Cinque superstati le regioni speciali

Cinque superstati le regioni speciali

C’è una norma, nascosta fra le disposizioni transitorie della riforma Boschi, che è più potente d’ un cannone. Perché inventa la suprema fonte del diritto, superiore alla Costituzione stessa.

Perché le norme transitorie transitano, mentre questa si proietta sull’ eternità. E perché infine, grazie ai suoi incantesimi, la riforma dello Stato genera cinque superStati: le Regioni speciali.

Per raccontare questa storia, dobbiamo partire per un triplo viaggio nel tempo. Il primo fino al dopoguerra, quando per un complesso di motivazioni politiche, etniche, geografiche, viene concessa una particolare autonomia a Sicilia, Sardegna, Val d’ Aosta, Trentino (il Friuli s’aggiunse nel 1963). Il secondo viaggio approda nel 2001, l’ anno della riforma federalista varata sotto il governo Amato: una sbornia di competenze per le quindici Regioni ordinarie, che a quel punto surclassano le cinque sorelle maggiori, le fanno retrocedere in autorità e poteri. Tanto che, per evitare il paradosso di Regioni speciali che in realtà diventano subnormali, la legge costituzionale n. 3 del 2001 introduce la «clausola di maggior favore», stabilendo che il nuovo Titolo V della Costituzione s’ applichi anche a loro, nelle parti in cui sia più vantaggioso rispetto agli statuti speciali.

Il terzo viaggio a ritroso è altresì il più breve. Un anno fa, ottobre 2015: l’ oscillazione del pendolo, che di volta in volta converte gli italiani da giustizialisti a garantisti, da proporzionalisti a maggioritari, da federalisti a centralisti, stavolta gira contro gli enti regionali. E infatti in Senato si sta perfezionando la riforma che taglierà le unghie alle Regioni. Mica a tutte, però: le autonomie speciali rimangono fuori dalla giostra.

Perché mai? Semplice: perché dispongono d’ un fuoco di sbarramento che può fucilare la riforma. Diciannove fucili, quanti sono attualmente i senatori (per lo più eletti in Val d’ Aosta e Sud Tirolo) del Gruppo per le autonomie.

Siccome però le garanzie non sono mai abbastanza, siccome oggi va bene ma «di doman non v’ è certezza », gli autonomisti pretendono (e ottengono) la fideiussione perpetua. E il 9 ottobre 2015 il Senato approva l’ emendamento 39.700, primo firmatario Karl Zeller, ovvero il presidente del Gruppo per le autonomie.
Da qui il comma 13 dell’ articolo 39, da qui la regola che vieta per tutti i secoli a venire di sforbiciare le competenze delle Regioni speciali, a meno che non siano loro stesse a decretarlo. Cambia infatti il procedimento di formazione degli statuti, dove per l’ appunto s’ elencano tali competenze: nel caso delle cinque Regioni ad autonomia differenziata, servirà una legge costituzionale adottata dallo Stato «sulla base di intese con le medesime Regioni».

Diciamolo: è la novità più innovativa della nuova novella. Non tanto per l’ uso dello strumento pattizio, quanto per il suo grado d’ efficacia, per il condizionamento che poi ne deriva. Difatti la Costituzione in vigore ne contempla già un paio d’ applicazioni: nell’ articolo 8 (intese fra lo Stato e i culti acattolici) e nell’ articolo 116 (intese fra Stato e Regioni). In entrambe le ipotesi, però, le intese precedono una legge ordinaria, non una legge costituzionale. Dunque lo Stato può sempre disattenderle, può insomma decidere da solo, purché intervenga con legge di revisione costituzionale, modificando l’ articolo 8 o l’ articolo 116. Ma in questo caso no, non è possibile. Il comma 13 detta una regola procedurale, né più né meno dell’ articolo 138 della Costituzione, di cui è figlia la riforma Boschi. Se domani si correggesse lo statuto del Trentino senza rispettare il comma 13, sarebbe come approvare una riforma Boschi bis senza rispettare l’ articolo 138.

Vabbè, è dura da capire. Ma è ancora più dura da spiegare, ed è durissima da concepire. Anche perché la concezione del concetto è una e trina, come Dio. Primo: aumenta la forbice tra Regioni ordinarie e speciali, benché in partenza l’ idea fosse quella di parificarle.

Secondo: gli statuti speciali sono più garantiti della Costituzione medesima, giacché nel loro caso occorre un passaggio in più (l’ intesa), con un procedimento ultrarafforzato. Terzo: l’ autonomia delle Regioni speciali non verrà mai più ridimensionata, a meno che esse stesse decidano di fare harakiri. Risultato: ci sbarazziamo del Senato, per liberarci dai suoi poteri di veto.

E lo sostituiamo con cinque veto players, le Regioni- Stato. Evviva.

 

La Repubblica. domenica 23 ottobre 2016

 

3 commenti

  • Gentile professore, a mio avviso non è così. Abbiamo buone ragioni per votare NO anche noi sardi. E spero nessuno venga a dirmi, come ha detto Renzi a Landini, che lo facciamo per difendere i privilegi dei concittadini sardi o lpeggio la casta dei politici nazionali o locali. http://www.sardiniapost.it/…/rischi-certezze…/

  • Grazie per l’esaustiva trattazione, al termine della quale il NO dovrebbe essere la scelta logica per tutti i dotati di un minimo di senno. Anzi, aggiungo che andrebbe a mio avviso abrogato una volta per tutte l’art. 116, fonte di un vero e proprio, grave dumping istituzionale. I cittadini e soprattutto le imprese lo subiscono da mezzo secolo senza poterci fare nulla, se non crescere un sentimento di avversione per questo Stato calabraghe (paura degli Schutzen e non solo), che consente, in aree omogenee del Belpaese, trattamenti fiscali e sociali grandemente differenti.

  • Sebbene in Italia il nazionalismo e lo sciovinismo la facciano da padrone, come questo articolo mostra per l’ennesima volta, le Regioni autonome esistono per difenderci dallo Stato centralista. Noi sardi, a ragione, consideriamo lo Stato un’autorità pericolosa, perché in 150 anni ha sempre contrastato gli interessi dei Sardi. Infatti l’autonomismo sardo, e oggi l’indipendentismo, sono sorti proprio in base a questa esigenza, non certo in relazione a sentimenti, identità e deleddismi vari. A parte la Sicilia, che è veramente una storia a parte in questa vicenda, pur avendo fornito lo strumento autonomistico dal punto di vista formale, tutte le Regioni autonome sono poste a tutela di popolazioni etnicamente non italiane, come i Sardi, i Friulani, i Tedeschi, gli Sloveni, i Franco-provenzali, ecc. Si tratta di popolazioni che si sentono minacciate, et pour cause, dalla costruzione nazionale italiana a causa del suo tradizionale sciovinismo, che la stampa mainstream non fa che reiterare anche oggi. In fondo l’Italia è il paese del fascismo e dell’insofferenza per le minoranze, come mostra anche questo articolo, e uno dei primi atti del Fascismo fu non a caso l’attacco al Narodni dom di Trieste e il suo incendio. Per questa ragione le minoranze nazionali hanno sentito la necessità di uno Statuto di autonomia speciale. In Sardegna, pur disillusi per la realizzazione concreta dell’Autonomia, sono pochi coloro che voterebbero a favore del centralismo . Se Ainis si degnasse di analizzare il dibattito che si sta svolgendo in Sardegna prima di tromboneggiare, saprebbe che in Sardegna il NO probabilmente prevarrà proprio perché questa terribile riforma costituzionale contiene la “clausola di salvaguardia”. Pochissimi infatti si sono schierati con il SI (a parte i renziani), mentre la difesa dell’Autonomia fa parte delle argomentazioni che tutti noi usiamo per convincere anche gli indipendentisti a votare NO. Il suo articolo è dunque non solo sbagliato, ma anche dannoso per noi. Ovviamente, è scritto senza prendere in considerazione il punto di vista delle minoranze che esistono in questo terribile Stato. Noi siamo abituati a questa scarsa considerazione, ed è una delle ragioni che ci fanno pensare che gli interessi della Sardegna siano strutturalmente diversi da quelli dell’Italia, anche della parte che voterà NO.

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