per poter entrare in relazione è necessaria una certa prevedibilità della risposta, il che vuol dire potere fare affidamento sul tipo di conseguenze che provocherà il nostro agire: se offro cibo e ospitalità, per esempio, non mi aspetto come risposta un’ aggressione, e se minaccio con un bastone non posso aspettarmi un sorriso. Anche per quel che riguarda le relazioni, dunque, gli esseri umani sono necessitati a scegliere il comportamento da tenere in vista della risposta attesa. Per individuare quale, tra i possibili comportamenti sia il più idoneo per ottenere il risultato, è necessario fare esperienza ovvero apprendere le regole derivate dall’ esperienza altrui nelle stesse situazioni.
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Regole che vengono dall’ esperienza, e che con l’ esperienza si scoprono. Esistono così regole “naturali” che ci indicano quale scelta fare se vogliamo mangiare gli spaghetti (cuocerli in acqua bollente), se non vogliamo morire di freddo (coprirsi adeguatamente), se vogliamo farci sentire da persone che stanno a chilometri di distanza (usare il telefono). E regole “costruite” che ci indicano il modo di comportarci nelle relazioni (quelle che, per esempio, ci dicono come stare a tavola). Alcune di queste regole derivano dalla consuetudine, sono lo stratificarsi di comportamenti spontanei; altre derivano da accordi o da imposizioni: di queste alcune sono contenute nelle leggi.
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Che cosa è una legge? La legge è una regola (e quindi un’ indicazione, l’ indicazione del come si fa), caratterizzata dal fatto di essere emanata da una istituzione delegata a emetterla, seguendo una procedura prestabilita dedicata alla sua emissione. In Italia sono leggi le regole emesse dal parlamento o dai consigli regionali seguendo le procedure per fare le leggi. Contengono, come le regole, un “precetto” (che è appunto l’ indicazione) a volte (ma non sempre) seguito da una “sanzione” (una conseguenza negativa dipendente dal non aver seguito l’ indicazione). Poiché il contenuto di queste leggi è stabilito dagli esseri umani, esso può variare nel tempo e nello spazio (per esempio fino al 1946 in Italia alle donne era inibito il voto, mentre oggi esiste il suffragio universale). La qualità del contenuto influisce sulla libertà, riconoscendola, negandola, comunque modellandola diversamente a seconda che analoghe possibilità siano riconosciute a tutti o a soltanto una parte delle persone. Libertà e legge sono legate da un vincolo imprescindibile, perché la prima dipende dalla seconda. La libertà della donna di scegliere chi siede in parlamento, per esempio, è stata introdotta dalla legge rovesciando la situazione precedente.
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La nostra Costituzione afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità, e che quindi le loro peculiarità non possono creare discriminazione: è come dire che la legge ha il compito di garantire a tutti la stessa libertà. È difficile rendere vera questa affermazione (se ne era reso ben conto chi l’ ha scritta, la Costituzione, tanto che ha pensato di stabilire che è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli che frapponendosi alla libertà e all’ uguaglianza non permettono “il pieno sviluppo della persona umana”). È difficile perché altre regole (quelle della consuetudine), vi si oppongono: i cittadini sono in gran parte convinti che la “libertà” debba essere distribuita discriminatamente, e in conseguenza le leggi di segno opposto difficilmente vengono osservate.
Quindi, la libertà viene dalla legge che la riconosce, purché il comune modo di pensare non preferisca che alcuni ne siano privi o ne abbiano meno di altri.
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(*) Il testo è un estratto dell’intervento che Gherardo Colombo ha tenuto il 25 gennaio scorso alla Scuola dei Librai a Venezia.

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