Giochi viventi della memoria (*)

Giochi viventi della memoria (*)

L’eterno presente. La dittatura dell’istantaneo è la servitù della stagione futurista e digitale che ci avvolge. Servitù, non solo –come sempre si dice- opportunità, perché il recinto del presente offusca il passato e preclude il futuro. Servitù, perché in tal modo il flusso delle conoscenze viene sequestrato da chi ha facoltà di correre avanti e indietro nel tempo, da coloro che dispongono della chiave della biblioteca dei saperi. La chiave ha le sembianze dell’algoritmo, quello (quelli) degli aggregatori di contenuti e di dati. Si tratta dei nuovi potenti Over The Top (OTT), come i rinomati Facebook o Google. Quest’ultima è stata la belle époque dei film, del libro, del giornale, della radio e della televisione: fondata su prodotti finiti e determinati, su di un arcipelago sempre più vasto e tuttavia organizzabile attraverso nomenclature e scaffali conosciuti nella loro fisicità.

E’ stata anche l’epifania dell’Archivio, come soggetto vivente –per parafrasare Cesare Zavattini.

La raccolta e la precisa catalogazione dei materiali hanno permesso al presente di farsi storia, attraversando i secoli seguiti alla mera oralità. Ma ora? La rivoluzione numerica comporta una tale “eccedenza” informativa da rendere incerta la gerarchia delle fonti e facilmente opinabile o discrezionale la loro  selezione.  Si tratta di una vera e propria sequenza della lotta culturale, visto che il pensiero dominante sembra volto piuttosto all’appiattimento, alla rimozione e alla censura. La mobilitazione cognitiva è essenziale per rivendicare spazio e ruolo per gli archivi.

L’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ha intrapreso da svariati anni tale ricerca. Ve ne è traccia in un ottimo volume degli Annali “Diritto d’autore, copyright e copyleft nell’audiovisivo- norme e posizioni a confronto”, a cura di Ansano Giannarelli e Letizia Cortini (2010). Ci siamo: “….stiamo assistendo all’ascesa spontanea di una produzione collaborativa: beni, servizi e organizzazioni non sembrano più rispondere ai dettami del mercato e della gerarchia manageriale…..” scrive nel suo “Postcapitalismo” Paul Mason (2015), collegandosi ad una scuola di pensiero interessante e viva. L’alternativa alla pura mercificazione sociale è proprio la rottura del vincolo assoluto della proprietà intellettuale.

Non è rinviabile una Carta degli Archivi, centrata sulla logica dei Creative Commons e del fair use, accuratamente descritta da Lawrence Lessig in “Cultura libera” (2005), vale a dire una concreta possibilità di sperimentare tipologie giuridicamente innovative capaci di superare gli articolati contrattuali classici. ”Per ricompensare gli autori sono nati i Creative Commons, una forma di copyright che mette in contatto creativi e fruitori; per ricompensare gli editori, invece, sono emerse soluzioni di compromesso, come l’equo compenso, che però non garantiscono la tutela di diritti esclusivi”. E’ un passo dell’utile volume su “Internet- i nostri diritti” di Anna Masera e Guido Scorza (2016). Naturalmente, ci si riferisce alla condivisione e al riuso dei contributi filmici per le utilizzazioni culturali e non di mercato, con l’obbligo della parità di trattamento per gli ulteriori fruitori. Una Carta sulla quale aprire una vasta consultazione e da rendere una sorta di codice deontologico.

Si pone il problema della selezione a fronte dell’abbondanza. Come si adotta una aggiornata analisi dei contenuti? Torniamo, in fondo, ad un antico sempreverde oggetto della riflessione sociologica. Ne “I valori e le regole” di Franco Rositi (2014) si chiarisce con nettezza che “…lo stesso software relativo all’analisi del contenuto deve assumere precise caratteristiche…”. Insomma, serve un salto nella medesima cultura della programmazione informatica. E’ indispensabile occuparsi della codificazione (coding) per mettersi in armonia con la moltiplicazione quantitativa delle fonti.

Qui entrano in gioco scelte impegnative e strategiche. Se prendiamo sul serio il mutamento di paradigma imposto dalla società della conoscenza e dal capitalismo cognitivo, non possiamo eludere il problema della crescente mercificazione della memoria, molto al di là delle stesse lucide previsioni di Nicholas Garnham, descritte nel saggio “Il gioco della memoria” (Aamod, 1993). Lì si assumeva il riferimento del sistema dei mass media, mentre ora viene in primo piano la conquista dei contenuti veicolati per costituire il comando digitale del loro utilizzo e del loro consumo, attraverso la domestication delle diverse piattaforme tecnologiche.

Insomma, la memoria è più che mai territorio di un conflitto storico. L’archivio di nuova generazione è anche lo spazio dialogico tra linguaggi, esperienze e culture, momento relazionale per eccellenza. Così, ci si pone in modo cogente la questione della formazione e dell’affrancamento degli intellettuali che si occupano del ciclo della memoria (archivisti, bibliotecari, informatici specializzati) dall’incresciosa sottovalutazione cui sono confinati dai livelli istituzionali. E va lanciata l’idea, in vista del rinnovo della concessione della Rai, di un Tg della memoria: intitolato ad Alan Turing, straordinario scienziato cui si deve la stessa configurazione del computer. Per anni Turing fu messo al bando perché omosessuale. La riabilitazione ufficiale avvenne solo nel 2009 ad opera del premier del Regno Unito Gordon Brown.

Nel paradigma della convergenza si scontrano due visioni contrapposte: il determinismo tecnologico  o, per converso, la supremazia del soggetto. In tale quadro gli archivi sono proprio i soggetti collettivi. Il vecchio aforisma di McLuhan si rovescia: il messaggio diviene il mezzo, non il rovescio. In simile temperie, gli archivi possono –se stretti in un’unità d’azione, magari pure attraverso un’apposita applicazione su computer, tablet e cellulari- fare la loro parte.

Ecco perché va riaperta la vicenda dell’aggregazione dei contenuti. Contro l’”algoritmo unico”.  Non è una passeggiata, né una cena di gala. In realtà, è un nodo duro ma inesorabile, se non ci si vuole arrendere. La cittadinanza digitale si fonda sull’uso libero della memoria. Accessi aperti, riuso, remix, software libero, copyleft e net neutrality sono le odierne indicazioni cui non è legittimo sottrarsi. Il superamento del cultural divide passa da qui.

(*) Sintesi della relazione “Le fonti audiovisive nell’era della rete”, tenuta al seminario promosso dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio, lo scorso 14 aprile.

il manifesto, sabato 16 aprile 2016

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